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NOBEL DELL’ECONOMIA… ALLA NATURA!

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Tutti i popoli in tutte le società dipendono dalla Natura per la propria sopravvivenza: senza acqua pulita, senza suoli fertili e senza diversità genetica delle piante e degli animali, la specie umana non può sopravvivere. Ma l’uomo di oggi è accecato dal mito del denaro facile, dell’economia trainante, dei nuovi mercati asiatici, dell’interesse economico a breve realizzo, e in nome di questi “valori” è pronto a dilapidare il “capitale” che la Natura gli ha offerto gratuitamente!

 

I beni della Natura che stiamo dilapidando

È urgente guardare in faccia la realtà. Circa due terzi dei servizi forniti dalla Natura al genere umano sono in declino e il degrado dei servizi degli ecosistemi rappresenta una vera e propria perdita del capitale naturale di cui l’uomo può disporre. Per i nostri figli si profila un futuro polveroso, fatto di carenza d’acqua e di pochi pesci negli oceani, di aria irrespirabile, terreni maltrattati e cambiamenti di clima. In molti casi, il danno è stato fatto e il tempo è scaduto. Ma qualcosa si può ancora fare per invertire la rotta.
Negli ultimi 50 anni, gli esseri umani hanno modificato gli ecosistemi naturali più che in qualunque altro periodo della nostra storia, al punto che questi ecosistemi presto non riusciranno più a fornire ciò che permette la nostra vita sul pianeta: cibo, acqua, aria respirabile, legno, combustibile e così via. In altre parole, «la capacità degli ecosistemi di sostenere le future generazioni non può più essere presa per certa». Questo sostiene e argomenta, con dati e analisi approfondite, il rapporto diffuso recentemente dalle Nazioni Unite. Un «mega» rapporto: il Millennium Ecosystem Assessment è il risultato di cinque anni di lavoro di 1.360 esperti di tutto il mondo, con la partecipazione di Nazioni Unite, Banca Mondiale, IUCN. Con presentazioni nelle maggiori capitali del pianeta (a Roma è stato presentato congiuntamente dalla FAO e dal WWF), il board di scienziati che ha coordinato questo lavoro ha illustrato le sue conclusioni, riassunte in un titolo: «stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi».La novità di questo rapporto non risiede tanto nelle analisi e nei dati, anche se non era mai stato messo insieme un compendio così ampio delle conoscenze disponibili sullo stato del pianeta e il declino degli ecosistemi, risiede piuttosto nella sua prospettiva e nella sua ambizione politica. La prospettiva: definisce e misura gli ecosistemi in termini di “servizi” che forniscono agli umani, ovvero i benefici tratti dalla natura (cibo, acqua, legno, fibre, carburante, ecc.) e anche la capacità di foreste e mari di regolare il clima, la capacità delle coste di proteggere dall’erosione di onde e cicloni, fino ai “benefici culturali”, estetici, ricreativi.L’idea è che «gli umani sono al centro degli ecosistemi globali, ne dipendono, e con le loro azioni ne modificano il funzionamento», ha spiegato alla presentazione del Rapporto Prabhu Pingali, direttore della Divisione agricoltura e sviluppo presso la FAO a Roma. Gianfranco Bologna, direttore scientifico e culturale del WWF Italia, l’ha messa in altri termini: la salute degli ecosistemi naturali e quella degli ecosistemi umani (che ne dipendono) sono interdipendenti (M. Forti, 2005).La prima conclusione cui sono giunti gli scienziati è che circa il 60% dei servizi forniti dagli ecosistemi, cioè i benefici che offrono agli esseri umani – acqua, cibo, pesca, regolamentazione del clima, per citarne alcuni – sono degradati o utilizzati in modo insostenibile. Fornire cibo, acqua, energia e materiali a una popolazione in continua crescita ha comportato un prezzo altissimo per i complessi sistemi di piante, animali e processi biologici. Presto toccherà a noi uomini provvedere a pagare i costi altissimi di servizi fin qui forniti gratuitamente dalla natura: saremo in grado di farlo? E con quali stratagemmi economici? Basterà un po’ di “finanza creativa”?

 

Cicale e formiche

Oggi sono soprattutto i Paesi industrializzati a beneficiare di queste risorse naturali. Ma nel futuro i “servizi” resi dall’ambiente saranno sempre meno disponibili. In un’intervista a Radio Vaticana (A. Lomonaco, 2005) il prof. Riccardo Valentini dell’Università della Tuscia (membro del Board del Millennium Ecosystem Assessment) ammoniva: «In questo momento noi siamo delle “cicale”: stiamo utilizzando le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Il grido d’allarme di questo rapporto, quindi, è molto chiaro: se non si inverte la tendenza del declino ambientale, ci ritroveremo nel futuro con problemi molto gravi. Problemi che non riguardano soltanto i paesi poveri. Questa emergenza ritornerà come un boomerang anche nei paesi industrializzati. L’uso insostenibile delle risorse aumenta il divario tra paesi ricchi e paesi poveri.»«I problemi con cui dobbiamo fare i conti - perdita di biodiversità, scarsezza d’acqua, degrado delle terre aride - potrebbero peggiorare in modo significativo nei prossimi 50 anni se non si interverrà subito», avverte il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf. E continua: «Siamo responsabili non solo verso noi stessi, ma soprattutto verso i poveri del mondo». Il rapporto mette in luce, infatti, che sono le popolazioni più povere quelle che subiscono maggiormente gli effetti dei cambiamenti nell’ecosistema.
E il declino nella capacità degli ecosistemi di fornire “servizi” sarà il principale ostacolo a realizzare gli obiettivi di sviluppo che si è data l’Assemblea dell’ONU nel 2000 (noti come «Obiettivi di Sviluppo del Millennio», da raggiungere entro il 2015): “problemini” come la sconfitta della fame e della povertà, l’accesso alla salute e all’istruzione, che chiamano in causa una non più procrastinabile cooperazione tra i popoli.

 

Perfino l’economia si evolve: da “Homo homini lupus” a… gregge di pecore!

Di tanto in tanto, animali e persone si aiutano l’un l’altro senza che chi presta aiuto ne tragga un chiaro vantaggio. Come può essersi evoluto un comportamento del genere?

Gli esseri umani e alcuni animali (pesci, pipistrelli, delfini, molte scimmie) condividono un’eredità di comportamenti economici, tra cui la cooperazione, lo scambio di favori reciproci e la rabbia nel trovarsi a corto di risorse. Eppure l’economia classica considera gli individui dei massimizzatori di profitto guidati da puro egoismo. Per dirla con le parole del filosofo inglese Thomas Hobbes (quello di “Homo homini lupus”), «si presume che ogni uomo persegua naturalmente ciò che è bene per lui stesso, e ciò che è giusto invece solo a beneficio della Pace, e in modo fortuito».In questa visione, tuttora predominante, la socialità non è che un’appendice, un “contratto sociale” che i nostri antenati stipularono per i vantaggi che presentava e non perché si sentissero reciprocamente attratti. Ma dal punto di vista della biologia questa ricostruzione immaginaria è quanto di più sbagliato si possa pensare. Noi discendiamo da una lunga linea di primati che vivevano in gruppo, e ciò significa che siamo naturalmente dotati di un forte desiderio di andare d’accordo e trovare partner con cui vivere e lavorare.
Questa spiegazione evolutiva delle ragioni per cui interagiamo sta guadagnando credito grazie a una nuova linea di ricerca, nota come behavioral economics, o economia comportamentale, che si concentra sul comportamento umano reale, invece che sulle forze astratte del mercato, quale guida per comprendere i processi decisionali. Questa nuova disciplina sta sfidando, e modificando, il “modello standard” della ricerca economica, secondo cui gli esseri umani basano le scelte economiche su processi di pensiero razionali.
Nel 2002 la scuola è stata ufficialmente riconosciuta con un premio Nobel condiviso da due dei suoi fondatori: Daniel Kahnemann, psicologo alla Princeton University, e Vernon L. Smith, economista alla George Mason University. Nei loro studi hanno analizzato il modo in cui gli esseri umani effettuano una scelta quando sono alle prese con l’incertezza e il rischio. Gli economisti classici avevano pensato alle decisioni umane in termini di vantaggio atteso: la somma dei profitti che le persone si aspettano di ricavare da un evento futuro moltiplicata per la sua probabilità di accadere. Gli studi di Kahnemann e Smith hanno dimostrato che le persone sono molto più spaventate dalle perdite di quanto siano attratte da potenziali profitti, e che in genere seguono… il gregge.
L’esplosione della bolla speculativa del mercato azionario del 2000 è un potente esempio: il desiderio di comportarsi come gli altri può aver portato gli investitori a pagare le azioni molto di più di quanto avrebbe fatto un agente puramente razionale.

 

Economia… bestiale

L’economia comportamentale animale è una disciplina giovane, che offre sostegno alle nuove teorie dimostrando che tendenze economiche e attività umane fondamentali, come la reciprocità, la divisione dei profitti e la cooperazione, non sono limitate alla nostra specie. Si sono probabilmente evolute in molti animali per le stesse ragioni per cui si sono evolute in noi: affinché gli individui traggano il massimo vantaggio l’uno dall’altro senza mettere in pericolo gli interessi comuni alla base della vita collettiva. Sia lo scambio di beni e servizi nelle economie umane sia le interazioni tra gli animali sono influenzati dalle dinamiche di domanda e offerta.
Quando ogni individuo cerca di conquistare i partner migliori e contemporaneamente mette in vendita i propri servizi, l’ambito in cui si estrinseca la reciprocità diventa quello della domanda e dell’offerta, che è precisamente ciò a cui si riferiscono Ronald Noe, dell’Università Louis Pasteur di Strasburgo, e Peter Hammerstein, della Humboldt di Berlino, con la loro “Teoria del mercato biologico”. Questa teoria, applicabile in tutti i casi in cui i partner commerciali possono scegliere con chi trattare, afferma che il valore delle merci e dei partner varia in relazione alla loro disponibilità. Peraltro le trattative di esseri umani e animali si basano su reazioni emotive, come l’indignazione nel caso di accordi non equi.
Rifiutare un compenso inadeguato – cosa che fanno le scimmie e anche gli esseri umani – è contrario alla logica dell’economia tradizionale. Se l’unica cosa che conta fosse la massimizzazione del profitto, si dovrebbe prendere ciò che si può senza lasciare interferire l’indignazione o l’invidia. Gli economisti comportamentali, d’altra parte, presuppongono che l’evoluzione abbia selezionato emozioni che preservano lo spirito di cooperazione e che queste emozioni influenzino fortemente il comportamento. Nel breve termine, preoccuparsi di ciò che ricevono gli altri può sembrare irrazionale, ma nel lungo periodo fa sì che gli altri non approfittino di noi. Scoraggiare lo sfruttamento è fondamentale ai fini di una cooperazione continuativa. Questo spiega perché gli esseri umani si proteggano da opportunisti e sfruttatori costruendo relazioni di amicizia con partner – come i coniugi e i buoni amici – che hanno superato la prova del tempo. Una volta che abbiamo stabilito di chi fidarci, tendiamo ad allentare le regole. Solo con partner più distanti conserviamo dei registri mentali e reagiamo pesantemente agli squilibri, definendoli “ingiusti”.
La teoria del mercato biologico offre un’elegante soluzione al problema dei profittatori, che ha a lungo preoccupato i biologi, dato che i sistemi di reciprocità sono ovviamente vulnerabili a chi prende piuttosto che dare. I teorici spesso suppongono che i trasgressori vengano puniti, anche se questo non è ancora stato dimostrato per gli animali. Ma i truffatori possono essere rimessi a posto in modo più semplice. Se ci sono più partner tra cui scegliere, basta abbandonare le relazioni insoddisfacenti e sostituirle con quelle che offrono più vantaggi. I meccanismi del mercato sono più che sufficienti a mettere al bando i profittatori. Anche nelle nostre società diffidiamo di chi prende più di quanto dia (F.B.M. de Waal, 2005).

 

I tanti modelli economici delle società umane

Le fondamentali necessità del sostentamento esigono da ogni società umana la continuata esplicazione di attività più o meno complesse, per assicurarsi anzitutto il cibo e una serie di altri beni indispensabili alla vita. Tali attività vengono comunemente definite economiche. Nella società occidentale moderna la quotidiana esperienza ci dice quali siano i fenomeni che possono essere qualificati economici. Tuttavia in qualunque società (e in particolar modo nelle comunità “arretrate”) il fattore economico non è circoscritto a un solo e specifico settore della cultura, ma li pervade tutti. I bisogni umani non sono infatti limitati alle sole esigenze della materiale sopravvivenza: essi abbracciano anche la sfera sociale e spirituale. (V. L. Grottanelli, 1965)
Il soddisfacimento di un bisogno (inteso come “mancanza”) e le relative priorità acquistano valori differenti a seconda delle culture umane, anche se è ovvio che esistono bisogni primari immediati legati alle esigenze biologiche, avvertibili attraverso stimoli fisiologici: nutrimento, riproduzione, difesa dall’ambiente (freddo, caldo, intemperie, ecc.). Questi bisogni sono indipendenti dalla cultura: quello che varia è la tipologia di risposte che le popolazioni umane danno allo stesso stimolo.
Totalmente legati alla cultura che li produce sono invece i bisogni non primari di due categorie: mediati e integrativi. I bisogni mediati sono quelli direttamente connessi al soddisfacimento dei bisogni primari, quali il sistema tecnologico di arco e frecce (o di zappe e fertilizzanti) necessario per ottenere direttamente il cibo. Bisogni mediati sono anche la necessità di cooperazione e di culto, talvolta ritenuti indispensabili per l’espletazione di una certa attività economica. I bisogni integrativi possono essere, per esempio, il senso di appartenenza al gruppo sociale, lo svago, il gioco, l’arte e altre forme di piacere.
L’economia non include solo il momento dell’acquisizione o produzione dei beni, ma anche le fasi successive della loro distribuzione e consumo che sono inestricabilmente collegate alle varie forme culturali. Possiamo dire che, mentre è impossibile isolare un settore meramente economico nel complesso delle attività delle popolazioni umane, esiste un aspetto economico in quasi ciascuna di esse. In questo senso non esiste un Homo economicus, ma un individuo che, inserito in un gruppo culturale, risolve problemi attraverso una sequenza operativa di scelte collegate a tutti gli ambiti della propria cultura. Le decisioni non vengono prese in un vacuum personale, ma sono direttamente collegate a fini preferenziali, variabili da popolazione a popolazione, oltre che da individuo a individuo (A. Salza, 2005).

 

Dalla Natura patrimonio comune all’economia di mercato

Nelle società umane ci sono sempre stati il commercio e lo scambio di beni e servizi, entrambi soggetti alle leggi di natura e della comunità. Le cosiddette culture a livello etnografico sono contraddistinte da una caratteristica essenziale: ogni membro lavora per vivere, producendo direttamente le risorse necessarie. Può esistere una certa dose di scambio con altre popolazioni per ottenere risorse speciali, ma la sopravvivenza è garantita dall’autosufficienza, un livello produttivo obbligato per chi non conosce il denaro (A. Salza, 2005).
Per secoli la sostenibilità ha fornito all’umanità le basi materiali della sopravvivenza: si lavorava per vivere, senza violare gli equilibri naturali attraverso meccanismi di auto-approvvigionamento. I limiti della Natura erano rispettati e regolavano il consumo umano. Quando i rapporti sociali sono organizzati secondo il principio del sostentamento, la Natura è patrimonio comune.
In seguito il mercato e il capitale sono diventati i nuovi principi organizzatori di alcune società, causando l’abbandono delle leggi naturali e comunitarie. La Natura diventa una risorsa quando i principi d’organizzazione sono il profitto e l’accumulazione che generano lo sfruttamento delle risorse necessario alla crescita del mercato.
Ancora oggi l’economia di mercato dominata dal capitale non è l’unica esistente: nella maggior parte dei paesi del Sud del mondo molte persone continuano a vivere grazie ad una economia di sopravvivenza, che resta invisibile nei libri contabili dello sviluppo calcolato secondo le leggi di mercato (V. Shiva, 2005).
Noi, cittadini di questo Piccolo Mondo, rimaniamo convinti di avere soluzioni per tutto, anche per il Grande Mondo, cioè per quella parte di pianeta dove vive la stragrande maggioranza della popolazione. Ma la nostra cecità ci fa pensare che il nostro sia il Grande Mondo e quell’altro, dove vive l’80% della popolazione mondiale, sia piccolo per il semplice fatto che non è capace di svilupparsi, di crescere, di creare “prodotto interno lordo”, di far galoppare l’economia di mercato.
Mai, però, ci si chiede perché il principe dei valori della nostra economia di mercato, cioè la proprietà che genera capitale e di conseguenza mercato, non abbia cittadinanza nella parte più popolosa del pianeta. Perché questo misterioso capitale non riesce ad affermarsi nel Sud del mondo? Perché non si afferma nonostante i cittadini vivano in abitazioni, immaginino e sviluppino attività artigianali per la sopravvivenza, coltivino i campi come si è fatto e si continua a fare anche da noi?
Eppure case, campi e attività artigianali non vanno al di là delle semplici esigenze di avere un tetto, di procurarsi il cibo e, magari, avere del denaro per i bisogni quotidiani. Tutto rimane in una sorta di sommerso che fatica ad emergere o, addirittura, non vuole emergere: da noi si chiama sommerso, nel Sud del mondo si chiama informale (A. Ferrari, 2005).

 

“Ottimizzazione” ed “efficienza” sono obiettivi davvero indispensabili per il benessere economico dell’individuo?

Prendiamo per esempio un ipotetico semplice contadino africano che debba decidere sul da farsi di un suo campicello: potrebbe cercare di ottenere il massimo profitto monetario coltivando caffè per venderlo sul mercato internazionale attraverso le agenzie governative, oppure tentare di massimizzare la resa calorica per acro e coltivare manioca da mangiare direttamente. Potrebbe invece voler ottenere il massimo di proteine per acro, coltivando soia o tentare di avere la massima sicurezza di ottenere un qualche raccolto scegliendo piante resistenti alla siccità, oppure diversificando i raccolti. Potrebbe anche decidere di ottenere la massima resa proteica per ora-di-lavoro/uomo (consumo energetico) e piantare raccolti a crescita rapida che richiedano poche cure. Oppure di voler ottimizzare la produzione calorica in funzione del dispendio totale di calorie che deve utilizzare per la coltivazione, selezionando pertanto raccolti che non richiedano fertilizzanti o aiuto da parte di altri contadini, e l’utilizzo di macchine agricole. D’altro canto potrebbe cercare di ottenere invece il massimo prestigio sociale piantando frutti ricercati, o palme da birra, o facendo pascolare qualche mucca. Il contadino potrebbe anche convincersi che per lui, in fondo, sarebbe meglio garantire la continuità della famiglia e regalare pertanto il campo al genero. Naturalmente potrebbe avere molte altre scelte, tutte ugualmente valide, a seconda della serie di parametri economici e culturali che vengono definiti come il cosiddetto “bene dell’individuo”, fine dell’attività economica.
Non tutte le opzioni, all’interno delle varie popolazioni, sono ugualmente disponibili o percepite. Gli stessi concetti di “efficienza” e “ottimizzazione” devono fare i conti con l’individuo inserito nella propria società. Queste sfumature comportamentali entrano con difficoltà in un modello che consideri l’economia un insieme di bilanci positivi tra il “dare” e l’“avere”.Il contadino che abbiamo portato come esempio può essere ragionevolmente efficiente secondo criteri differenti: potrà riuscire a vivere con pochi rischi di fallimento nel proprio bilancio (economico e sociale, oltre che semplicemente energetico); sarà in grado di ottenere un adeguato quantitativo di proteine, calorie e grassi (almeno per sostenersi); e potrà ricavare dalla sua vita un certo prestigio. La sua sopravvivenza (dalla radice latina super vivere, vivere al di sopra dei bisogni) non è legata alla mera sussistenza. In realtà, egli non sta cercando di ottimizzare la produzione dei beni materiali e spirituali, ma di essere soddisfatto per quello che fa.
Le popolazioni a livello tecnologico semplice, i cosiddetti “primitivi”, sono all’avanguardia contro l’ottimizzazione e l’efficienza come la intendono gli uomini dell’era postindustriale. L’etnologo sul campo si trova spesso a studiare uomini che, attraverso le più svariate tecniche, cercano di sopravvivere in un ambiente che, ai suoi occhi, appare decisamente ostile. Le economie primitive sono decisamente sottoproduttive: nessuna di esse pare sfruttare a pieno le potenzialità economiche. La forza lavoro è usata a basse percentuali di impiego, i mezzi tecnologici non vengono utilizzati appieno, buona parte delle risorse naturali non viene sfruttata. In compenso però i risultati globali delle economie “primitive” non sono disprezzabili: gli uomini e le donne sono contenti, i figli crescono nella tradizione, si vive e si muore senza traumi. In termini endogeni queste popolazioni sono soddisfatte di sé.
Quello che è interessante è che anche i loro bilanci energetici risultano, nella maggior parte dei casi, decisamente positivi. Alcune tribù aborigene australiane “lavorano poco”, sottoutilizzano cioè le risorse del territorio. Non vivendo al di sopra dei propri bisogni, queste economie primitive sono in un certo senso all’avanguardia, al punto che alcuni antropologi economici parlano di “società opulente” per popoli che pochi decenni prima venivano considerati dei “bruti” alla mercè dei rigori di una vita non degna di essere vissuta da un uomo. Quando Herskovits scriveva Economic Anthropology (1958) poteva considerare gli aborigeni australiani come «il classico esempio di una popolazione le cui risorse economiche sono tra le più scarse, al punto che solo la massima intensità di applicazione rende possibile la sopravvivenza». Prendendo in esame il tempo impiegato per procurarsi il cibo in due settimane dagli adulti di un gruppo di aborigeni del Fish Creek, nella Terra di Arnhem (Australia settentrionale) si ricava una media giornaliera di 3 ore e 45 minuti! I dati sono ancora più impressionanti considerando il fatto che sono stati raccolti durante la stagione secca, con scarsità di risorse vegetali e canguri da cacciare sparsi su un territorio più vasto del normale. Le attività considerate comprendono la caccia, la raccolta, la preparazione del cibo, la raccolta della legna da ardere e la riparazione delle armi e degli utensili necessari. In compenso, economicamente parlando, gli aborigeni di Fish Creek ricavano dalla loro attività 2130 calorie giornaliere, il 104% di quanto considerato ottimale secondo standard nutrizionali occidentali. Queste persone non sembrano lavorare duro. Per lo più non lo fanno tutti i giorni: la ricerca del cibo è intermittente, appena ce n’è abbastanza, finisce il lavoro. Non stupisce che gli Yir-Yront, un altro gruppo di australiani, non abbiano differenziazione linguistica per indicare il lavoro e il gioco… (A. Salza, 2005).

 

Concludendo…

Una più attenta analisi delle varie forme di economia tuttora utilizzate dalle popolazioni umane e compresenti in un mondo sempre più globalizzato ce ne mostra pregi e difetti. A quanto pare, anche per un modo di produzione più “sofisticato”, l’ottimizzazione è legata a fattori limitanti che sfuggono alla comprensione dell’economia di bilancio. Fattore comune è la diversità degli approcci: non c’è infatti relazione deterministica tra economia e ambiente, tra ambiente e società, tra scelte individuali e valori economici.
L’economia “primitiva” richiede un’analisi dall’interno per essere valutata, al di là del fatto che molti dei fattori costitutivi di tali economie sono stati sopraffatti e inglobati nell’economia di mercato, rendendole improduttive. La scomparsa di alcuni modi di produzione e dei modelli comportamentali che li sottendono non è una prova del valore assoluto del modello sostitutivo (A. Salza, 2005). Sappiamo bene che, nella storia, modelli economici, politici e culturali hanno spesso prevalso su altri solo grazie all’arroganza del potere e alla forza delle armi. Quella stessa arroganza continua oggi a dirigere l’economia globalizzata verso il depauperamento delle risorse del Pianeta, risorse che diventano “economiche” perché sono accumuli “appetibili” di un capitale naturale limitato e irriproducibile.
La lezione che ci danno altre forme di economia, altrettanto diffuse ma più sommerse e fisiologiche ai sistemi naturali, ci dovrebbe far riflettere sul fatto che la sostenibilità di cui tanto si parla nei conclavi dell’ONU, della Banca Mondiale e del WTO non può prescindere dal rispetto dell’altro essere umano e dell’ambiente che ci sostiene nel “presente”, e che non è detto che lo faccia anche per il “futuro”.
La nostra stoltezza, del tutto illogica economicamente parlando, è quella di vivere al di sopra delle nostre possibilità (stressati e spesso infelici) non solo dilapidando gli interessi del capitale naturale che ci siamo ritrovati “gratis”, ma addirittura intaccando pesantemente il capitale stesso della Vita, sempre più in difficoltà nel darci quei “buoni fruttiferi” che finora abbiamo dato per scontati.

 

Bibliografia

De Waal F.B.M. (2005): L’economia delle scimmie. Le Scienze, n. 442, giugno 2005

Ferrari A. (2005): Il big bang della povertà. Paoline Editoriale Libri.
Forti M. (2005): L’ONU misura il declino degli ecosistemi. Il Manifesto, 31 marzo 2005
Grottanelli V.L. (1965): Etnologica.

Lomonaco A. (2005): Il declino degli ecosistemi mette a grave rischio il futuro delle risorse: è quanto emerge dal Millennium Ecosystem Assessment, il più ampio studio sullo stato del pianeta. Interviste per Radio Vaticana, 31 marzo 2005

Salza A. (2005): Economia. In: “Atlante delle popolazioni”. Enciclopedia Geografica. Corriere della Sera.

Shiva V. (2005): Riscrivere la storia. In: “Internazionale” n. 593, 32-33, 3 giugno 2005

 
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