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Nutrizione

ALIMENTI TRA… CULTURA E NATURA


Testo tratto dal sito: http://www.dbpiante.altervista.org/index.html

 

Le piante rappresentano i più importanti produttori naturali di cibo, legno, fibre, oli e sostanze medicinali. Da sempre esse hanno influenzato in misura rilevante gli aspetti fondamentali della vita dell'uomo, sia economici che culturali o politici.
Presumibilmente l'uso a scopo alimentare dei prodotti vegetali è stato il primo ad essere sperimentato dalla specie umana.


 

L’origine dell’agricoltura


E' molto difficile stabilire un inizio dell'agricoltura. I ritrovamenti più antichi, quali mortai, macine o altri utensili collegati alle pratiche agricole, sono stati effettuati nella Valle del Nilo e datano circa 10.000 anni.
Le difficoltà ed i rischi connessi ad un'alimentazione fortemente dipendente dalle piante selvatiche hanno rivestito un ruolo non secondario nella nascita delle pratiche agricole, che consentivano un di selezionare piante con un basso livello di sostanze tossiche. Un aspetto essenziale dell'agricoltura è, infatti, la domesticazione delle specie vegetale (ed animali), che, fra le altre caratteristiche, determina la soppressione dei meccanismi di protezione delle piante, e in particolare delle loro difese chimiche, costituite proprio dalle sostanze con effetti tossici sugli animali che se ne nutrono.
Presumibilmente le prime piante ad essere coltivate furono i cereali e quelle che posseggono strutture sotterranee (tuberi o bulbi) in cui si accumulano sostanze nutritive. I cereali dal punto di vista ecologico sono delle erbe infestanti, capaci anche di crescere rapidamente su terreni spogli, ove ci sono poche altre piante antagoniste. Un' altra loro importante caratteristica è quella di possedere un frutto (cariosside) commestibile che si mantiene per anni senza deteriorarsi.
Le colture di piante con tuberi e bulbi sono, probabilmente, ancora più antiche. Questo tipo di pianta, infatti, è molto facile da coltivare, basta anche una zappa rudimentale, si mangia soltanto il tubero o il bulbo, il resto (semi compresi) viene ridato alla terra, permettendo alla pianta di ricominciare il proprio ciclo vitale.
E' altrettanto difficile stabilire anche il luogo d'origine delle prime coltivazioni: fino a venti anni fa, l'ipotesi più accreditata era quella dello studioso russo Vavilov, il quale riteneva che la nascita dell'agricoltura dovesse essere avvenuta in pochi centri dai quali si sarebbe poi diffusa nel resto del mondo. Le ricerche condotte soprattutto da Harlan negli ultimi anni hanno reso il problema molto più complesso; attualmente la teoria più seguita tende a vedere l'inizio della agricoltura come un processo realizzatosi indipendentemente e contemporaneamente, più o meno, in molti luoghi.
I progenitori selvatici delle piante più importanti d'uso alimentare sono ampiamente diffusi in aree geografiche molto vaste, e in tutta questa loro estensione spaziale furono manipolati da vari popoli che, in questo modo, acquisirono informazioni su come coltivare queste piante al fine di ottenere una resa migliore.
Si tende, quindi, a credere che l'agricoltura non sia stata una scoperta o un'invenzione, ma che si sia sviluppata con un processo di estensione e di intensificazione di quello che la gente faceva già da tempo.
Per i primi tempi l'introduzione dell'agricoltura spinse, parallelamente alle esigenze della caccia, le popolazioni al nomadismo, allo scopo di trovare territori su cui si realizzassero le condizioni migliori per ottenere un buon raccolto. Infatti, le tecniche agricole più primitive erano basate sul metodo del "taglia e brucia" in cui prima la vegetazione era bruciata per lasciare sgombro il terreno; successivamente, per qualche anno, la terra veniva coltivata con un graduale impoverimento delle risorse minerali del suolo. Un tale tipo di coltivazione rendeva poco ed il contadino che l'adottava era obbligato a spostarsi, insieme con gli animali domestici, alla ricerca di nuovi terreni su cui ricominciare.
Questi primi agricoltori nomadi avrebbero in tal modo svolto un ruolo fondamentale nella diffusione della agricoltura, sia direttamente, coltivando nuovi suoli, sia indirettamente, trasmettendo informazioni sulle tecniche agricole ad altre popolazioni con cui entravano in contatto durante i loro spostamenti. Ancora oggi il metodo del "taglia e brucia" è praticato in gran parte dell' Africa tropicale a sud del Sahara. Successivamente, quando attrezzi più efficaci resero possibile una coltivazione più redditizia, si passò ad una condizione stanziale in cui gli uomini cominciarono a costruire insediamenti stabili intorno a campi che permettevano buoni raccolti.

 

Le conseguenze della nascita dell'Agricoltura

Il passaggio all'agricoltura ebbe profonde conseguenze. Le popolazioni non condussero più un'esistenza perennemente nomade, potendo conservare il cibo non solo in sili e granai ma anche sotto forma di animali domestici. Oltre alle riserve di cibo, altri beni poterono essere accumulati in misura di gran lunga maggiore a quella prima possibile. Inoltre, la terra potè essere posseduta e ceduta in eredità.
Poichè l'attività di pochi poteva produrre abbastanza cibo per tutti, le comunità cominciarono a diversificarsi. Gli uomini divennero commercianti, artisti, banchieri, studiosi, poeti, dando vita a tutta la varietà che caratterizza le comunità moderne. Anche la densità di popolazione potè aumentare. Nelle economie basate sulla caccia e sulla raccolta di vegetali sono necessari, in media, 5 chilometri quadrati per la sussistenza di una sola famiglia.
Una conseguenza diretta ed immediata della nascita dell'agricoltura fu l'aumento della popolazione. Una caratteristica peculiare dei gruppi nomadi è la rigorosa limitazione della loro composizione numerica. Una donna in continuo movimento non puo portare con sè più di un bambino, insieme ai bagagli familiari, per quanto questi siano ridotti. Quando i sistemi di controllo delle nascite non sono efficaci, essa ricorre all'aborto o, più frequentemente, allo infanticidio. Inoltre, esiste un'elevata mortalità naturale, in particolare fra i neonati, gli anziani, i malati, i menomati, e le donne gravide. A causa di questi motivi, le popolazioni nomadi tendono a rimanere poco numerose.
Una volta affermatasi un'organizzazione di vita stanziale non vi fu più la stessa continua ed impellente necessità di limitare le nascite, e, nello stesso tempo vi fu anche un calo della mortalità, a causa delle migliorate condizioni di vita.

 

La Domesticazione delle Specie Selvatiche

Sin dai tempi più remoti gli agricoltori hanno focalizzato la loro attenzione su poche specie che risultarono economicamente redditizie e più adatte alla coltivazione. L'utilizzazione prolungata di queste piante e la continua selezione che sin dall'inizio l'uomo effettua su di esse, determinarono col tempo la domesticazione di queste specie stesse.
Non bisogna far confusione tra coltivazione e domesticazione di una pianta.
La domesticazione comporta delle mutazioni genetiche che rendono una pianta più adatta alle condizioni di un ambiente creato dall'uomo e meno adatta alle condizioni di un ambiente naturale.
Conseguentemente alla domesticazione le piante subiscono profonde modificazioni a livello di quelle parti che presentano maggiore interesse per l'uomo. Così, se si tratta di un tubero, la più grande variazione e la più grande deviazione dal tipo selvatico si avrà nel tubero stesso; se si tratta di un cereale, le parti più modificate saranno la spiga ed i chicchi che essa contiene.
L'esempio più straordinario è quello della specie selvatica Brassica oleracea che, come risultato dell'influenza dell'uomo, è stata modificata in una mezza dozzina di modi.
Le principali piante alimentari utilizzate in tutto il mondo hanno subito questa sorte, anche se, in molti casi, si tratta di specie utilizzate intensivamente da non più di trecento anni.
La patata, per esempio, è originaria delle regioni montuose delle Ande, ed è rimasta confinata in questa zona fino a che gli europei non vi arrivarono nel XVI secolo. Poco dopo fu portata in Europa, ma non era molto adatta alle condizioni agricole locali, ed entrò in un periodo di acclimatamento, soprattutto per adattarsi alle giornate lunghe, tipiche delle estati europee. Benchè gli europei inizialmente fossero restii a cibarsene, la patata trovò una dimora congeniale nell'Europa settentrionale e divenne così produttiva da procurare, a detta di alcuni storici, una piccola esplosione demografica. Anche altre colture importanti, come gli agrumi, il pomodoro, la barbabietola da zucchero, la canna da zucchero, hanno dato solo di recente un contributo importante alle disponibilità alimentari del mondo, di solito in luoghi diversi e, a volte, lontanissimi da quelli nativi.
Al giorno d'oggi, l'alterazione implicata nel processo di domesticazione di queste specie è arrivata al punto in cui esse risultano adattate esclusivamente ad un ambiente artificiale: le piante coltivate dipendono totalmente dall'uomo per la loro sopravvivenza.
D'altro canto, possiamo dire che la specie umana è stata a sua volta domesticata da queste piante e dai pochi animali che alleva. La conseguenza è che la popolazione umana in gran parte del mondo o muore di fame a seconda dell'andamento produttivo di quelle poche specie di piante (e di quei pochi animali) che rappresentano la base alimentare dell'Uomo.
Da sempre gli agricoltori hanno tentato di migliorare la produttività delle specie in coltura selezionando varietà che fossero più resistenti all'attacco di malattie, garantendo una resa migliore.
In questi ultimi anni si sta sviluppando un nuovo approccio al problema che tende ad ampliare le possibilità esistenti in natura, piuttosto che selezionare artificiose varietà nuove. Il 65 % delle specie vegetali (ca. 500.000) si trova nei paesi in via di sviluppo, una metà di queste nelle foreste tropicali. Qui possono essere trovate piante capaci di resistere spontaneamente a malattie, parassiti, e forzature climatiche, caratteristiche ereditarie che è possibile trasferire nelle nostre specie coltivate.
La FAO (Organizzazione per l'Alimentazione e l'Agricoltura) e l' UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura) hanno programmato la creazione di banche genetiche atte a conservare stock di semi o colture i tessuti vegetali potenzialmente utili.
Già gli esempi di piante in coltivazione migliorate grazie alla acquisizione di caratteristiche da parte delle loro forme selvatiche sono numerosi. Consideriamo, per esempio, il caso del riso: a partire dal 1970 un'epidemia virale distrusse oltre 116.000 ettari di risaie in Indonesia, India, Vietnam, Filippine e Ceylon. Attualmente, in tutta quest'area geografica si coltiva una varietà di riso ottenuta da incroci tra Oryza sativa con una specie selvatica, Oryza nivara, o meglio, con un suo ceppo isolato nell'India centrale, l'unico che possiede la caratteristica ereditaria (gene) della resistenza al virus.
Accanto ad iniziative come questa della FAO e dell'UNESCO che hanno dato dei risultati sicuramente incoraggianti, vanno menzionati altri processi intrapresi negli ultimi tempi. Bisogna innanzitutto considerare l'aumento di terreni destinati alla produzione agricola, un processo in corso in tutto il mondo, dall'America alla Siberia, dall'Australia alla Cina, che ha consentito un notevole incremento produttivo. Secondo stime sviluppate recentemente, circa il 30 % delle terre emerse potrebbe essere sfruttato per fini agricoli; attualmente ne utilizziamo solo il 10 %. Questo dato può sembrare confortante, ma va aggiunto che la spesa necessaria per rendere coltivabile un'area mai utilizzata è altissima, per cui, sebbene i mezzi odierni a disposizione potrebbero rendere fertili terre inutilizzabili fino ad un secolo fa, l'espansione delle terre coltivate è estremamente lenta.
La strategia adottata dalla gran parte delle nazioni è sempre stata quella di convogliare tutti i fondi disponibili sulle aree già coltivate, tentando in vari modi di aumentarne la produttività. Questa tendenza ha portato nei primi anni del secolo alla nascita dell'agricoltura intensiva negli Stati Uniti e nelle altre nazioni occidentali.
Oggi la ricerca scientifica internazionale è concorde nell’affermare che è fondamentale salvare e conservare il maggior numero di piante alimentari. Questo saggio principio ben noto a tutti gli agricoltori fino ad alcuni decenni fa, è stato stravolto dall’industrializzazione dei processi agricoli che, in nome della massimizzazione dei profitti ha drasticamente ridotto le varietà ortofrutticole attualmente prodotte. Recuperare la grande diversità biologica delle piante alimentari è importante non solo perché evita che particolari parassiti possano compromettere i raccolti (ci saranno sempre varietà che non saranno sensibili a quel particolare parassita), ma anche perché alcune varietà si prestano ad essere prodotte anche in suoli poveri e sassosi e possono costituire un valido presidio contro i processi di inaridimento e desertificazione.

 

Piante alimentari e salute: la riscoperta delle varietà perdute

Oggi alcuni dei componenti presenti nelle piante edibili e in alcune bevande stanno suscitando notevole interesse scientifico per i loro potenziali effetti positivi nel mantenimento del benessere. Sono i cosiddetti nutraceutici che esplicano le funzioni più disparate e, operando parallelamente ai processi biosintetici, manifestano azione antiossidante e citoprotettiva determinando una diminuzione dell’incidenza di malattie cronico-degenerative.
Uno dei principali obiettivi della più recente chimica delle sostanze naturali è infatti l'individuazione di metaboliti biologicamente attivi presenti nelle piante, usate comunemente come vegetali nella dieta umana e che, nei secoli passati, hanno trovato impiego, oltre che come cibo o spezie, anche nella medicina popolare. Il contributo maggiore delle piante, nelle diete umane, è imputabile all'apporto di vitamine, acido folico e minerali. Tuttavia esse contengono altri metaboliti secondari, che vengono definiti nutraceutici e che sono stati, di recente, al centro di intensi dibattiti scientifici. Le piante edibili sono ricche di terpenoidi, flavonoidi, alcaloidi, pigmenti, polifenoli, fitosteroli, acidi grassi insaturi, che hanno un ruolo importante nel mantenimento del benessere. La dieta mediterranea include una buona quantità di piante alimentari (frutta, verdure, nocciole, semi, vino, olio di oliva) che impedendo le reazioni di ossidazione determinano una forte riduzione dei fattori di rischio in malattie coronariche, e abbassano livelli di colesterolo nel sangue. Risultano inoltre diminuiti i rischi da malattie croniche degenerative quali il cancro, il morbo di Alzheimer, il morbo di Parkinson, malattie autoimmuni, la sclerosi multipla.


 

Database sulle Piante Alimentari:

http://www.dbpiante.altervista.org/elenco.php

http://et2.unipv.it/omp/dizionario.htm
http://www.agraria.org/coltivazionierbacee.htm

Testi sulle piante alimentari:
http://www.nap.edu/catalog/lca/
http://www.stampabasilicata.net/default.cfm?fuseaction=dettaglio&obj=3501
http://www.unilibro.it/find_buy/findresult/libreria/prodotto-libro/argomento-piante_selvatiche_.htm

 

La ricerca su piante alimentari e salute:
http://www.ricercaitaliana.it/prin/dettaglio_completo_prin-2004038183.htm#base
http://community.aster.it/alimentare/tiki-index.php?page=PoliFerruccio_2&PHPSESSID=7ebd64dc29b5fe4a909840cafb758b96

 

Fitoalimurgia
http://wiketica.ilbello.com/index.php?title=Alimurgia
http://wunnish.altervista.org/diario/index.php?page=Alimurgia%20e%20piante%20selvatiche%20utili
http://www.astilibri.com/cultura/phytoalimurgia.htm
http://www.naturopatiaeuropea.it/
http://www.dipbot.unict.it/alimurgiche/leverdure.htm
http://www.esculenta.org/index.htm
http://www.strie.it/alim_fitoalimurgia.html

 

Le piante alimentari nella storia
http://www2.pompeiisites.org/
http://www.ecologist.it/goldsmith07.html
http://ssai.interno.it/conferenze/inaugurazioni/2004_2005/alcazar.html

 

Le piante alimentari nella didattica:
http://www.gol.grosseto.it/puam/scuole/caspesca/piante/

http://www.ipsaa-avezzano.it/index.php?option=com_content&task=view&id=33&Itemid=93

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ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI

Agronomo – Direttore di Cultura e Natura - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


Etica della ricerca e... etichette commerciali non garantiscono trasparenza ai cibi transgenici

La fiera dei paradossi...

Il dibattito sugli organismi geneticamente modificati è stato al centro quest’estate delle polemiche derivate dalla scoperta in Piemonte, e poi via via in altre regioni, di coltivazioni illegali di mais transgenico. Sullo sfondo le tensioni tra Europa e Stati Uniti per un business del transgenico - che nel settore agroalimentare vale oggi circa 1,7 miliardi di euro - concentrato per lo più su quattro specie (soia, 62%; cotone, 22%; mais, 21%; colza, 5%).
Negli Usa, paese leader per produzione e consumo di organismi geneticamente modificati (Ogm), un prodotto equivale ad uno tradizionale e non esiste l’obbligo di segnalarlo in etichetta. Il principio adottato é chiaro: finché non c’è prova che possa essere dannoso per la salute o l’ambiente, può essere commercializzato. Paradossalmente, gli Ogm tanto equivalenti non sono se chi li produce si fa pagare profumatamente per la ricerca, l’applicazione tecnologica e il brevetto: chi li acquista ad un prezzo più alto lo fa proprio perché non sono uguali ai prodotti tradizionali, o no?
Sugli Ogm peraltro l’opinione pubblica, europea o americana che sia, è soggetta all’informazione mediatica pilotata dagli interessi economici che evidenziano e ingigantiscono, in genere, gli argomenti a favore per poi sottacere e sconfessare le tesi contrarie. Il sano, prudente e perenne dubbio dello scienziato sul suo operare è ormai sostituito dalla necessità di schierarsi, possibilmente dalla parte del... vincitore.
Del resto gli interessi economici in campo sono enormi e sono strettamente legati allo sviluppo di un approccio “settoriale” fortemente “commerciale”, presentato molto spesso come il solo modo per risolvere anche un problema “globale” altamente “etico”: quello della fame nel mondo. Paradossi della globalizzazione! Quando Bush aveva criticato l’opposizione europea alle biotecnologie, affermando che tale reticenza era un ostacolo alla lotta contro la carestia in Africa, non aveva detto che in realtà questa opposizione faceva perdere centinaia di milioni di dollari agli esportatori americani. In gioco c’è il dominio, attraverso il controllo delle sementi, di un nuovo segmento della catena alimentare da parte di poche multinazionali. In questa “guerra” la fame nel mondo c’entra poco: è accertato che alla base di tale tragedia non c’è la sottoproduzione agricola, ma l’iniqua ripartizione delle risorse.
Gli Ogm appartengono ad un modello agricolo che punta alla monocoltura e all’uniformità genetica, un modello certamente efficiente nel produrre una grande quantità di cibo, ma che necessita di grandi input energetici e che minaccia le basi stesse della biodiversità e della fertilità dei suoli. L’espansione di questo modello si scontra con l’approccio tradizionale basato su un’agricoltura catalogata con disprezzo come di “sussistenza”, ma che ha consentito per millenni e che consente tuttora a miliardi di persone di potersi nutrire.

 


Una questione di “etichetta”...

Dopo la moratoria indetta nel 1999 da alcuni paesi europei (Francia, Belgio, Danimarca, Austria, Grecia, Lussemburgo e Italia), lo scorso 24 luglio sono state approvate le nuove norme europee che stabiliscono i criteri di etichettatura e tracciabilità degli Ogm e dei loro derivati negli alimenti e nei mangimi per animali.
Questo evento ha aperto la strada alla soppressione della moratoria del 1999 sulle nuove autorizzazioni per l’utilizzo di prodotti transgenici (Washington si è lamentata che questo blocco è costato agli agricoltori mancati introiti per oltre 1,2 miliardi di dollari): e infatti, subito dopo il compromesso raggiunto a Bruxelles, 18 Ogm hanno già ottenuto l’autorizzazione di vendita nell’UE, mentre gli esperti della Commissione hanno dato parere favorevole per altri 19.
La nuova legislazione - varata a luglio e ancora in attesa di pubblicazione (le nuove regole entreranno in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale UE e gli operatori avranno 6 mesi per conformarsi alle nuove decisioni) - prevede che siano identificati gli alimenti che contengono più dello 0,9% di Ogm consentito, o più dello 0,5% non ancora autorizzato (al di sotto di questa soglia la presenza di Ogm è considerata “accidentale e tecnicamente inevitabile” e quindi tollerata). L’indicazione nell’etichetta scatterà per tutti gli ingredienti di mangimi e alimenti (compresi prodotti raffinati come zucchero, amido e olio) che contengano la percentuale “incriminata” di Ogm. L’obbligo infatti è esteso anche a quei prodotti che, pur derivando da materie prime Ogm, durante il processo di raffinazione ne hanno perso le tracce. Sono però esclusi dall’obbligo di etichettatura i prodotti di origine animale, come carne, latte e uova, anche se provenienti da bestiame nutrito con mangimi Ogm.
In realtà l’obbligo di indicare la presenza di Ogm negli alimenti già era in vigore per percentuali superiori all’1% (e quindi l’abbassamento del limite è solo di un misero 0,1%). Nei mangimi, al contrario, mancava una regolamentazione specifica.
Questo atto aprirà, dalla prossima primavera, le porte di negozi e supermercati agli alimenti transgenici e i consumatori dovranno stare molto attenti a leggere le etichette se vorranno scegliere consapevolmente quello che desiderano mangiare. I prodotti etichettati come transgenici potrebbero essere parecchi visto che la stragrande maggioranza dei cibi che consumiamo contiene, tra gli ingredienti di base, mais o soia (nel mondo, ¼ della soia è transgenica e, come il mais, è presente - anche se non dichiarata in etichetta - nel 60% degli alimenti confezionati, dai biscotti ai gelati): in ballo ci sarebbero almeno 30.000 prodotti alimentari, dalle merendine alla maionese, dai cibi precotti ai piatti pronti surgelati. 

Secondo le norme europee alimenti e mangimi manipolati geneticamente saranno indicati sull’etichetta solo quando la loro percentuale supera lo 0,9%. La scelta di questo limite è stata dettata, dicono, da motivi strettamente tecnici: le attuali apparecchiature di analisi non garantiscono un risultato assolutamente incontestabile se gli Ogm sono presenti in una percentuale inferiore a questa soglia (secondo alcuni esperti il margine di errore sarebbe del 30-40%).
In realtà proprio la scelta di stabilire un criterio “quantitativo” ha permesso di non ricorrere al ben più netto criterio “qualitativo” (presenza o no di ingredienti modificati geneticamente) che avrebbe evidenziato un netto spartiacque tra alimenti transgenici e quelli “Ogm free”, privi cioè di ingredienti che abbiano subito una manipolazione genetica.

 


... ed una di “etica”

Proprio il fatto che dietro alle prese di posizione politiche ci siano enormi interessi economici (le regole approvate dall’UE faranno sentire il loro impatto sul commercio internazionale dei prodotti freschi per alcuni miliardi di dollari, mentre per i prodotti in scatola si parla di decine di miliardi di dollari) ci fa capire perché il dibattito pubblico su questi prodotti sia spesso acceso.
A proposito di etica non poteva mancare da parte dell’opinione pubblica l’interrogativo su quale sia la posizione della Chiesa cattolica in merito: se ferma è la condanna delle manipolazioni genetiche sull’uomo, sulle biotecnologie applicate all’agricoltura la Santa Sede ha una posizione possibilista, ma aspetta comunque di valutare la posizione degli scienziati ed anche dei produttori e dei consumatori. Decisamente contrari invece sono gli ambienti cattolici che operano a stretto contatto con i problemi del sottosviluppo - il mondo del volontariato, i missionari e molti vescovi del Sud del mondo - convinti che la fame nel mondo non si possa combattere con il pagamento annuale di prodotti brevettati estremamente costosi per i poveri. Un vero scandalo, logicamente ed eticamente parlando...
I termini della questione poi sono stati estremizzati e banalizzati in un antagonismo dualistico (sei a favore o contro l’agricoltura biotech?) senza andare a verificare se ci siano delle alternative, altre modalità efficaci e sicure per produrre alimenti nel rispetto dell’ambiente.
Il mondo della ricerca, coinvolto in prima persona nello sviluppo delle biotecnologie, è schierato per lo più a loro favore: del resto, non potrebbe essere diverso dal momento che finanziamenti, occasioni di far ricerca, brevetti, pubblicazioni e quindi carriera dipendono sempre di più dagli investimenti cospicui realizzati in questo settore.
La storia dello sviluppo agroindustriale peraltro è piena di sottovalutazioni dei rischi per la salute e per l’ambiente riguardanti l’adozione di determinate tecnologie (per quanto riguarda l’alimentazione umana e animale, si pensi all’uso e abuso di pesticidi e fitofarmaci nella frutta e nella verdura, ai mangimi, agli antibiotici e agli ormoni usati negli allevamenti, e così via).
Un approccio critico dal punto di vista scientifico all’uso degli organismi transgenici è stato al centro del dibattito del simposio internazionale svoltosi lo scorso luglio a Perugia.


Il Convegno di Perugia

Il Simposio internazionale svoltosi a Perugia lo scorso 5 luglio ha visto la partecipazione di alcuni tra i maggiori scienziati che hanno testimoniato con le loro ricerche che la comunità scientifica non è totalmente asservita al potere delle multinazionali del biotech.
Il prof. Arpad Pusztai, microbiologo, deve all’esito delle sue ricerche sugli effetti dell’alimentazione con patate transgeniche sulle mucose intestinali dei ratti, pubblicate da “Lancet” - una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo - l’allontanamento dallo staff di ricerca del “Rowett Research Institute” (Gran Bretagna). Le risultanze di questi studi evidenziavano:
- la patata ogm non è sostanzialmente equivalente alla patata naturale, perché ha diversa composizione in proteine, amido, zuccheri, ecc.;
- la nutrizione di ratti con patate ogm produce effetti negativi in alcuni organi vitali (in particolare, atrofia del fegato e affezioni al sistema immunitario)
- la velocità di crescita dei ratti giovani risulta inferiore;
- si è osservata una significativa riduzione della risposta immunitaria linfocitaria.
Nel suo intervento il prof. Pusztai ha evidenziato sia le inefficienze del sistema di controllo americano - gestito dalla FDA (Food and Drug Administration) ma in realtà delegato a laboratori esterni, talvolta non del tutto seri e indipendenti - su alcune ricerche sugli effetti a lungo termine di un’alimentazione a base di ogm, sia la difficoltà di predisporre protocolli scientifici integrati in grado di valutare i complessi test nutrizionali e tossicologici che possano far luce sulle modificazioni sul metabolismo, sul sistema immunitario e su quello riproduttivo.
Nel suo intervento il prof. Jean Pierre Berlan, direttore di ricerca dell’INRA (Institut National Recherche Agronomique francese) ha evidenziato come gli interessi economici sulle sementi abbiano esercitato i loro effetti speculativi già da 150 anni con i primi selezionatori professionali.
Fintanto che il grano raccolto costituiva anche la semente dell’anno successivo e che le piante si riproducevano e si moltiplicavano nel campo del contadino, l’industria sementiera non poteva fare grandi profitti. La separazione tra produzione (restata nelle mani dell’agricoltore) e riproduzione delle sementi (diventata un privilegio esclusivo dei selezionatori) ha addirittura portato alla programmazione genetica della sterilità della semente (con il brevetto “Terminator”) in modo da costringere i contadini a ricomprare, a caro prezzo, i semi ogni anno. Questo tentativo è volto ad instaurare un vero e proprio regime totalitario a livello mondiale nel campo sementiero.
La prof.ssa Mae Wan Ho (biofisica, Presidente dell’“Institute of Science in Society” di Londra e autrice di numerosi libri sull’ingegneria genetica) ha presentato sinteticamente i risultati sui suoi studi sul genoma che l’hanno condotta a prendere una ferma posizione contro gli ogm.
I frequenti scambi genici tra microrganismi hanno dimostrato la “fluidità del genoma” che è soggetto ad una dinamica di scambi tra Dna ed Rna, tra patrimonio genetico e ambiente metabolico, tra interno ed esterno della cellula. Le nostre conoscenze su questi delicati equilibri sono ancora approssimative e una manipolazione genetica avrebbe lo stesso effetto di “inserire” un brano di musica heavy-metal... all’interno di una sinfonia di Brahms!
Il dott. Michael Hansen della USA Consumer Union ha presentato una serie impressionante di dati sui criteri seguiti dalla Food and Drug Administration statunitense per le autorizzazioni agli ogm.
Anche il recente incontro del Codex Alimentarius svoltosi a Roma presso la FAO ha avuto al centro delle discussioni, l’impatto degli ogm sulla salute umana e, in particolare, il loro ruolo sul diffondersi delle risposte allergiche. L’opinione pubblica europea ed anche americana, ha affermato Hansen, è fortemente preoccupata e si aspetta dagli organismi internazionali delle risposte precise.
Queste preoccupazioni sono emerse anche nel corso del dibattito svoltosi con il pubblico al termine della prima parte del Simposio di Perugia: il prof. Pusztai ha denunciato il fatto che, almeno in Gran Bretagna, non ci sono prove scientifiche sulla dannosità degli ogm semplicemente perché... non si fanno studi su questo argomento (è il solito vecchio problema dei controlli: chi cerca, trova... e naturalmente, chi non cerca, non trova!).
Nel pomeriggio i lavori sono proseguiti con un panorama sulle alternative agroecologiche alla “dittatura transgenica”: la prof.ssa Clara Nicholls dell’Università di Berkeley (California) ha mostrato, con l’ausilio di oltre 60 diapositive, moltissimi esempi di utilizzo della biodiversità naturale per un’agricoltura sostenibile. Esempi pratici e praticabili realizzati in Usa, Brasile, Colombia, Cuba, Costarica, Cile che mostrano come, attraverso lo studio integrato di tutti gli elementi che caratterizzano la biodiversità di un territorio, sia possibile passare da un’agricoltura basata sulla monocoltura a sistemi più diversificati ed altamente produttivi nel rispetto dell’ambiente. 

Il prof. Miguel A. Altieri, agroecologo dell’Università di Berkeley (California) e Coordinatore dei Programmi di Sviluppo dell’Agricoltura Sostenibile delle Nazioni Unite ha presentato nella sua relazione - dal titolo “Dalla tradizione al futuro: le alternative scientifiche agroecologiche e i miti degli ogm” - alcuni dati sull’agricoltura mondiale che evidenziano il ruolo predominante delle multinazionali dei pesticidi e delle sementi e le conseguenze della globalizzazione degli scambi sui paesi più poveri. Peraltro proprio alcuni esempi di agroecologia applicata nelle realtà del Messico, del Cile e di altri paesi dell’America Latina dimostrano che la cosiddetta agricoltura di sussistenza risulta essere, nelle difficili condizioni locali, quella più produttiva e che si prefigura come baluardo insostituibile della sicurezza alimentare delle popolazioni più povere.
Proprio sulla situazione degli agricoltori si è incentrato l’intervento del prof. M.D. Nanjundaswamy, Presidente del Movimento dei contadini dello Stato indiano del Karnataka e del Centro Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile “Amrita Bhoomi” (Pianeta Immortale).
Le molte promesse della “seconda rivoluzione verde” in India, basata sull’uso massiccio delle biotecnologie e dei diserbanti ad esse associate (in particolare il cotone transgenico), imposta dalle multinazionali e sponsorizzata anche da scienziati corrotti, stanno dimostrandosi evidenti bugie: in tre grandi Stati (Madhya Pradesh, Maharashtra e Gujerat) il cotone transgenico è stato un totale fallimento e ha portato al suicidio migliaia di contadini stretti dalla morsa dei debiti che possono trasformarsi in forme vere e proprie di schiavitù.
Proprio il sentimento di rivolta dei contadini è all’origine di un orgoglioso movimento non violento di opposizione al regime del transgenico che si è concretizzato in numerosi “Satyagraha” d’ispirazione gandhiana, manifestazioni di disobbedienza civile ma anche di presa di coscienza civile dell’urgenza di far qualcosa per impedire una nuova, strisciante e subdola forma di colonizzazione.

 


Conclusioni

Proprio questo ultimo intervento ha sollevato nel pubblico presente un’ondata emotiva sulla possibilità di “fare qualcosa” contro il dilagare di un sistema di pensiero che sembra chiudere tutte le porte alla discussione.
Nel suo intervento la dott.ssa Fabrizia Pratesi ha ripreso alcuni dati emersi dalla Conferenza organizzata dalle associazioni ambientaliste nei giorni precedenti a Roma e ha ribadito la necessità di lottare contro la “brevettazione del vivente” a livello europeo. In autunno infatti la Commissione europea presenterà il regolamento sulle soglie di Ogm tollerate nelle sementi (che dovrebbero essere più basse di quelle di alimenti e mangimi: si è prospettato lo 0,5 in generale, lo 0,7% per la soia e lo 0,3% per la colza) in modo da permettere la ripresa delle coltivazioni, e non solo di commercializzazione, di Ogm in Europa.
L’argomento “sementi” è stato al centro dell’intervento dell’organizzatore del Simposio, il prof. Giuseppe Altieri (vedi intervista) che ha introdotto i lavori della tavola rotonda conclusiva sul tema “Ogm e politiche per la difesa delle tradizioni agroalimentari”. Al centro del dibattito il quesito se si possa o no fermare la contaminazione da Ogm (visti le coltivazioni di mais transgenico scoperte nel Nord Italia).
Le conclusioni dei relatori, dei rappresentanti dei produttori (Coldiretti), delle ditte sementiere interessate a proteggere il patrimonio di biodiversità, dei giornalisti, dei ricercatori pubblici presenti al dibattito concordano nell’affermare che questa battaglia, prima che legale, è una questione di informazione, di cultura etica e morale che riguarda tutti: opinione pubblica, mondo della ricerca, consumatori, agricoltori, istituzioni addette ai controlli. Ed è una battaglia che si può vincere soprattutto cominciando a rendere trasparenti gli interessi in gioco, creando un flusso di informazioni che consenta a tutti di giocare “a carte scoperte”.

 

LA MANIPOLAZIONE DEI GENI E ... DEGLI “IGNORANTI”
Una coraggiosa denuncia degli interessi e delle ipocrisie dell’agrobiotech

Intervista al prof. Giuseppe Altieri*

(*) Professore di Agroecologia ed Entomologia Agraria, è tra i fondatori dell’Agricoltura biologica in Italia. Insieme all’omonimo prof. Miguel Angel Altieri (agroecologo dell’Università di Berkeley, California, e Coordinatore Programmi Sviluppo Agricoltura Sostenibile delle Nazioni Unite) ha fondato l’Accademia di Agroecologia impegnata nella salvaguardia delle tradizioni alimentari dei popoli. Collabora a numerose inchieste televisive e giornalistiche (Ambiente Italia, Report, Rai Educational “La storia siamo noi”, ecc.) sui temi Ogm, pesticidi e biologico. Dirige AGERNOVA (équipe di esperti impegnati al fianco degli agricoltori nella ricerca e sviluppo in Agricoltura Biologica) che dal 1986 ha formato centinaia di tecnici ed ispettori di enti di certificazione.


Quali sono i principali pericoli degli Ogm?
Quando si mescola forzatamente il Dna di diverse specie viventi è come se rompessimo una barriera che la natura ha creato, poiché le diverse specie hanno un Dna adattato alla propria evoluzione. È pertanto impossibile prevedere cosa succederà nell’organismo transgenico in quanto la manipolazione genetica condizionerà tutto il Dna dell’Ogm. Farei il parallelo con i pesticidi, la diossina e i rifiuti radioattivi, sostanze genotossiche che creano mutazioni (“inquinamento genetico”) con conseguenze sotto gli occhi di tutti. Gli Ogm aumentano l’inquinamento genetico a dismisura in chi se ne alimenta, con l’aggravante della diffusione, contaminazione e riproduzione dei geni modificati artificialmente, che sfugge al controllo. Necessitano lunghe ricerche sui pericoli per la salute e l’ambiente, e sono state pubblicate solo le prime evidenze, ma di sicuro è scientificamente impossibile l’innocuità degli Ogm, che sono i frutti di una tecnologia riduzionista intrinsecamente pericolosa in quanto:
- Producono sostanze sconosciute, con rischi negli individui sensibili. Ad esempio, l’integratore alimentare triptofano, prodotto da un microbo transgenico, ha ucciso decine di persone in USA e creato malattie permanenti in migliaia di vittime per una tossina secondaria imprevista. Lieviti transgenici per produrre birra, vino, sviluppano prodotti secondari della fermentazione a livelli mutageni. Il latte prodotto con ormoni geneticamente modificati, secondo Jeffrey M. Smith, ha aumentato in modo significativo i casi di cancro alla prostata e alla mammella. In Gran Bretagna, secondo lui, le allergie cutanee sono cresciute del 50% a causa della soia geneticamente modificata importata dagli Usa. Secondo Smith, i cibi Ogm provocano intossicazioni, allergie e possono causare anche il cancro. Sulle pagine del libro “Seeds of deception” (Semi dell’inganno), sottoposto anche all’attenzione della riunione ministeriale dell’Organizzazione per il Commercio Mondiale a Cancun, in Messico, Smith rivela come, nel processo per la creazione dei cibi Ogm, sia possibile il trasferimento negli organi umani di una categoria di geni, i cosiddetti promotori, che permettono di attivare il trans-gene. Questi geni sono considerati responsabili di imprevedibili effetti sulla salute, compresa la potenziale crescita di cellule pre-cancerogene.
- Hanno DNA “anomalo”, non completamente digeribile, con rischi di nuovi patogeni batterici e virali per scambio genico tra i microbi nell’apparato digerente (Mae Wan Ho: “Ingegneria Genetica”) e problemi sui villi intestinali che lo assorbono (Pusztay, The Lancet).
- Per la violenta “forzatura genetica” non sono stabili nel tempo, con conseguenti problemi di validità dei test di nutrizione. Ciò rende impossibile la dimostrazione di innocuità di un Ogm.
Ne consegue il principio scientifico di “non equivalenza” tra Ogm e specie di derivazione: il contrario di quello che affermano le multinazionali. Vanno definiti protocolli scientifici di valutazione dei rischi da commissioni indipendenti, i cui membri non abbiano contratti di alcun tipo con produttori o titolari di diritti su Ogm. I risultati degli studi devono essere pubblicati su riviste autorevoli: quello che non fa la Food and Drug Administration americana quando autorizza la vendita di Ogm. Ecco, nei confronti di questi rischi è accettabile secondo lei una soglia di tolleranza? Io penso che stiamo semplicemente perdendo l’istinto di conservazione della specie umana. 

Lei denuncia che il nuovo regolamento UE sull’etichettatura è una legalizzazione delle frodi perché di fatto saremo costretti a mangiare Ogm senza saperlo. Le soglie stabilite non sarebbero dunque una garanzia per il consumatore?
Le multinazionali del “mercato liberista” (che non ha nulla in comune con il “libero” mercato) vogliono vendere Ogm, impedendo la distinzione tra cibi artificiali (transgenici) e naturali, perché i sondaggi prevedono il fallimento commerciale dei prodotti che segnalassero contenuti di Ogm o derivati. Potenti lobby sono riuscite ad ottenere tre anni fa la cosiddetta “soglia di tolleranza” dell’1%, sotto la quale non si deve etichettare la presenza di Ogm “autorizzati in Europa”. E se finora nessuna etichetta si è vista sul mercato, mi spiegate perché dovrebbero apparire d’incanto, quando la “tolleranza” è rimasta praticamente la stessa a 0,9%? Inoltre, se oggi è possibile impedire presenze illegali di “Ogm non autorizzati nell’UE” con tolleranza zero, il nuovo regolamento prevede la soglia senza etichetta allo 0,5% anche per Ogm “non autorizzati in Europa” (provenienti chissà da dove) che saremo costretti a mangiare senza saperlo e soprattutto senza volerlo, visto che l’80% dei cittadini europei non ne vuol sapere di Ogm. Un modo per fare esperimenti direttamente sui consumatori.
Ma analisi e controlli rigorosi non scongiurerebbero questo pericolo?
Innanzitutto soglie di presenza senza etichette impediscono di evitare i rischi da Ogm, ovvero di individuare alimenti «Ogm free» al 100%. I pericoli degli Ogm non dipendono dalle quantità di assunzione, ma dalla presenza di geni che possono moltiplicarsi. Il diritto di libera scelta e completa informazione è sancito dai trattati sul commercio. Solo i prodotti biologici hanno “tolleranza zero Ogm” e, casualmente, in questi anni hanno moltiplicato i fatturati arrivando al 12% della superficie coltivata italiana, con una domanda molte volte superiore all’offerta. Un trend economico senza precedenti, nonostante i prezzi elevati per le speculazioni di nicchia a danno di produttori e consumatori. Ma la chiave della questione etichette è nel sistema dei controlli e mi spiego: l’analisi di presenza/assenza (PCR-Qualitativa) rileva ogni particella di Dna-Ogm, moltiplicato da enzimi sensibilissimi, con controlli semplici ed agevoli (con presenza si dovrebbe etichettare). L’analisi “quantitativa” è invece complessa, costosa ed imprecisa, perché la moltiplicazione del Dna dipende da molti parametri difficili da standardizzare, con elevati margini d’errore sulla reale percentuale di Ogm nel prodotto di partenza, il tutto amplificato dal fatto che i diversi laboratori non hanno perfettamente identiche condizioni di estrazione ed analisi del Dna. Introdurre una “soglia di tolleranza” consente di non etichettare praticamente nulla, in quanto le ditte possono contestare le “analisi di prima istanza” che rilevassero Ogm superiori alle soglie, e chiedere “revisioni” all’Istituto Superiore di Sanità, una sorta di “Corte di Cassazione” che spesso applica metodiche differenti e annulla di fatto il faticoso lavoro di repressione delle frodi. Il sistema di “legalizzazione delle frodi” con le “controanalisi” è tipico di molti problemi alimentari, quali le farine animali in zootecnia, BSE, ormoni, antibiotici e pesticidi per i quali, nonostante un referendum, non si è ancora stabilita la sommatoria dei residui che si possono trovare negli alimenti. E ci sono responsabili pubblici con nomi e cognomi di questo vero e proprio scandalo, che sopravvivono a tutti i governi.

 

Come giudica i commenti delle multinazionali e delle associazioni ambientaliste alla nuova normativa europea?

Le multinazionali fingono di lamentarsi… Incredibile, ma vero. Quando passò la soglia dell’1% almeno i toni erano diversi. E si trattava di pochi Ogm autorizzati prima del trattato di Maastricht, quando il “principio di precauzione” e dimostrazione di innocuità di fatto bloccò gli Ogm in Europa. Oggi invece si parla apertamente di togliere la moratoria precauzionale a fronte di presunte “chiare norme di etichettatura”. Purtroppo i leader ambientalisti negli ultimi anni si sono “modificati geneticamente” conducendo solo battaglie di retroguardia “per limitare i danni” diventando di fatto “paladini delle disfatte”. Ciò accresce il senso di impotenza che castra la volontà di cambiare le cose ognuno nel suo piccolo, dove si può fare invece moltissimo.
Oggi l’80% dei consumatori UE non vuole assumere cibi transgenici. Va chiesta la revoca di tutti gli Ogm, con “retroattività del principio di precauzione” e non una trattativa meschina sulla tolleranza accettabile senza etichetta, come quella condotta con Prodi prima del voto europeo, laddove l’emendamento degli ecologisti era per lo 0,5%, contro lo 0,9% approvato.
Il voto parlamentare non rispetta la sovrana volontà e libertà del popolo europeo. La presupposta impossibile produzione di alimenti e sementi 100% Ogm free è assolutamente fuori luogo in Europa, dove le coltivazioni transgeniche sono ancora vietate. La scusante del “tutto contaminato” per accettare tolleranze è la mistificazione più pericolosa perché può indurre le persone comuni a considerarle inevitabili.
Nel ‘99 a Seattle scienziati indipendenti e Ong come “Food First”, scesero in campo per dimostrare la possibilità di un “mondo ecologico”, ma gli ambientalisti non hanno saputo cogliere l’attimo troppo distratti dalla “politica inutile”, come quella descritta nella recente piece teatrale di Giorgio Celli sulla sua esperienza parlamentare europea.

Un recente sondaggio sull’opinione degli italiani ha evidenziato come sia cresciuta negli ultimi quattro anni l’ostilità verso gli Ogm, in particolare se destinati alla nostra alimentazione. Come reagiranno le industrie alimentari e i produttori?

Se le industrie applicassero tolleranza zero con criterio “presenza/assenza” potrebbero dichiararsi “Ogm free”, ma in base alle soglie di tolleranza se non si trovano etichette sugli scaffali, non vuol dire che non ci sono gli Ogm. Oggi è meglio acquistare alimenti direttamente dai produttori agricoli che, come dimostra la mobilitazione della Coldiretti (grande maggioranza) e di centinaia di migliaia di addetti del biologico, sono assolutamente contrari agli Ogm, più costosi, meno produttivi e sottoposti a “diritti sul raccolto”. Oggi la tradizione agricola tipica e biologica mediterranea, libera da Ogm, sta conquistando i mercati mondiali. Una sfida entusiasmante, se riusciremo a non farci bombardare dal polline transgenico che tutto contamina. Il 50% degli americani ha capito che si fanno grossi affari importando i nostri alimenti tipici e non esportando schifezze transgeniche.

 

Quali sarebbero, secondo lei, i criteri da seguire per rendere le etichette davvero “trasparenti”?

Fatta salva la necessità di una moratoria precauzionale europea sulla vendita di Ogm, in stile norvegese, per tutelare la libera scelta è necessaria una semplice modifica del regolamento indicando i contenuti in “tracce” degli Ogm importati, con diverse etichette senza tolleranze:
1. “Contiene Ogm o derivati”, nel caso di presenze note negli alimenti e mangimi in commercio.
2. “Contiene tracce di Ogm o derivati” nel caso di presenze involontarie rilevate da analisi qualitative di presenza/assenza. Le frodi vanno sequestrate e reinserite sul mercato dopo etichettatura.
3. Negli alimenti biologici e “Ogm free” (DOP, IGT) va mantenuta “tolleranza zero”, abolendo la deroga che consente mangimi non biologici nella bio-zootecnia e sementi non biologiche nella bio-agricoltura.
Questa è l’unica garanzia possibile per la tracciabilità degli Ogm e delle filiere Ogm free, come previsto dalle norme Europee.

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ALIMENTAZIONE E PREVENZIONE PER LA QUALITÀ DELLA VITA E DELLA SALUTE

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Le relazioni scientifiche presentate nel corso dei lavori del Congresso Internazionale “The Ageing Society”, riguardanti il contributo che una corretta alimentazione può dare alla complessiva qualità della vita di queste nostre società avanzate (anche in termini di età…), hanno tutte evidenziato la necessità di considerare la nutrizione come solo uno dei molteplici fattori che concorrono a determinare la qualità della vita complessiva dell’individuo.
Le nuove frontiere dell’alimentazione delle moderne civiltà opulente – emancipatesi dalla fame atavica, ma sempre più “cibo-dipendenti” a causa di nuove forme di psicopatologia da iperconsumo alimentare – si spingono ormai a “passare da una concezione del cibo come forma di sostentamento alla prospettiva di una tutela della salute attraverso alimenti selezionati, ma arricchiti e integrati e, soprattutto, adatti alle nuove esigenze delle prossime generazioni”.
La vita media già guadagna un decennio in due generazioni e progredisce ancora: la generazione di mio figlio (classe 2000) potrà probabilmente vivere fino a cent’anni e forse più, ma come sarà la sua salute? Cosa dovrà mangiare per realizzare al meglio questa sua potenzialità? All’aumento della vita media non corrisponde infatti un aumento della qualità della vita. Anzi…
Sono aumentate molte patologie, una volta sconosciute, come il cancro, le malattie cardiovascolari e quelle degenerative del sistema nervoso, con il risultato fin qui di avere un esercito di nonni per i quali sono necessari ingenti fondi per l’assistenza e le pensioni. Fra vent’anni anch’io farò parte di quel ¼ di italiani che avrà più di 65 anni – cioè circa 12 milioni di persone (di cui oltre 3 milioni che avrà più di 80 anni) con una disabilità di quasi il 50% sugli over 75enni (elaborazione CNR sui dati ISTAT) – e quindi è probabile che mio figlio, oltre a badare alla sua qualità di vita dovrà in qualche misura occuparsi anche di quella mia. Che futuro ci attende?
La scienza ci assicura che per allungare la vita bastano i farmaci e che per migliorarla occorre una corretta ed integrata alimentazione. Che cosa occorre fare allora?
Secondo il World Cancer Research Fund ? dei tumori è causato da un’alimentazione sbagliata, mentre è accertato che frutta e verdura possono prevenire fino al 30% dei casi di cancro. Ma chi ci garantisce la qualità di frutta e verdura? E chi quella della carne? E quella del pesce?
A questi interrogativi hanno cercato di dare qualche risposta i rappresentanti del mondo scientifico, accademico e produttivo intervenuti al Convegno, prendendo in considerazione alcune filiere particolari (olio; carne bovina; salumi; prodotti ittici).
La qualità e la tracciabilità delle produzioni alimentari sono diventate infatti una delle priorità nel sistema produttivo europeo che deve coinvolgere il mondo della produzione, la ricerca e le associazioni dei consumatori: l’integrazione di filiera è ormai un “must” dell’industria alimentare moderna se vuole davvero garantire la sicurezza del consumatore.
Uno studio ha esplorato le risorse che ci può offrire il mare: recentemente una larga parte della ricerca farmacologica è orientata allo studio di molecole estratte da organismi marini (sostanze con attività antibiotica, antifungina, antinfiammatoria, antitumorale potenzialmente importanti per la salute umana) molte delle quali in sperimentazione preclinica o clinica, ma di cui non è certo ancora possibile affermare l’efficacia.
Un’altra prospettiva che si apre è quella degli alimenti selezionati, arricchiti, integrati e soprattutto adattati a queste nuove esigenze di vita, come sostengono i massimi esperti della nutrizione. Una delle relazioni ha fatto il punto sulla sperimentazione delle patate “al selenio”: l’arricchimento con selenio della pianta, ottenuto mediante spray fogliare, ha permesso di aumentare il valore nutrizionale di questo alimento tipico della dieta mediterranea, rendendolo un "alimento funzionale" potenzialmente in grado di prevenire alcune patologie.
Un corretto regime dietetico ed un’attività fisica regolare con conseguente modifica degli stili di vita è la forma di prevenzione e forse, auguriamocelo, di cura più economica che la collettività si possa permettere, per evitare il collasso del sistema economico e l’azzeramento dello stato sociale.
Come nel più recente caso del problema del cambiamento climatico globale, anche per il più semplice problema del sovrappeso individuale il campanello d’allarme più sensibile si è dimostrato essere quello delle grandi compagnie di assicurazione: la prima evidenza fu segnalata, già nel 1959, dalle compagnie assicurative americane che rilevarono la stretta e progressiva relazione esistente tra aumento del peso corporeo, morbosità e mortalità e i conseguenti pesanti oneri economici per i costi diretti e indiretti dell’eccesso di peso.
Per rispondere a queste esigenze occorre dunque promuovere un progetto di informazione e di formazione a 360 gradi, affinché tutti siano consapevoli che il mantenimento del benessere psicofisico dell’individuo nella “terza” come nella “quarta” età, è l’espressione di un “percorso” che parte dall’infanzia.
Il che mi induce a pensare che io e mio figlio dovremo quanto prima “coltivare” insieme la lunga e paziente opera di dissodare un buon pezzetto di terreno ad orto ed aspettare che ciò che abbiamo “seminato” in gioventù dia buoni frutti.

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PUBBLICITÀ… A CARO PREZZO

Agronomo – Direttore della Rivista online Cultura e Natura - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. email Autore

 

Una volta le etichette degli abiti erano ben cucite all’interno di essi: oggi ci siamo trasformati in cartelloni pubblicitari, esibendo marche e slogan a volte perfino sulla nostra pelle, con i tatuaggi!
Vi siete mai chiesti perché l’opinione pubblica non dia mai segni di nausea rispetto all’orgia di pubblicità che invade la nostra esistenza quotidiana e che strabocca dai media tradizionali per invadere lo sport, i taxi, le facciate dei palazzi, gli spettacoli, tutto…
All’inizio la pubblicità tese prevalentemente a dare maggiori informazioni al consumatore sull’esistenza di un dato prodotto e sulle sue qualità. Con il passare degli anni gli spot pubblicitari, soprattutto quelli televisivi, hanno mirato, più che ad informare, a spingere l’individuo all’acquisto e a persuaderlo dell’importanza, nella sua vita, del possesso di beni (di consumo o di lusso) e, in particolare, a persuadere i potenziali acquirenti della necessità di comprare solo quel determinato prodotto. In una parola, a manipolare la mente degli esseri umani.
La scelta attenta del contesto, delle situazioni e dei protagonisti della piccola storia narrata costituisce ancora oggi il punto di forza del messaggio pubblicitario. Il consumatore, rapito dalle immagini dello spot, si sente partecipe dell’ambiente e delle situazioni ricreate, descritte o suggerite: acquistando quel determinato prodotto, diventerà protagonista della breve favola narrata sullo schermo.
L’efficienza della pubblicità non viene correlata alle vendite che ha generato, bensì alla valutazione d’impatto e di gradimento che viene attribuita alla pubblicità stessa dalle società che effettuano i sondaggi. Tecnicamente si potrebbe misurare l’incidenza dei costi pubblicitari sul consumo in base alle vendite realizzate. Non è questo il dato che preme agli inserzionisti, che preferiscono di gran lunga affidarsi alla propria strategia di comunicazione piuttosto che misurarsi con i dati del mercato. La pubblicità per loro non mira tanto ad un incremento delle vendite quanto alla diffusione di un’ideologia commerciale di cui è portatrice la marca. L’obiettivo delle cosiddette campagne istituzionali è venderci una certa mentalità piuttosto che un prodotto. Forse non è un caso che il sostantivo inglese “brand” (marca) lo ritroviamo nel verbo “to brand”, che significa “marchiare con un ferro rovente”.
Come scriveva Herbert Marcuse, la pubblicità «ha trasformato i lussi in vere necessità per ogni individuo, uomo o donna; chi non li acquisisce rischia la perdita del proprio status sul mercato competitivo, nel lavoro come nel tempo libero. E ciò, a sua volta, comporta per ciascuno il perpetuarsi di un’esistenza interamente votata a prestazioni alienanti, disumanizzanti, e quindi all’obbligo di ottenere un posto di lavoro che riproduca l’asservimento e il sistema di asservimento».
A questo proposito, Frédéric Beigbeder osserva: «In passato, la libertà d’espressione faceva paura alle dittature, che incarceravano gli scrittori, censuravano la contestazione, bruciavano i libri controversi. (...) Per schiavizzare l’umanità, la pubblicità ha scelto il basso profilo, il piglio morbido, la persuasione. Quello in cui viviamo è il primo sistema di dominio sull’uomo contro il quale anche la libertà è impotente. Anzi, il sistema punta proprio sulla libertà: è la sua più grossa trovata. Ogni critica gli offre un ruolo magnanimo. Ogni attacco rafforza l’illusione della sua melliflua tolleranza. Riesce a sottometterci con eleganza. Il sistema ha così raggiunto il suo scopo: la stessa disobbedienza è diventata una forma di obbedienza».
Tecnica di persuasione, ma al tempo stesso anche veicolo di ideologia, la pubblicità sa adornarsi degli abiti migliori della seduzione e mobilitare ogni risorsa della strategia del desiderio. Con la sua aria gioiosa e il suo simpatico slancio si rende accettabile e persino gradita ai più, al punto da far passare a volte per guastafeste chi cerca semplicemente di ricordare che, sotto le sue apparenze accattivanti, si tratta di pura e semplice propaganda, se non di una vera e propria macchina ideologica al servizio di un modello di società fondata sul capitale, sul mercato, sul commercio e sul consumismo.
La potenza degli investimenti pubblicitari è tale che da essi dipendono interi settori della vita economica, sociale e culturale. Questa è ormai la realtà nei settori dello sport e dei media, e in misura crescente anche nei campi della ricerca e dell’insegnamento, così come in quello della politica, che vi ricorre in maniera massiccia durante le campagne elettorali.
L’ambizione di manipolare le menti fin dentro le case è assurta quasi al livello di una scienza. Le tecniche di persuasione non hanno mai cessato di affinarsi per vincere la barriera del rumore, travalicare le migliaia di sollecitazioni pubblicitarie che ci aggrediscono ogni giorno, sconfiggere la nostra diffidenza e incastonare nella nostra mente un preciso messaggio.
Così non si bada a spese per accaparrarsi gli spazi pubblicitari più accattivanti, per mettere in mostra i propri prodotti, o meglio, il proprio brand.
Sapete quanto costa la messa in onda di uno spot di 30 secondi (dico: 30 secondi!) durante Milan –Inter? 40.000 euro! Trenta secondi nelle gare di motociclismo della categoria MotoGp (quella di Valentino Rossi, per intenderci) sono proposte a 45.000 euro.
Se poi vi piace Bonolis e ciò che propina al pubblico (“a prescindere”: pacchi o calcio non importa), il listino di Canale 5 chiede, sempre per 30 secondi, 85.000 euro. Il prezzo sale a 95.000 euro per la posizione di rigore, ovvero la prima e l’ultima del break pubblicitario, quella con più pubblico, che contempla le persone che, pur avendo l’abitudine di cambiar canale, attendono un attimo prima di praticare lo zapping, e le persone che, in ansia per quanto possa avvenire “in loro assenza”, ritornano con un po’ d’anticipo sulla rete appena abbandonata.
L’attesa spasmodica dell’italiano medio davanti al televisore in attesa delle immagini di sintesi della partita della sua squadra del cuore genera un tale interesse nelle aziende desiderose di pubblicizzare il proprio dentifricio o il pannolino per bambino da spingerle a pagare oltre 60.000 euro per uno spot di 30 secondi.
L’apoteosi dei prezzi ovviamente è raggiunta dagli spettacoli di varietà (leggasi “vanità) più attesi dal telespettatore: la puntata finale de “L’Isola dei Famosi” (120.000 euro per trenta secondi in uno dei 4 break pianificabili fra le 21,25 e le 23,30) oppure quella de “La Talpa” (50.000 euro) o l’attesissimo show di Celentano (135.000 euro per uno spot di 30” in pieno programma).
Molto più a buon mercato la pubblicità nei talkshow più gettonati dalla politica: poco più di 30.000 euro a prezzo di listino, sempre per i fatidici 30 secondi.
Se poi vuoi marchiare la mente del telespettatore in 30 secondi con la pubblicità del tuo adesivo per dentiere durante la serata finale di Miss Italia, c’è un’offerta speciale a 105.000 euro che prevede la ripetizione dello spot nei 4 break previsti a intervalli di trenta minuti fra le 21,30 e le 23,00.
Nei paesi sviluppati si valuta che il martellamento pubblicitario abbia più di 2.500 impatti per persona al giorno. Nel 1999 la televisione francese ha diffuso complessivamente sui suoi canali oltre 500.000 spot... In tali condizioni, questi messaggi hanno scarsissime possibilità di essere percepiti.
Scrive il comico Beppe Grillo tra il serio e il faceto: «Costringere tutti i cittadini, bambini e adulti, a ingurgitare migliaia di messaggi non richiesti è una performance che nessuna teocrazia né alcun regime totalitario erano mai riusciti a realizzare».
Per giunta quando ognuno di noi compra una merce pubblicizzata è costretto a pagare anche quel 5-10% di sovrapprezzo generato da campagne di marketing e di pubblicità spesso inutili, invasive, stupide o offensive.
Un’inchiesta ha confermato che l’85% di tutti i “consigli per gli acquisti” non raggiunge il pubblico al quale è rivolto. Per di più, un terzo del rimanente 15% provoca un effetto contrario a quello voluto (boomerang), per cui solo il 10% dei messaggi ottiene, in linea di principio, un effetto positivo. Ma in capo a 24 ore questa percentuale si riduce al 5% semplicemente perché il pubblico li dimentica. Il tasso di dispersione dei messaggi pubblicitari emessi raggiunge dunque il 95%!
Ma si sa, la pubblicità è l’anima del commercio e, come dicevano gli antichi (pubblicitari?), “gutta cavat lapidem”…

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