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I LIMITI MENTALI DELLO SVILUPPO INSOSTENIBILE

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«Senza una forte ventata di opinione pubblica mondiale, alimentata a sua volta dai segmenti più creativi della società – i giovani e l’“intellighenzia” artistica, intellettuale, scientifica, manageriale – la classe politica continuerà in ogni paese a restare in ritardo sui tempi, prigioniera del corto termine e d’interessi settoriali o locali, e le istituzioni politiche, già attualmente sclerotiche, inadeguate e ciò nonpertanto tendenti a perpetuarsi, finiranno per soccombere.»

Aurelio Peccei


Trenta anni fa queste riflessioni del fondatore del Club di Roma (prestigioso cenacolo di premi No-bel, leader politici ed intellettuali dedicatisi ad analizzare i cambiamenti della società contempora-nea) ammonivano i politici di tutto il mondo a fare qualcosa per affrontare i problemi sociali, am-bientali, culturali posti da una crescita economica apparentemente senza limiti. La presa di coscien-za che qualcosa dovesse essere fatto si concretizzò in quel lontano 1972 nella prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, cui parteciparono delegati di 113 paesi, e che portò alla creazione dell’UNEP, l’agenzia dell’ONU che si occupa delle questioni ambientali.
L’urgenza di fare qualcosa in più a livello politico si manifestò solo vent’anni dopo, nel 1992, con l’Earth Summit di Rio de Janeiro, cui parteciparono rappresentanti di oltre 178 paesi e 117 capi di Stato. Dopo altri 10 anni si è appena concluso a Johannesburg il Vertice sullo Sviluppo sostenibile, la più grande manifestazione mai organizzata dalle Nazioni Unite. La questione cui esperti e politici hanno tentato di rispondere è stata: cosa è stato fatto nei passati trent’anni per la tutela dell’ambiente e cosa occorre fare in futuro?


L’interesse per l’ambiente: coscienza contro distruzione?

Solo il verificarsi di grandi eventi catastrofici e la convocazione di queste grandi riunioni sembra ridestare il sopito interesse dell’opinione pubblica per la tutela dell’ambiente. Possiamo grossola-namente suddividere la popolazione mondiale in tre gruppi a seconda del sentimento prevalente e-spresso nei confronti della Natura che oscilla tra:
a) la venerazione per la Madre Terra (sentimento di rispetto proprio delle culture cosiddette “pri-mitive”, ripreso dai movimenti ecologisti contemporanei);
b) la grande apatia (J. Goodall, 2002) di gran parte della popolazione mondiale (dovuta probabil-mente ad una diffusa ignoranza su quale sia il “valore” - che qualcuno ha cercato anche di calco-lare in termini monetari - dei servizi che la natura fornisce al genere umano);
c) l’assenza di una coscienza individuale e di controlli sociali che pongono un individuo o un im-presa in grado di provocare involontariamente o deliberatamente dei danni ambientali impunemen-te.

a) L’idea che la Terra sia un “essere vivente” è antica quanto l’uomo. I nostri antenati, anche se non avevano sviluppato una tecnologia raffinata come la nostra, dimostravano di avere una comprensio-ne delle leggi della Natura semplice e profonda e, in un certo senso, più raffinata della nostra.
In tutte le mitologie del mondo i diversi popoli hanno sempre pensato che la porzione di universo da loro conosciuta fosse qualcosa di vivo: la foresta per i Pigmei, l’oceano per i Polinesiani, la monta-gna per i Tibetani, il deserto per i Tuareg e così via. Tale visione di “terra madre” è stata abbando-nata con l’Illuminismo e il prevalere della ragione ma, anche nel pensiero moderno e contempora-neo, non sono mai mancati richiami all’antica concezione, perfino a livello scientifico.
b) Fra i più, tuttavia, prevale l’oblio circa l’importanza della Natura per la sopravvivenza stessa dell’uomo. Anche in presenza di segnali inequivocabili di reazioni eclatanti in risposta ad interventi umani ormai divenuti globali, l’atteggiamento più diffuso è l’assuefazione o, peggio, il diniego. Il diniego consiste nel negare, nelle forme più svariate e ipocrite, l’esistenza di ciò che esiste e per giunta si conosce. Si tratta di un vizio antico ma, paradossalmente, la iperdiffusione dei mezzi di comunicazione odierni l’hanno reso esponenziale e scandaloso (Cohen, 2002). Il diniego, che all’origine era solo del potere politico, è passato, in forme variegate ad obnubilare la sensibilità del-la gente comune, non nella forma cinica e brutale di chi mente, ma in quella più morbida di chi non sa o finge di non sapere come vanno davvero le cose, o che comunque ritiene che non sia di sua competenza intervenire. Se il diniego politico è cinico, calcolato ed evidente, il nostro diniego di cittadini di fronte ai problemi ambientali, divenuto indifferenza, è disastroso perché toglie ogni spe-ranza a una possibile reazione e inversione del corso degli eventi: i fatti sono conosciuti ma non so-no percepiti come un elemento di “disturbo psicologico” o carichi di un imperativo morale ad agire. Ma così finiamo con il sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all’altruismo, al senso della comunità, l’indifferenza, l’ottundimento emo-tivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l’alienazione, l’apatia, l’anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città (Galimberti, 2002).
c) Nel peggiore dei casi poi, individui singoli o associati giungono involontariamente o deliberata-mente ad alterare gli equilibri naturali provocando quei fenomeni talvolta eclatanti e tristemente famosi che vanno sotto il nome di “inquinamento”.


Chi inquina? E perché si inquina?

Potrebbero sembrare delle domande ingenue, ma vale la pena di farle per chiarire come stanno le cose. La risposta in entrambi i casi è: chiunque non abbia una coscienza individuale e sia posto in grado di poterlo fare impunemente. Di solito si dice: «È l’industria che inquina». Ma è altrettanto vero che anche l’agricoltura inquina e che anche il cittadino comune inquina (riscaldamento dome-stico, traffico automobilistico, rifiuti). A fronte di risonanti grandi inquinatori, la grande massa dei piccoli ma numerosi inquinatori svolge un ruolo di entità analoga, se non superiore.
L’inquinatore inquina in quanto deve allontanare da se stesso i materiali (rifiuti) che procurano un danno immediato (economico, igienico, estetico, di ingombro, ecc.) nella maniera più economica possibile per se stesso, che consiste solitamente nello spostare i rifiuti al di fuori del proprio oriz-zonte di azione personale. Lo stesso fanno gli Stati: i Paesi sviluppati mandano i loro scarichi tossici nei Paesi in via di sviluppo; il Giappone manda le sue scorie nucleari in Inghilterra in attesa di tro-vare forse qualche altro pianetino dell’Universo dove spedirle per una.... soluzione finale. Ma al di fuori del proprio orizzonte personale d’azione si incontra quello del nostro prossimo, sul quale si ri-versa il costo di smaltimento (in termini di qualità ambientale) che noi abbiamo risparmiato.
Ecco così che, da un piano individuale, si passa a problemi di natura sociale più vasti. Per citare al-cuni esempi:
- tutti voglio l’elettricità e il gas in casa, ma nessuno vuole una centrale elettrica o un gasometro vicino a casa propria;
- tutti vogliono il servizio di fognatura e ritiro rifiuti, ma nessuno vuole un impianto di depurazione o un inceneritore oppure una discarica vicino alla propria abitazione o al luogo di villegiatura pre-scelto;
- tutti sanno che esistono lavori meno salubri di altri, che sono indispensabili per il nostro stile di vita, ma nessuno vuole per i propri figli tali lavori.
Si può concludere dicendo quindi che si inquina:
• per risparmiare soldi sui sistemi di allontamento e smaltimento dei rifiuti;
• per lo scarso valore che si attribuisce alla qualità dell’ambiente in relazione al godimento di altri beni che vengono privilegiati anche se agiscono negativamente sull’ambiente (automobili, moto-scafi, località turistiche affollate, ecc.)
• per ignoranza degli effetti dell’inquinamento sulla propria salute.
Per quanto si voglia allontanare da noi gli aspetti più “sporchi” del nostro modello di sviluppo, la globalizzazione ormai imperante fa sì che ciò che noi vogliamo far uscire dalla porta spesso ci si riaffacci in casa dalla finestra (la Gran Bretagna manda pesticidi banditi nel suo territorio nelle Fi-lippine per la coltivazione di frutti esotici che vengono poi esportati nei Paesi sviluppati, Inghilterra compresa, tanto per fare solo un esempio).
Ma se l’inquinamento è dannoso alla qualità della vita umana, non è insensato inquinare?
È sicuramente insensato il comportamento dell’inquinatore che procura un danno a se stesso e ai suoi familiari: solo la non conoscenza dell’entità e delle conseguenze del fenomeno giustifica infatti l’apparente disprezzo per il bene di persone che rivestono per l’inquinatore un grande valore affetti-vo. Qualora conscio di tale pericolo l’inquinatore non dovrebbe esitare a pagare i costi del disinqui-namento o di un diverso modo di produrre beni o un diverso stile di vita. 

 

Capire se e come il mondo è cambiato: la parola agli scienziati

Alcuni scienziati come Edward O. Wilson (sociobiologo dell’Università di Harvard) e Hal Mooney (ecologo dell’Università di Stanford) sono convinti che, specialmente negli ultimi dieci anni, l’umanità abbia molto più a cuore la sorte del pianeta anche in virtù dei progressi scientifici nella conoscenza delle dinamiche del nostro pianeta e dell’emanazione di apposite convenzioni interna-zionali che ha spostato l’attenzione sui problemi ambientali e che spinge ad elaborare strategie glo-bali con cui affrontarli. Sherry Rowland (chimico dell’atmosfera dell’Università di Irvine, Califor-nia) sottolinea altresì il fatto che, malgrado questi progressi, «quanto a modificare i nostri compor-tamenti, tutto è fermo a dieci anni fa».
Gli scienziati stanno collaborando come mai prima d’ora per proteggere il patrimonio biologico del-la Terra ed è ormai chiara a molti di loro la necessità di rendere le loro scoperte vincolanti sia per il grande pubblico sia per chi ci governa, dimostrando che con la conoscenza dei fenomeni naturali si possa arrivare alla previsione dei loro effetti più negativi per l’uomo e che quindi sia possibile adot-tare misure per ridurre i disagi. Ma tra gli scienziati sono anche in molti a pensare che solo l’impatto con eventi drammatici possa indurci a modificare i nostri comportamenti riguardo l’ambiente.


Le leggi dell’ambiente

La consapevolezza della gravità delle minacce ecologiche transnazionali e globali e della necessità di trovare delle contromisure, ha determinato negli ultimi decenni un aumento straordinario del nu-mero di accordi internazionali in questo ambito. Il diritto ambientale è la branca del diritto interna-zionale che ha registrato, soprattutto negli ultimi anni e spesso a seguito di eventi catastrofici, gli sviluppi più rapidi e notevoli.
Dal 1919 ad oggi il numero dei trattati internazionali è cresciuto in maniera esponenziale ed oggi sono circa 240. Oltre i 2/3 sono stati stipulati dopo la Prima Conferenza dell’ONU di Stoccolma del 1972. I 20 anni trascorsi poi tra la Conferenza di Stoccolma del 1972 a quella di Rio del 1992 hanno visto lo sviluppo di oltre 300 tra testi, regolamenti e leggi internazionali sull’ambiente, contenenti migliaia di disposizioni, il cui solo esame pone non poche difficoltà.
Quanto poi alla reale attuazione gli Stati si comportano un po’ come i singoli individui di fronte alla Legge: in genere si dimostrano estremamente restii a riconoscere pubblicamente le proprie respon-sabilità in tutti i settori della scena internazionale compreso l’ambiente. Il che si traduce nella mani-festa riluttanza con la quale gli Stati accettano di sottoporre le controversie ambientali che li riguar-dano ad un giudizio arbitrale presso la Corte Internazionale di Giustizia o presso altri organi di ga-ranzia. Gli Stati (ma anche le multinazionali o i singoli individui) preferiscono negoziare e inden-nizzare spontaneamente piuttosto che sottostare alle leggi di un tribunale e rischiare di creare un di-battito sulle proprie responsabilità.
Ed in questo senso si capisce perché ultimamente a livello internazionale sempre più si parli di co-dici di autoregolamentazione (per es. per le imprese multinazionali) attraverso cui accettare le rego-le più comode per sé piuttosto che di un Tribunale Internazionale dell’Ambiente di fronte al quale “lavare i propri panni sporchi”...
Anche sul piano nazionale la pletora di leggi ambientali rischia talvolta di favorire anziché preveni-re e combattere l’inquinamento. Per fare un esempio, negli USA una rete di nove agenzie governa-tive i cui budget sono controllati da ben 44 commissioni e sottocommissioni controlla gli oceani sta-tunitensi: una macchina lenta, priva di un’unica legislazione, che ostacola le procedure di salva-guardia delle aree marine in pericolo a causa dell’inquinamento. Per fare fronte al problema che si trascina da tempo, sono stati create altre due commissioni (sic!) che stanno esaminando l’attuale si-stema in ogni sua componente: dall’intricata struttura di controllo ai problemi del degrado dell’ecosistema, agli interessi economici legati alla viabilità delle acque e alle risorse petrolifere.
Insomma tra il legiferare ed il fare c’è di mezzo un ampio mare...


Controlli e punizioni

Come abbiamo visto il difficile non è fare le leggi, ma farle rispettare.
«Se si vuole una convivenza civile, attraverso regole condivise da tutti, bisogna fare in modo che tali regole vengano davvero rispettate. È molto difficile che ciò avvenga spontaneamente, per senso civico: crederlo sarebbe illusorio. Soprattutto quando si tratta non di singoli individui, ma di gruppi umani o di intere popolazioni» (P. Angela, 2000).
Un esempio paradossale in questo senso è rappresentato dalla posizione degli USA: nel 1990 la prima amministrazione Bush impose alle duecento principali centrali a carbone degli Stati Uniti di mantenere le proprie emissioni di biossido di zolfo entro una certa quota annuale, oltre la quale si rischiavano pesanti multe. Da allora i limiti sulle emissioni inquinanti vengono applicati in tutto il mondo, coinvolgendo anche ossidi di azoto, metano, polveri sottili e naturalmente i sei gas respon-sabili dell’“effetto serra”, con in testa l’anidride carbonica.
Oggi invece le prese di posizione della seconda amministrazione Bush sono quantomeno contraddit-torie: mentre sul piano politico militare internazionale esige adeguati controlli e minaccia severe punizioni a chi non rispetta i dettami dell’ONU, sul fronte ambientale si guarda bene dal sottoscri-vere documenti delle stesse Nazioni Unite che potrebbero solo lontanamente comportare “controlli e punizioni” sicuramente meno severe di quelle che il Pentagono intende infliggere all’Irak di Sad-dam Hussein.


Punizioni ma anche premi...

C’è anche un’altra strategia per orientare il comportamento sociale: riuscire a usare in modo creati-vo dei premi anziché delle punizioni è molto redditizio quando si tratta di agire sul comportamento umano. Del resto, gli psicologi sottolineano sempre i vantaggi dell’istituzione del premio rispetto alla repressione e alla punizione. Utilizzare il premio può risolvere in modo brillante situazioni for-temente conflittuali (P. Angela, 2000).
Sui gas a effetto serra gli USA hanno proposto di assegnare dei permessi per l’inquinamento che le aziende possano acquistare e vendere: prendiamo il caso di una centrale a carbone che sta consu-mando più rapidamente del dovuto la quota di biossido di zolfo (il gas responsabile delle piogge a-cide) assegnatale dal governo. Per ovviare al problema la centrale può rivolgersi a un “trader” di biossido di zolfo e acquistare le partite in più corrispondenti al suo fabbisogno, offerte sul mercato da altre centrali che sono riuscite a ridurre le loro emissioni più del dovuto.
In questo modo tutti hanno dei vantaggi: il compratore evita la multa e quindi risparmia, il venditore ci guadagna e l’inquinamento diminuisce, da un lato perché l’Ente federale per l’ambiente di anno in anno abbassa le quote, dall’altro perché la possibilità di vendere il surplus è un potente incentivo a ridurre le emissioni. Negli USA la produzione complessiva di biossido di zolfo negli ultimi 10 an-ni è significativamente calata anche grazie a questi scambi di quote sui mercati finanziari.
L’idea potrebbe essere applicata ad altri aspetti della tutela ambientale.
Le foreste e i suoli agricoli assorbono anidride carbonica e in tal modo frenano il riscaldamento globale. Se le foreste e le comunità agricole potessero ricavare denaro in cambio dello “smaltimen-to” dell’anidride carbonica, avrebbero un ulteriore incentivo a difendere tali risorse e un’altra fonte di guadagno. In tal modo, per esempio, aziende produttrici di energia europee, americane o giappo-nesi, pagando gli abitanti dei villaggi africani in modo che questi salvaguardino meglio i loro patri-moni forestali, acquisirebbero dei “crediti” ambientali spendibili sul mercato internazionale.
Non tutti però sono così entusiasti: alcuni temono che, trasformando le risorse naturali in una mac-china per fare soldi, le multinazionali potrebbero sostituirsi agli abitanti di quei villaggi, magari piantando grandi appezzamenti di monocolture geneticamente modificate a crescita ultrarapida, per massimizzare la rendita e così si finirebbe per derubare ancora una volta i più poveri e l’ambiente.
Per evitare questi rischi molti chiedono anche un bastone insieme alla carota cioè la stipula di un accordo sulla responsabilità di impresa che esiga dalle aziende l’adesione a precisi impegni ambien-tali e sociali (F. Pearce, 2002).


“Carote” per alcuni, “bastoni” per tutti...

Purtroppo ultimamente le “carote” sembrano scarseggiare e quindi si tende a riservarle ai propri e-lettori... .
A Johannesburg, al di là dei cinque “temi chiave” all’ordine del giorno (acqua, biodiversità, energia, agricoltura, salute), i veri temi caldi di negoziato (o conflitto) politico, formale o dietro le quinte, sono stati il commercio mondiale, i sussidi agricoli, gli investimenti privati e gli aiuti internazionali allo sviluppo.
Ricorderete il recente viaggio in Africa, largamente propagandato, della strana coppia Bono (leader del complesso musicale U2) - Paul O’Neill (Ministro del Tesoro statunitense). Quest’ultimo, dopo aver visto da vicino le condizioni in cui versa il Continente Nero, così dichiarava: «L’unica speran-za di pace e prosperità per il continente è l’abbattimento delle barriere commerciali» (T.C. Fi-shman, 2002). A ciò ha fatto seguito la recente approvazione da parte dell’amministrazione Bush di nuovi sussidi per i coltivatori di cotone statunitensi, una misura che contribuisce a diminuire i prezzi mondiali della materia prima, colpendo le economie dei paesi africani che dipendono dalla coltiva-zione ed esportazione del cotone.
Ma così facendo lo scarto fra le intenzioni dichiarate e i comportamenti reali, fra l’enormità dei problemi cui si promette una soluzione e l’esiguità degli sforzi poi messi in campo, può soltanto ag-gravare la rabbia dei contestatori.
In un recente incontro dal titolo “Dopo il Vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile di Johanne-sburg: quali impegni e quale ruolo della società civile mondiale nel contesto delle Conferenze In-ternazionali delle Nazioni Unite” Gianfranco Bologna del WWF Italia sottolineava l’esiguità degli investimenti internazionali a favore dell’ambiente (325 milioni di dollari) annunciati a Johanne-sburg se confrontati con i calcoli dello scienziato Norman Myers secondo cui i governi finanziano azioni contrarie all’ambiente per 2000 miliardi di dollari all’anno!
Questo sentimento di impotenza e di ingiustizia non può certamente giustificare l’uso dei “bastoni” ma giustifica quantomeno la domanda: a che servono incontri internazionali che si pongono obietti-vi irrealistici, ai quali per giunta si dà poco spazio effettivo alle istanze della società civile e dove gli unici che hanno i mezzi per fare qualcosa si presentano senza un progetto comune e con nessuna intenzione di tirar fuori i soldi necessari?
Il Segretario Generale dell’ONU in occasione del Civil Society Forum di Johannesburg ha afferma-to che «la società civile occupa uno spazio unico nel quale nascono idee, all’interno del quale si modificano gli schemi mentali e dove non ci si limita a parlare di conservazione e sviluppo ma si opera attivamente per raggiungerli». Ha inoltre ricordato ai gruppi appartenenti alla società civile quanto egli faccia affidamento su di loro: «Voi avete la capacità di mantenerci sempre vigili - ha detto - di fare pressione e di dire e fare cose che noi non osiamo».
Un altro bell’esempio di “carota”? Forse...
Il dibattito sull’utilità di questi megavertici delle Nazioni Unite è all’ordine del giorno soprattutto nelle agende delle Organizzazioni non governative (Ong) che percepiscono ormai con chiarezza come le grandi decisioni sui temi mondiali siano sempre più prese in altri consessi (G8, Organizza-zione Mondiale del Commercio; Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale) rappresentativi esclusivamente degli interessi del grande capitale.
Ma al tempo stesso, di fronte a questi processi involutivi dei valori della politica e della democrazia internazionale, si assiste al crescere di una nuova tendenza: la mobilitazione dei cittadini (Lembo, 2002).


Una umanità capace di futuro

Forse non si dovranno aspettare altri 10 anni per verificare quanto di buono saranno in grado di rea-lizzare coloro che hanno preso impegni per il nostro futuro comune.
Certamente le scelte dei “grandi” possono influire e condizionare le scelte di tutti: sarebbe ingenuo non pensarlo. Eppure se una coscienza diversa inizierà a farsi strada, se uno sguardo più saggio e coraggioso caratterizzerà il nostro rapporto con il pianeta, noi inizieremo a vivere meglio e a veder vivere meglio chi sta intorno a noi.
«I nostri rapporti con il mondo dipendono in maniera cruciale dalla nostra visione di noi stessi»: questa frase del Premio Nobel Amartya Sen coglie bene la sfida che ognuno di noi dovrà intrapren-dere in primis con se stesso.
La nostra presa di coscienza individuale è il primo presupposto per la nascita di una coscienza pla-netaria, attenta alla salvaguardia dei diritti fondamentali dell’uomo e dell’ambiente.
Tutto ciò passa attraverso la comprensione del valore della vita di ogni individuo, delle immense potenzialità che ognuno può esprimere, della forza che scaturisce da una chiarezza degli obiettivi di vita da realizzare, della potenza della consapevolezza per la realizzazione di un fine comune ad altri individui. 

 

Se noi inserissimo gli interessi dell’uomo in un diagramma spazio-tempo (vedi figura) dovremmo ammettere che solo pochi hanno una prospettiva realmente globale, estesa ai vari e complessi pro-blemi dell’intero mondo in un futuro non troppo vicino (G. Bologna, P. Lombardi, 1986).
Eppure l’accelerazione impressa dallo sviluppo scientifico-tecnologico, soprattutto nel campo dell’informazione, fa sì che siano sempre più numerosi coloro che possono accedere a tale consape-volezza.
La storia ha dimostrato più di una volta che un singolo individuo o un piccolo gruppo possono apri-re gli occhi alla gente sull’importanza di una questione e mettere in moto grandi cambiamenti nel percorso di una società.

 

 

VERTICE MONDIALE SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Principali contenuti del Piano di attuazione approvato dal vertice di Johannesburg

Il Piano di attuazione adottato nella notte del 3 settembre è composto da 10 capitoli e da 148 para-grafi. Sono indicati di seguito i principali contenuti del Piano.

 

PRINCIPI


Conferma del principio 15 della Dichiarazione di Rio Approccio precauzionale.
Conferma del principio 7 della Dichiarazione di Rio Responsabilità comuni ma differenziate tra Pa-esi industrializzati e Pesi in via di sviluppo.

 

OBIETTIVI E SCADENZE

Diritti umani - Promozione e rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, che assumono il ruolo di criterio essenziale nelle strategie per la riduzione della povertà, la protezione della salute, la conservazione e gestione delle risorse naturali.
Promozione dell’accesso delle donne, sulla base di un principio di uguaglianza, a tutti i processi de-cisionali, ed eliminazione delle forme di discriminazione e violenza contro le donne.
Impegno ad adottare misure immediate ed efficaci per eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile, ed adottare strategie per l’eliminazione di tutte le forme di lavoro minorile contrarie agli standards internazionali.
Riconoscimento degli standard e dei principi stabiliti dalla Organizzazione Internazionale del Lavo-ro (ILO) per la protezione dei diritti dei lavoratori.
Lotta alla povertà - Conferma dell’obiettivo della “Dichiarazione del Millennio” di dimezzare entro il 2015 il numero di persone con un reddito inferiore ad 1 US $.
Protezione della salute - Promozione e rafforzamento dei programmi e delle misure per assicurare la diffusione e l’accesso ai servizi di assistenza sanitaria di base.
Riduzione di due terzi, entro il 2015 rispetto ai dati del 2000, la mortalità infantile al disotto di 5 anni.
Ridurre di tre quarti, entro il 2015 rispetto ai dati del 2000, la mortalità da parto.
Ridurre del 25% entro il 2005 nei paesi maggiormente colpiti ed entro il 2010 globalmente, il nu-mero dei malati di AIDS di età compresa tra i 15 e i 24 anni.
Eliminazione del piombo dalle benzine, dalle vernici e da tutte le possibili sorgenti di contamina-zione, per prevenire le malattie connesse all’inquinamento da piombo.
Acqua potabile - Dimezzare entro il 2015 il numero di persone che non hanno accesso all’acqua po-tabile e purificata.
Adottare entro il 2005 i piani per la gestione integrata ed efficiente delle risorse idriche;
Sostanze chimiche - Impegno per l’entrata in vigore, entro il 2004, della Convenzione delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle sostanze organiche persistenti (POPs) e in particolare per l’eliminazione dei pesticidi.
Perseguire l’obiettivo di eliminare le produzioni e gli usi delle altre sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per la salute entro il 2020 (minimizzare gli impatti).
Biodiversità - riduzione significativa della perdita di biodiversità entro il 2010.
Protezione degli oceani e pesca - Promozione della applicazione dell’”approccio ecosistemico” per la protezione della biodiversità marina.
Adottare le strategie e le misure necessarie per la generalizzare le pratiche della pesca sostenibile entro il 2012.
Avviare dal 2004 una regolare attività di monitoraggio e valutazione dello stato dell’ambiente mari-no.
Energia - Aumento significativo della quota di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e promozione delle tecnologie a basso impatto ambientale.
Progressiva eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili che hanno effetti negativi sull’ambiente.
Monitoraggio e coordinamento delle iniziative per la promozione delle fonti rinnovabili.
Impegno volontario dei paesi dell’Unione Europea, e di altri paesi, per aumentare la quota di ener-gia rinnovabile nella produzione mondiale di energia.
Cambiamenti Climantici - Conferma degli obiettivi della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, e in particolare della stabilizzazione, a livelli non pericolosi per l’equilibrio del clima, della concentrazione in atmosfera di anidride carbonica e degli altri gas-serra.
Appello ai paesi che non hanno ancora ratificato il Protocollo di Kyoto, per la ratifica in tempi bre-vi.

 

MODELLI SOSTENIBILI DI PRODUZIONE E CONSUMO

Promuovere lo sviluppo di programmi quadro decennali per la realizzazione di iniziative finalizzate alla modificazione dei modelli di consumo e di produzione non sostenibili.
Individuare politiche, misure e meccanismi finanziari per sostenere i modelli di consumo e produ-zione sostenibili.
Promuovere e diffondere procedure di valutazione di impatto ambientale e di “ciclo di vita” dei prodotti, anche al fine di incentivare quelli più favorevoli per l’ambiente.

 

FINANZIAMENTI


Istituzione di un fondo mondiale per la solidarietà a carattere volontario.
Conferma degli obiettivi sull’Aiuto pubblico allo sviluppo (ODA) concordati a Monterrey.
Riduzione del debito dei paesi in via di sviluppo attraverso la cancellazione o alleggerimento (debt relief e debt cancellation) e rafforzamento dell’iniziativa a favore dei paesi poveri fortemente inde-bitati (heavily indebtted poor countries - HIPC).
Utilizzo dei “debt swaps” per riconvertire il debito in attività a sostegno dello sviluppo sostenibile.
Conferma dell’impegno per il rifinanziamento della Global Environmental Facility, e impegno vo-lontario integrativo dell’Unione Europea per un ulteriore finanziamento di 80 milioni di Euro.

 

COMMERCIO

Avvio della riforma del sistema dei sussidi al commercio internazionale, che hanno effetti negativi sull’ambiente, ovvero riduzione delle facilitazioni commerciali per i prodotti che non favoriscono lo sviluppo sostenibile.
Coordinamento tra Organizzazione Mondiale del Commercio e Accordi Ambientali Multilaterali per favorire la promozione nei mercati internazionali dei processi e dei prodotti “sostenibili”.

 

GOVERNANCE

Assicurare la promozione della trasparenza e dell’efficienza delle forme di governo e della gestione delle risorse, anche attraverso la realizzazione di infrastrutture per l’accesso alla informazione (E-government)
Adozione delle strategie nazionali per l’attuazione dell’Agenda 21, entro il 2005.

 

PARTNERSHIPS

(progetti in cooperazione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, con la partecipazione di im-prese private, istituti finanziari, associazioni non governative, agenzie delle Nazioni Unite)
Avvio dei progetti inseriti nella lista accettata dalle Nazioni Unite, e monitoraggio sulla loro attua-zione.
I 562 progetti ammessi fanno riferimento a 12 aree di intervento:
Riduzione della povertà;
Promozione di modelli sostenibili di produzione e consumo;
Conservazione e gestione delle risorse naturali e della biodiversità;
Promozione delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica;
Purificazione delle acque e gestione intergrata del ciclo idrico;
Protezione ed estensione delle foreste;
Governance in un sistema globalizzato;
Promozione della salute;
Sviluppo sostenibile nelle piccole isole;
Sviluppo sostenibile nell’Africa;
Trasferimento ai paesi in via di sviluppo di competenze e tecnologie innovative per consolidare le capacità di gestione e governo delle risorse;
Supporto alla realizzazione di modelli di commercio compatibili con le Convenzioni e i Protocolli internazionali.
Le risorse finanziarie messe a disposizione per l’avvio dei progetti ammontano a circa 1500 milioni di Euro. I progetti sono predisposti in modo tale da rappresentare un volano per un “ciclo” di inve-stimenti aggiuntivi.

Corrado Clini
Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio
Direzione per la protezione internazionale dell’ambiente

 

Bibliografia

AA.VV. (1972): I limiti dello sviluppo. Mondadori
G. Bologna, P. Lombardi (1986): Uomo e ambiente. Gremese Editore
P. Angela (2000): Premi & punizioni. Mondadori
F. Pearce (2002): La Terra da salvare. Internazionale, n. 451
T.C. Fishman (2002): Harper’s Magazine, agosto 2002
J. Goodall (2002): The Power of One. Time Special Report “How to save the Earth”. September 2, 2002
S. Cohen (2002): Stati di negazione. Carocci.
U. Galimberti (2002): Non mi piace e non lo vedo. In “La Repubblica”, 5 settembre 2002
R. Lembo (2002): Le fatiche della politica. Solidarietà Internazionale, n. 3 maggio-giugno 2002

 
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