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NAZIONI UNITE: GLI OTTO OBIETTIVI PER LO SVILUPPO TRA TEORIA E PRATICA

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NAZIONI UNITE: GLI “OTTO OBIETTIVI PER LO SVILUPPO” TRA TEORIA E PRATICA

 

Premessa

All’avvio del nuovo millennio (nel settembre del 2000) i leader mondiali, riuniti nel Palazzo di Vetro della sede ONU di New York, approvarono la Dichiarazione del Millennio, un documento dettato dalla volontà di realizzare sostanziali progressi in tema di diritti umani, welfare, pace e sicurezza.

In essa si riaffermavano i principi ed i valori che 55 anni prima avevano portato alla creazione dell’organizzazione stessa quali i diritti umani, la non belligeranza, l’autodeterminazione dei popoli, ma soprattutto la pace.

Infatti nella Dichiarazione troviamo riferimenti:

  • al dovere e responsabilità collettiva nell’affermazione di principi di dignità umana, uguaglianza ed equità;

  • al dovere di costruire una pace giusta e duratura in tutto il mondo;

  • alla necessità di garantire che la globalizzazione diventi una forza positiva per tutti i popoli del pianeta;

  • ai valori fondamentali che debbono caratterizzare la vita di ogni individuo, tra cui la libertà, l’uguaglianza,la solidarietà, la tolleranza, il rispetto della natura e la responsabilità condivisa.

Con questa risoluzione i Capi di stato e di governo non si impegnarono solo a livello teorico ma si diedero una scadenza temporale, l’anno 2015, anno che avrebbe dovuto essere testimone del raggiungimento di otto specifici obiettivi di sviluppo, i Millennium Development Goals (MDGs) e fu istituito un gruppo di lavoro di 250 membri, che delineò un piano d’azione per il raggiungimento di questi obiettivi, lo United Nations Millenium Project (UNMP).

Gli Obiettivi non sono troppo ambiziosi, mere mete utopistiche anzi, come dicono gli esperti del settore, sono tecnicamente ed economicamente anche abbastanza modesti in relazione a ciò di cui si avrebbe realmente bisogno.

Ciò che manca, allora come ora, è la volontà politica di porli al centro delle politiche locali, nazionali e internazionali.

 

Un primo bilancio dopo 5 anni

Cinque anni dopo, tra il 14 e il 16 settembre 2005 nel Palazzo delle Nazioni Unite di New York, i leader di 189 nazioni hanno dato vita al World Summit, dove si è discusso di pace, sicurezza e giustizia. Analisti, esperti di policy, accademici e leader della società civile hanno espresso pareri, hanno avanzato proposte, hanno formulato promesse (vedi Riquadro 1).

Ed hanno fatto un primo bilancio dello stato di avanzamento dei lavori per il raggiungimento degli otto Obiettivi del Millennio, a cinque anni dalla loro adozione, un terzo del tempo che la comunità internazionale si é data per raggiungerne gli scopi.

Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2005 - pubblicato dall’UNDP (United Nations Development Programme) e presentato ai Capi di stato e di governo una settimana prima del loro incontro al Vertice delle Nazioni Unite - nonostante alcuni risultati positivi ottenuti, “non c’è molto da gioire” (UNDP, 2005).

Nel Rapporto (che analizza il processo di sviluppo dei paesi del mondo nel periodo 1990-2003) si evidenzia che gli obiettivi prefissati nel 2000 per il miglioramento delle condizioni economiche, sanitarie e sociali dei paesi del terzo mondo sono ancora lontani dall’essere raggiunti (vedi Riquadro 2)

Nonostante si affermi l'esistenza di un sostanziale e generale miglioramento, viene sottolineato come diversi paesi stiano andando pericolosamente a ritroso nell'adempimento dei loro impegni. In definitiva, si sta procedendo verso un maggiore sviluppo ma troppo lentamente.

Molto è cambiato dal 1990. Mediamente le popolazioni dei PVS stanno meglio, sono più istruite e meno povere, hanno più possibilità di vivere in sistemi democratici, la speranza di vita si è allungata di due anni, si contano tre milioni di decessi infantili in meno ogni anno e trenta milioni di ragazzi scolarizzati in più. Nel 2003, rispetto al 1990, ben 18 paesi con una popolazione di 460 milioni di abitanti, hanno fatto registrare migliori risultati nell'indice di sviluppo umano (IHD).

A fronte di questi risultati restano ben 10, 7 milioni di neonati che nascono ogni anno senza avere la speranza di arrivare a festeggiare il quinto compleanno. Più di un miliardo di persone vivono al di sotto della povertà assoluta con meno di 1 dollaro al giorno. La causa del recesso dell'indice di sviluppo umano ha un nome ben preciso, si chiama AIDS, nel 2003 tre milioni di individui sono morti a causa di questa malattia, con gravi conseguenze sulle infrastrutture sociali ed economiche dei paesi toccati.

Le ineguaglianze nel mondo sono aumentate (sia tra i Paesi che al loro interno, fra le classi sociali) e sotto diversi aspetti (speranza di vita, discriminazione sessuale, morte per fame e povertà), quindi non solo sotto il profilo del reddito. Ecco alcuni esempi. Ai nostri giorni al speranza di vita di un abitante dello Zambia si attesta attorno ai 30 anni, gli stessi livelli della Gran Bretagna nel 1840. Il tasso di mortalità infantile è in diminuzione, ma il fossato tra paesi ricchi e paesi poveri è aumentato. Le disparità nel reddito interagiscono con altre disparità attinenti le condizioni di vita. Nascere in una famiglia povera diminuisce le possibilità di vita dei 2/3 rispetto ai coetanei nati nel 20% più ricco delle famiglie.

 

Aiuti…in armi
Le responsabilità dei paesi ricchi si concentrano in tre campi d’intervento: gli aiuti, i conflitti locali e il commercio.

È stato stimato che il 40% della popolazione mondiale, circa 2 miliardi e mezzo di persone, vive con meno di due dollari al giorno, pari al 5% del guadagno mondiale. Per far fronte a queste emergenze, i paesi sviluppati dovrebbero raggiungere entro il 2015 l’obiettivo di destinare ai paesi poveri aiuti pari allo 0.70% del Pil. Attualmente, la media è dello 0.25%. Da notare che agli ultimi posti si registrano Stati Uniti, Giappone e Italia.

A questa avarizia negli aiuti fa da contraltare la spesa nell’industria militare dei paesi del primo mondo: per ogni dollaro inviato nei paesi poveri, ne spendono almeno 10 in armamenti.

La guerra è un importante ostacolo allo sviluppo dei paesi poveri. Degli ultimi 32 stati nella classifica di sviluppo umano, ben 22 sono stati coinvolti in un conflitto dal 1990 ad oggi. Si tratta di guerre locali che colpiscono specialmente le popolazioni civili.

Le armi utilizzate, raramente sofisticate, provengono dai paesi sviluppati. Nel rapporto si evidenzia chiaramente il paradosso di quei paesi che, da una parte, inviano aiuti per lo sviluppo, mentre dall’altra finanziano i conflitti locali e vendono armi che provocano malnutrizione e distruggono i sistemi sociali, sanitari e d’istruzione.

In un mercato globale degli armamenti che cresce anno dopo anno, l'88% degli apparati bellici vede infatti come venditori i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) e, come destinatari, i Paesi in via di sviluppo, che assorbono il 67,6% del valore di tutte le armi commercializzate: gli USA sono i primi fornitori di armi a Paesi africani e asiatici, a Medio Oriente e America Latina.

Già il Rapporto UNDP del 2004 evidenziava una cifra assai eloquente: a fronte di una spesa mondiale di 58 milioni di dollari per gli aiuti ufficiali allo sviluppo, vi erano annualmente 956 milioni di dollari di spese militari.

Anche senza rivoluzionare l'attuale sistema, sarebbe sufficiente ridurre di un decimo le spese militari per raggiungere gli Obiettivi del Millennio fissati dall'ONU (S. Segio, 2005).

 

Un commercio… iniquo e poco solidale
Paradossale è anche la disuguaglianza di trattamento che si registra nel commercio mondiale. Un dato su tutti: la regione sub-sahariana, con 689 milioni di persone, ha un export pari a quello del Belgio, 10 milioni di abitanti.

Le cause non sono tanto imputabili alla povertà delle terre, quanto ai sussidi e alle barriere doganali imposti dai paesi più ricchi. I produttori di cotone del Burkina Faso, per esempio, competono con i loro colleghi statunitensi che ricevono più di 4miliardi di dollari all’anno in sussidi. L’Unione Europea, da parte sua, chiude di fatto i propri mercati, come quello dello zucchero, alle merci straniere, imponendo dazi esorbitanti.

Si critica, inoltre, il fatto che gli aiuti allo sviluppo vengono spesso condizionati, dai paesi donatori, all’acquisto di materiale prodotto da loro stessi o all’accettazione di programmi economici ultraliberisti che lasciano poche speranze alla crescita endogena dei paesi più poveri.

Gli aiuti allo sviluppo, del resto, vengono annullati dalle ingiustizie nel commercio internazionale. Nel 2003 i paesi in via di sviluppo hanno perso, infatti, circa 70 miliardi di dollari di entrate dell’export, a causa delle sovvenzioni agricole accordate, dagli USA e dall’UE, ai propri produttori. Una cifra equivalente all’aiuto allo sviluppo ricevuto da questi stessi paesi.
Molti paesi, specie in America Latina, sono costretti a firmare accordi bilaterali con i paesi ricchi. Accordi molto più svantaggiosi degli accordi internazionali multilaterali.


Le carenze dei diritti umani

La Dichiarazione del Millennio è un documento che afferma chiaramente il valore dei diritti umani. Vi si legge infatti che donne e uomini «hanno il diritto di vivere le proprie vite e crescere i propri figli con dignità, liberi dalla fame, dalla paura della violenza dell’oppressione e dell’ingiustizia». La dichiarazione riafferma inoltre il dovere di rendere «il diritto allo sviluppo una realtà per chiunque e liberare l’intera umanità dal bisogno».

Ma nella pratica i diritti umani sono stati decisamente trascurati, anche già nella definizione degli stessi MDGs. Si pensi al primo obiettivo, che chiede il dimezzamento della percentuale di popolazione mondiale che soffre povertà, fame e malnutrizione.

Ma se qualunque essere umano ha diritto a non soffrire fame e povertà, su quale base può essere scelta la popolazione presso cui intervenire e quella da abbandonare al suo destino? I diritti umani non si applicano “a metà”.

Ed è sempre realistico (come dimostrato in alcuni casi dal Rapporto dell’UNDP) il rischio che i paesi donatori scelgano di intervenire in favore di un paese piuttosto che un altro sulla base di considerazioni politiche che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei diritti umani.

Ancora, tanto la Dichiarazione del Millennio quanto gli MDGs non fanno menzione di due diritti umani ampiamente riconosciuti nel diritto internazionale, come il diritto al lavoro o il diritto alla sovranità che i popoli e le nazioni hanno sulle loro risorse naturali.

 

La libertà di chi?

Il rapporto del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla Dichiarazione del Millennio e sullo stato di attuazione degli MDGs si intitola: “Per una maggiore libertà: verso lo sviluppo, la sicurezza e diritti umani per tutti”.

Ma di quale libertà si sta parlando? Della libertà di sviluppare monopòli delle multinazionali nel cosiddetto ‘libero mercato’? Oppure della libertà delle persone povere, i cui diritti sono stati negati e che sono state escluse dai processi sociali e di sviluppo impostati dai governi?

È necessario rivedere il dibattito sulla povertà e sulla crescita economica, troppo legato a concezioni neo-liberaliste che non sono in grado di portare soluzioni. Governi già di per sé deboli sono stati costretti da politiche imposte dall’esterno a indebolire la loro azione in favore dei diritti sociali dei più poveri.

È necessario rivedere lo stesso concetto di povertà, legato quasi esclusivamente a parametri economici: definire povero chi guadagna meno di un dollaro al giorno è riduttivo, perché non tiene conto degli aspetti sociali della povertà, non considera la mancanza di libertà di partecipare alla vita di una comunità e di una nazione. Inoltre, avrebbe più senso valutare quanto e cosa una persona riesce a mangiare ogni giorno, anziché quanti soldi guadagna.

 

Ascoltare i poveri

Non si può parlare di diritti umani senza parlare di partecipazione e condivisione. Eppure nei cinque anni trascorsi dalla Dichiarazione del Millennio si è discusso di povertà senza coinvolgere chi ne è maggiormente colpito.

Esclusi da questa discussione coloro che più sono coinvolti nei temi che si sono affrontati a New York: gli 800 milioni di persone che ogni sera vanno a letto affamate, le famiglie i cui bambini muoiono, al ritmo di 30.000 ogni giorno, per malattie facilmente curabili.

Tra il giugno e l’agosto del 2005 ActionAid International ha parlato con più di 340.000 tra queste persone, 153.935 delle quali donne, in 5000 villaggi di diciotto paesi (Afghanistan, Bangladesh, Brasile, Cambogia, Etiopia, Guatemala, Kenya, India, Malawi, Nepal, Nigeria, Pakistan, Rwanda, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Tanzania, Vietnam).

La loro voce mette in evidenza (vedi Scheda sugli Obiettivi del Millennio) lo stridente contrasto tra la retorica utilizzata dai capi di stato e di governo e la realtà dei fatti. Negli ultimi cinque anni le condizioni di vita delle persone ascoltate da questa ONG non sono affatto cambiate, in alcuni casi sono addirittura peggiorate.

Nel 64% dei villaggi visitati gli abitanti soffrono costantemente la fame. Nell’83% dei casi, ogni anno per alcuni periodi non c’è disponibilità di lavoro. All’incirca la metà dei villaggi non usufruiscono di alcun servizio sociale. Le donne, quando lavorano, in genere vengono retribuite meno delle metà degli uomini. Nel 71% dei villaggi i bambini, una volta raggiunti i 5 anni di età, lavorano per contribuire agli introiti familiari. Quattro bambine in età scolare su cinque non sono mai entrate in un’aula scolastica.

Questi sono solo alcuni numeri che mettono in evidenza il contrasto esistente, sul tema della povertà, tra le dichiarazioni retoriche e i fatti concreti. Le persone faticano a sopravvivere e quando ci riescono sono spesso costrette a rinunciare a diritti fondamentali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria.

Alle oltre 340.000 persone contattate da ActionAid International, era la prima volta che veniva chiesto un parere su argomenti che le riguardavano in prima persona.

Negli ambienti politici, diplomatici e accademici si discute molto di povertà, di metodi statistici sempre più raffinati per valutarla. Forse sarebbe ora di smetterla di contare i poveri e iniziare ad ascoltarli.

 

Diritti delle donne

Nel 51% dei villaggi le donne sono proprietarie terriere. Nella grande maggioranza dei villaggi le donne capofamiglia che posseggono terreno sono meno del 30%. Nel 77% dei casi censiti, le famiglie guidate da una donna non ricevono alcuna forma di sussistenza, né in termini di fornitura di cibo, né di risorse finanziarie, né pensionistici. La situazione lavorativa delle donne riflette in molti casi la struttura patriarcale e discriminatoria della società in cui vivono. Nel 47% dei villaggi le donne non hanno accesso a un impiego oppure ce l’hanno per meno di dieci giorni al mese. In un altro 17% dei casi il lavoro è accessibile alle donne per meno di quindici giorni al mese. Ad ogni modo, quando lavorano, nel 70% dei casi le donne, a parità di lavoro, vengono retribuite meno degli uomini, nel terzo dei casi addirittura meno della metà. L’attività che le donne svolgono a tutela di bambini, adulti malati e anziani consiste in una vera propria occupazione, né retribuita né riconosciuta. Nonostante queste varie forme di discriminazione, è riconosciuto che le donne lavorano mediamente il 30/40% in più degli uomini. Le donne sono vittime di una violenza che assume varie forme, anche nell’ambito famigliare: stupri, aggressioni, abusi di natura fisica e psichica, percosse.

 

Istruzione e formazione

L’obiettivo di assicurare l’istruzione elementare universale a tutti i bambini e le bambine sembra davvero molto lontano. Non solo, le bambine appaiono ancora più discriminate, visto che rappresentano ben 2/3 dei cento milioni di bambini che non frequentano la scuola.

La stragrande maggioranza delle persone con cui ActionAid International ha parlato assegna all’educazione un ruolo di primaria importanza. Anche i più poveri cercano, quando possono, di mandare i propri figli a scuola. Le testimonianze raccolte documentano una situazione difficile, in cui il diritto all’istruzione è ostacolato dalla mancanza di strutture, di trasporti, nonché il fatto che spesso l’aver avuto accesso all’istruzione non costituisce un vantaggio per la ricerca del lavoro.

Solo il 61% dei villaggi ha all’interno dei suoi confini scuole che forniscono ai bambini l’istruzione primaria. Nel 10% dei casi, invece, i bambini devono percorrere più di un chilometro e mezzo per raggiungere la scuola.

La situazione è decisamente più grave nel caso dell’istruzione secondaria: solo nel 29% dei casi le scuole sono all’interno del villaggio, e per il 27% degli studenti più di tre chilometri per giungere all’edificio scolastico è necessario percorrere.

Anche se l’educazione primaria il più delle volte è libera e finanziata dallo stato, a ostacolare la possibilità di istruzione sono i costi che le famiglie devono sostenere per i vestiti, i libri, i viaggi per raggiungere gli istituti scolastici. Inoltre molti bambini non possono andare a scuola perché con il loro lavoro contribuiscono in modo determinante al reddito famigliare.

 

Ribaltare il fallimento

Ridurre l’azione in favore degli MDGs a una semplice questione di aiuto allo sviluppo è riduttivo. Si tratta invece di intervenire in modo concreto e determinato affinché i poveri possano vedere rispettati i loro diritti fondamentali ed essere coinvolti nelle attività in loro favore.

I diritti al cibo, al lavoro, a una casa, all’acqua, alla salute, all’istruzione devono diventare una priorità di tutti i governi, così come il coinvolgimento di tutti i cittadini nella vita sociale del paese.

I diritti delle donne non solo dovrebbero essere protetti, ma attuati attraverso decisioni conseguenti su condizioni di vita, riproduzione, pace e sicurezza.

I governi devono riconoscere che gli obiettivi su formazione e salute – che prevedevano il raggiungimento di alcuni risultati già entro il 2005 – sono ben lontani dall’essere raggiunti.

La partnership globale approvata al Summit del Millennio ha impegnato paesi ricchi e poveri in una serie di definite responsabilità.

I paesi poveri si sono impegnati a migliorare le loro istituzioni e a riformare le loro politiche, destinando le proprie risorse al raggiungimento dei primi sette obiettivi.

Mentre i paesi ricchi, dalla loro parte, hanno promesso di garantire un aiuto maggiore, più rapido e di miglior qualità, di assicurare una maggiore riduzione del debito, di garantire più opportunità commerciali e regole di mercato più eque e di incrementare il trasferimento di tecnologie verso i paesi poveri (impegni espressi nell'Obiettivo 8). I paesi poveri non possono raggiungere i propri obiettivi se i paesi ricchi non fanno la loro parte ben in anticipo rispetto al 2015.

Noi sappiamo che un patto è giusto solo quando gli impegni di entrambe le parti sono bilanciati. Dunque questa partnership globale ha una grave squilibrio. Mentre i paesi poveri si sono impegnati ad obiettivi specifici e con scadenze precise per raggiungere i primi sette obiettivi, non c'è alcun meccanismo di monitoraggio né alcuna esplicita scadenza per l'obiettivo 8.

 

Le promesse dei Paesi sviluppati

I Governi dei paesi sviluppati, nel corso di questi anni, si sono “impegnati” su tre fronti in particolare per facilitare l’attuazione dei Millennium Development Goals. Questi tre ambiti sono:

a) il debito estero;

b) gli aiuti allo sviluppo;

c) il dumping.

Per quanto riguarda il debito estero, molti paesi in via di sviluppo hanno difficoltà a migliorare le proprie economie anche perché su di esse gravano debiti e relativi interessi, che si protraggono da anni, con organizzazioni come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), oltre che con i singoli Stati o privati.

Il problema principale del debito estero è che i Paesi in via di sviluppo (Pvs), che si sono indebitati in passato, lo hanno fatto in dollari, in quanto la loro moneta non era stabile; nel giro di pochi anni, il rapporto tra il dollaro e la loro moneta è cambiato, facendo si che ormai gli interessi sul debito sono arrivati a superare il capitale preso in prestito. In più, ogni anno gli interessi che non si riescono a pagare vengono sommati al capitale rimasto, così l'anno successivo gli interessi vanno calcolati sulla nuova somma, che è data dal capitale più gli interessi non pagati: questo è ciò che viene chiamato "spirale del debito" .

Tale situazione nasce negli anni '70 e alcuni paesi stanno ancora pagando il debito maturato in questo modo.

La soluzione che si profila da tempo, senza che però trovi una concreta attuazione, è la cancellazione del debito per alcuni dei paesi poveri più indebitati; l'ultimo incontro dei G8 tenutosi a Gleaneagles, in Scozia, sembrava dover segnare un passo in avanti verso questo obiettivo, ma ha dato risultati deludenti.

Solo 18 paesi hanno ottenuto la qualifica alle condizioni poste dai G8, anche se uno studio recente ha dimostrato che ben 62 paesi richiederebbero la cancellazione totale del debito - oltre agli aiuti e ad un mercato giusto - come primo passo verso il raggiungimento dei MDGs .

Tra l'altro, l'accordo è sui debiti che i paesi poveri hanno contratto con BM, FMI e la Banca dello Sviluppo Africana, escludendo in questo modo alcuni paesi sudamericani che sono indebitati con la Banca Interamericana di Sviluppo.

Inoltre, i paesi del G8 hanno promesso che il valore nominale dei debiti sarebbe stato pari a 40 miliardi di dollari, ma in verità il valore attuale raggiungerà al massimo solo 15miliardi.

La cosa più preoccupante è il modo in cui i paesi del G8 troveranno i fondi per la cancellazione: il sospetto è che gli stati preleveranno i soldi, che servono per il debito, dalle casse dei già esigui aiuti allo sviluppo (APS).

Praticamente, non ci sarebbero nuove risorse spese per i Pvs, ma solo un rimescolamento delle carte in tavola per fare bella figura e prendersi gioco della società civile.

In che modo si sono impegnati i paesi più avanzati (quelli del G8) per promuovere l’aiuto allo sviluppo? Alcuni di loro hanno assicurato che avrebbero raggiunto lo 0,7% del prodotto interno lordo: la Gran Bretagna (che intende raggiungerlo entro il 2013), la Francia (entro il 2012), l’Italia (entro il 2015). Il Canada ha fissato l’obiettivo dello 0,33% entro il 2010, la Germania ha sottoscritto quello dello 0,7, ma solo se verranno introdotti nuovi meccanismi di finanziamento; Stati Uniti e Giappone non hanno sottoscritto alcun impegno. Alla riunione di Gleneagles, svoltasi nel luglio 2005, la Gran Bretagna ha riconfermato il proprio impegno, Italia, Francia, Germania hanno inoltre sottoscritto l’impegno elaborato in sede europea di giungere allo 0,51% (l’Italia e la Germania entro il 2010, la Francia entro il 2007). Stati Uniti e Giappone hanno annunciato alcuni incrementi e riallocazioni di fondi per lo sviluppo.

La situazione attuale è però la seguente: la Francia destina all’aiuto allo sviluppo lo 0,36% del PIL (pari a 137 dollari l’anno per cittadino), la Gran Bretagna lo 0,36% (131), il Canada lo 0,26% (79), la Germania lo 0,25% (91), il Giappone lo 0,19% (69), gli Stati Uniti lo 0,16% (65) e l’Italia lo 0,15% (43).

L'impegno dell'Unione Europea di toccare la soglia dello 0,51 % nel 2010 è «decisamente incoraggiante», ma, anche se i previsti aumenti venissero realizzati, secondo l'ONU gli aiuti sarebbero ancora gravemente insufficienti a realizzare gli obbiettivi del Millennio: mancherebbero infatti 46 miliardi di dollari nel 2006 e 52 miliardi nel 2010.

Analizzando con più attenzione le promesse dei leaders del G8, si può notare che non hanno promesso nulla di nuovo.

Praticamente, dai 50 miliardi di dollari di cui hanno parlato, si devono sottrarre 25miliardi promessi dall'intera comunità internazionale durante la Conferenza Onu Finanza per lo Sviluppo del 2002: rimangono quindi 25 miliardi.

Di questi, 10 ne vanno tolti perché si deve tener conto che il Pil dei Paesi aumenta ogni anno e che, quindi, si deve applicare un adeguamento delle risorse da destinare in valore assoluto agli APS. Questo adeguamento corrisponde appunto a 10 miliardi.

I 15 miliardi rimanenti fanno parte della promessa da poco fatta dall'Unione Europea di raggiungere lo 0,51% del Pil per il 2010 e dell'aumento annunciato, ma ancora mai avvenuto, degli aiuti per l'Africa da parte degli Stati Uniti.

Dunque, promesse, ancora promesse…

L'ultimo punto sul quale i paesi si erano impegnati era l'eliminazione della pratica del sostegno alle esportazioni, in particolare di prodotti agroalimentari, detta anche del dumping.

Dumping è un termine usato nella letteratura economica per indicare una situazione dove, come risultato di aiuti pubblici (sussidi), un prodotto è venduto in un dato posto e in un tempo preciso a un prezzo al di sotto del quale i competitori nazionali difficilmente possono competere. In pratica, i paesi ricchi, grazie ai sussidi che danno ai loro produttori, riescono a vendere "sottocosto".

Tutto ciò ha delle conseguenze nefande per le agricolture povere dei Pvs, ma anche dei paesi sviluppati. Vendere i prodotti ad un prezzo più basso del costo di produzione non solo è una pratica antieconomica e scorretta per qualsiasi paese, ma è indegna se si pensa applicata a paesi poveri.

Il dumping nei Pvs ha provocato, oltre che l'abbandono di molti agricoltori delle proprie terre, con la conseguente dipendenza dai mercati stranieri, anche un cambiamento nell'alimentazione della popolazione che ha preferito i nuovi cibi importati, rispetto a quelli tradizionali, meno "alla moda".

Paradossale è anche la disuguaglianza di trattamento che si registra nel commercio mondiale.

Un dato su tutti: la regione sub-sahariana, con 689 milioni di persone, ha un export pari a quello del Belgio, 10 milioni di abitanti. Le cause non sono tanto imputabili alla povertà delle terre, quanto ai sussidi e alle barriere doganali imposti dai paesi più ricchi.

I produttori di cotone del Burkina Faso, per esempio, competono con i loro colleghi statunitensi che ricevono più di 4miliardi di dollari all'anno in sussidi.

L'Unione Europea, da parte sua, chiude di fatto i propri mercati, come quello dello zucchero, alle merci straniere, imponendo dazi esorbitanti. L' UE spende circa 3 miliardi di euro all'anno in sussidi all'export per smaltire le proprie eccedenze agricole sui mercati dei Pvs.

Per quanto riguarda i sussidi interni, nonostante l'Accordo sull'Agricoltura dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il sostegno al settore agricolo dei paesi OCSE rimane alto: i sussidi agricoli ammontano a 350 miliardi di dollari l'anno. Anche dopo l'incontro di Ginevra nel 2004, la maggior parte dei sussidi interni, in massima parte diretti al sostegno dell'agro-business e non all'aiuto ai piccoli coltivatori e di colture di qualità, sarà comunque mantenuto in vita.

Molti condividono l'idea che una maggiore apertura dei mercati alimentari dell'Europa sia la soluzione a questo problema: anche il presidente Bush, al summit dell'ONU del 14-16 settembre 2005, si è detto d'accordo all'apertura dei suoi mercati, con l'abolizione i dazi in entrata, se anche gli altri paesi avessero fatto lo stesso.

La reazione del Commissario europeo, Peter Mandelson, è stata secca, affermando che un conto sono le dichiarazioni generiche e senza seguito, un altro è negoziare per raggiungere tali ambiziosi obiettivi. Mandelson sembra voler affermare che l'Europa cerca di lavorare sull'obiettivo, problematico, di una riduzione dei propri dazi aumentando le possibilità di accesso al mercato per gli altri paesi. Ma dalle precedenti esperienze del libero mercato a senso unico (in cui le regole valgono solo per i Pvs) si è visto che questo porta solo ad un aumento della povertà delle popolazioni del Sud del mondo.

Inoltre nel comunicato finale del G8 del luglio 2005, non c'è nessun riferimento ad una data specifica per la sospensione dei sussidi ai produttori agroalimentari dell'Unione Europea e degli Stati Uniti.

In più, l'Unione Europea, invece di impegnarsi in modo onesto nell'aiuto allo sviluppo dei Pvs, cerca di ottenere un'ulteriore apertura dei mercati africani tramite i negoziati degli Economic Partnership Agreements con i paesi APC (Africa, area del Pacifico e Caraibi).

Stati Uniti e l'Unione Europea continuano a chiedere cambiamenti sostanziali sulle rispettive politiche agricole. I primi non accettano la politica protezionista europea, fatta di barriere tariffarie e non tariffarie sui prodotti agricoli in ingresso, l'Europa invece critica la politica di sostegno all'export attuata dal governo americano. L'accordo tra i due giganti rappresenta la condizione necessaria per far avanzare l'Agenda di Doha (S. Galiero, 2005).

 

Obiettivi del Millennio e Organizzazione Mondiale del Commercio

Al di là di tutte queste dichiarazioni di intenti e proclami di svolte "epocali" soltanto a dicembre, in seguito al sesto incontro interministeriale dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (tenutasi ad Hong Kong dal 13 al 18 dicembre 2005) si è potuto verificare cosa concretamente si è deciso per il raggiungimento dei MDGs. Visto l'ambito in cui le vere decisioni vengono prese, niente lasciava spazio a illusioni di sorta.

Dopo una settimana di negoziati accesi e aperti fino all'ultimo, i poteri forti che guidano l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) hanno raggiunto un accordo per fare andare avanti la baracca. Dopo i precedenti di Cancùn e Seattle, un nuovo fallimento ad Hong Kong non era consentito.

Infatti alla fine della riunione di Hong Kong è stata adottata una Dichiarazione conclusiva piuttosto modesta nei contenuti, ma con alcuni progressi sostanziali che consentono di superare la situazione di stallo che si era venuta a creare nelle settimane precedenti e quindi di garantire il  proseguimento dei negoziati del cosiddetto Round di Doha.

Ben lontani dallo storico scontro Nord-Sud avvenuto in Messico, Stati Uniti ed Europa sono riusciti questa volta a riavvicinarsi e a convincere Brasile e India ad accettare un accordo modesto, ma che permette a tutti di dire che il ciclo negoziale di Doha ha finalmente superato il giro di boa e che si può avviare verso una conclusione, presumibilmente entro la fine del prossimo anno.

Tranne gli Usa, che non hanno ceduto su nulla, ognuno del quartetto che guida il negoziato può avere qualcosa da recriminare, ma ha prevalso la real politik di un qualche accordo su ulteriori liberalizzazioni da raggiungere in casa cinese. I padroni di casa - temuti commercialmente dall'intero mondo - sono rimasti a guardare per l'intero negoziato, pretendendo solamente che la vetrina mondiale del vertice non si chiudesse con un fallimento. I veri sconfitti, ormai in maniera definitiva, sono i paesi più poveri del fronte del Sud, ossia la maggioranza dei membri del Wto.

L'anno 2005, costellato da una inconcludente retorica sullo sviluppo da parte del G8 e delle istituzioni internazionali, si è chiuso per le realtà povere del pianeta con la condanna senza appello ad essere tagliate fuori dai mercati globali e ad avere un ruolo subalterno nell'economia globale.

Non si va oltre la solita promessa di aiuti che mai compenseranno i danni delle liberalizzazioni per i più poveri e a una riduzione delle tariffe per le importazioni dai paesi poverissimi.

Nulla di serio riguardo ai meccanismi di difesa dei prodotti sensibili per i paesi poveri: sul dramma del cotone dei Paesi dell'Africa occidentale gli Stati Uniti promettono che negozieranno ancora il prossimo anno, nulla più.

Allo stesso tempo, contro l'opposizione del gruppo dei 90 Paesi poveri del Sud passano le nuove modalità più vincolanti per il negoziato sui servizi, il tutto con l'assenso delle economie emergenti. Infine, si prepara il grande scambio agricoltura-prodotti industriali, secondo una logica che vedrà un'apertura profonda dei mercati del Sud del mondo ai prodotti industriali in cambio di una eliminazione (solo nel 2013) dei sussidi all'export agricolo dell'Ue, e forse in parte degli Usa.

I poteri forti sono disposti a convergere pur di chiudere entro il prossimo anno, piuttosto che migliorare il risultato di Hong Kong. Così non saranno più obbligati ai negoziati multilaterali.

Di fatto il round del millennio potrebbe essere l'ultimo, dal momento che sia gli Usa che le economie emergenti puntano ormai ai negoziati in via bilaterale o regionale. Il perdente di questa logica è l'Unione Europea. L’OMC, sia per i liberisti sia per coloro che contestano l'ortodossia del libero mercato, rappresenta di fatto una promessa mancata di multilateralismo funzionante. Troppa democrazia lo porta a collassare e le decisioni per essere prese richiedono la presenza solo di pochi ed influenti membri. In futuro l’OMC potrebbe diventare solamente un organo di risoluzione delle dispute, sulla base dello zoccolo duro del diritto commerciale internazionale che custodisce. In questo contesto è cruciale per il futuro dell'istituzione il suo allineamento con la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), anch'essi in crisi di legittimità.

Allo stesso tempo, l'alleanza del Sud del mondo in un fronte unico non tiene. L'accordo di Hong Kong si inserisce in una logica di negoziato politico complessivo tra le nuove e vecchie potenze del pianeta. L'obiettivo è definire una nuova «Yalta economica» nei prossimi due o tre anni al massimo, sia in termini di compiti di produzione nell'economia globale sia in termini di aree di influenza e peso politico. Brasile e India vogliono un posto nel consiglio di sicurezza dell'Onu, così come più quote nella Banca Mondiale e nell'FMI. La Cina ha già parte di questo riconoscimento istituzionale, e con o senza il Wto emerge già oggi come l'unico competitor globale della superpotenza a stelle e strisce.

Purtroppo anche questo 2005 rimarrà nella storia solo come l'anno delle buone parole e della buona musica per l'Africa e lo sviluppo, ma non come l'anno dell'inizio della fine della povertà (A. Tricarico, 2005).

 

Concludendo…

Non c’è tempo da perdere.

Secondo UNDP, gli obiettivi fissati nel 2000 per il 2015, si raggiungeranno probabilmente solo nel decennio 2040-2050 (M. Bruno, 2005).

L’alternativa? La comunità internazionale ha davanti a se una grande sfida, mettere in campo tutto le risorse possibili per fare dei prossimi dieci anni un vero decennio consacrato allo sviluppo.

È nella responsabilità di tutti paesi, ricchi e poveri, adoperarsi perché le promesse possano concretizzarsi e relegare da qui al 2015 la povertà alla storia.

La progressione verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio necessita di una condivisione della responsabilità tanto dei paesi ricchi che di quelli poveri, poiché alcun livello di cooperazione internazionale potrà compensare l'inazione dei governi che non accordano la priorità allo sviluppo umano e al rispetto dei diritti dell'uomo. (G. Viola, 2006)

Purtroppo (o per fortuna), per uscire dall’impasse in cui i singoli Paesi e l’intera comunità internazionale si trovano, è necessaria un’azione comune perché gli ideali degli uomini trionfino sulle meschinità della politica e dell’economia.

E forse l’azione comune più immediata e condivisibile è, innanzitutto, continuare ad informarsi e ad informare, il più possibile oggettivamente e obiettivamente, sulla realtà del mondo, malgrado essa sia cruda e spietata.

 

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Riquadro 2

 

Il Rapporto UNDP 2005

 

Il Rapporto UNDP 2005 evidenzia sostanzialmente tre questioni fondamentali:

1) il ritmo attuale degli interventi non consentirà, malgrado i progressi registrati, il raggiungimento degli obiettivi;

2) le ineguaglianze – tra paesi e all’interno dei singoli paesi, compresi quelli ricchi – sono uno scandalo morale e costituiscono un freno allo sviluppo;

3) la necessità di ripensare la cooperazione internazionale, allargando il suo raggio d’azione al commercio equo e alle questioni della sicurezza.

Ecco sinteticamente quali dati preoccupanti emergono dal Rapporto:

  • 50 paesi con una popolazione complessiva di circa 90 milioni di persone stanno rimanendo indietro su almeno uno degli obiettivi. 24 di questi paesi si trovano nell'Africa Sub-Sahariana.

  • Altri 65 paesi con una popolazione complessiva di 1.2 miliardi rischia di non raggiungere almeno un obiettivo prima del 2040. In altre parole, per un'intera generazione.

  • obiettivo di dimezzare la povertà: nel 2015, se continua così, ci saranno 827 milioni di persone in estrema povertà - 380 milioni in più di quanto sarebbe se l'obiettivo fosse raggiunto. Un altro miliardo e 700 milioni di persone vivranno con 2 dollari al giorno.

  • Con i trend attuali, l’ obiettivo di ridurre la mortalità infantile sotto i 5 anni verrebbe raggiunta nel 2045 e non nel 2015 - 30 anni più tardi. Nei prossimi dieci anni, il costo umano del mancato raggiungimento dell'obiettivo si tradurrà in 41 milioni di bambini morti in più.

  • Nel 2015, 47 milioni di bambini non avranno ancora accesso alla scuola, di cui 19 milioni nell'Africa SubSahariana.

  • invece di dimezzare il miliardo di persone che non hanno accesso all'acqua potabile, con questi ritmi nel 2015 ci saranno ancora 210 milioni di persone senza. Più di due miliardi non avranno ancora impianti igienici, la maggioranza nell'Africa SubSahariana.

Il Rapporto è composto da 5 capitoli e, come viene sintetizzato nell'Introduzione al Rapporto, focalizza l'attenzione sui 3 pilastri della cooperazione internazionale:

  • l'assistenza allo sviluppo: sono fondamentali in questo campo gli aiuti internazionali, ma ci sono due problematiche da risolvere se si vogliono raggiungere gli obiettivi del Millennio: il cronico sottofinanziamento e la qualità degli aiuti. C'è stato un avanzamento su entrambi i fronti ma rimane ancora molto da fare.

  • il commercio internazionale: nelle giuste condizioni può essere un potente catalizzatore dello sviluppo umano. Gli accordi di DOHA nel WTO, stipulati nel 2001, furono un'importante opportunità per creare queste condizioni ma a distanza di quattro anni niente di sostanziale è stato fatto, continuano ad esserci politiche di commercio (soprattutto nel mercato agricolo) sempre più ingiuste e pesanti. Più degli aiuti il commercio ha il potenziale di accrescere la partecipazione dei paesi più poveri al benessere globale.

  • la sicurezza: i conflitti sono una violazione dei diritti umani e una barriera al progresso nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. Nuove minacce sono emerse e serve una cooperazione internazionale più efficace.

Il progresso nel raggiungimento degli Obiettivi del Millennio dipende dal progresso che si attuerà in ciascuno di questi tre ambiti.

Focalizzando l'attenzione su questi tre pilastri il Rapporto si propone di individuare i problemi che devono essere affrontati e i passi critici che devono essere compiuti, e invita i governanti a prendere una decisione immediata per mettere in pratica le riforme necessarie.

 

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Riquadro 1

 

RISULTATI DEL VERTICE 2005

 

I governanti mondiali, riuniti dal 14 al 16 settembre al Palazzo di Vetro a New York, hanno deciso di impegnarsi in una serie di sfide su scala globale:

 

SVILUPPO

 

  • Impegno forte e deciso da parte di tutti i governi, dei Paesi sviluppati come di quelli in via di sviluppo, a raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) entro il 2015.

  • Incremento di ulteriori 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2010 per la lotta alla povertà.

  • Impegno da parte di tutti i Paesi in via di sviluppo a adottare piani nazionali per raggiungere i MDGs entro il 2006.

  • Accordo per fornire sostegno immediato a iniziative di rapido impatto contro la malaria e a favore dell’educazione e dell’assistenza sanitaria.

  • Finanziamento allo sviluppo attraverso nuove fonti, come gli sforzi di alcuni gruppi di paesi per realizzare una struttura finanziaria internazionale e altre iniziative per il finanziamento di progetti di sviluppo, soprattutto in campo sanitario.

  • Valutazione di misure aggiuntive per garantire la sostenibilità del debito nel lungo periodo, attraverso un aumento degli stanziamenti erogati a titolo gratuito, cancellazione del 100% del debito ufficiale multilaterale e bilaterale dei paesi poveri gravemente indebitati (HIPCs). Dove ritenuto opportuno, per i paesi in via di sviluppo di basso e medio reddito che non rientrino nel gruppo degli HIPCs ma che abbiano notevoli difficoltà a sostenere il debito, valutazione della possibilità di cancellare una parte significativa del debito o di ridefinirlo.

  • Favorire la liberalizzazione del commercio e l’attività di attuazione della dimensione della componente sviluppo del programma di lavoro di Doha.

 

TERRORISMO

 

  • Condanna chiara e non equivoca – da parte di tutti i governi, per la prima volta – del terrorismo “in tutte le sue forme e manifestazioni, perpetrato ad opera di chiunque, in qualsiasi luogo e per qualsiasi obiettivo”.

  • Forte impulso politico per la realizzazione di una convenzione contro il terrorismo entro un anno. Sostegno a favore di una rapida entrata in vigore della Convenzione contro il Terrorismo Nucleare, a cui tutti gli Stati sono esortati ad aderire e dare seguito insieme alla altre 12 convenzioni antiterrorismo.

  • Accordo per definire una strategia di lotta al terrorismo tale che renda la comunità internazionale più forte ed i terroristi più deboli.

 

MISSIONI, CREAZIONE E COSTRUZIONE DELLA PACE

 

  • Decisione di istituire una Commissione per il Peacebuilding, per sostenere i Paesi nella transizione dalla guerra alla pace, con il supporto di un ufficio di supporto e un fondo permanente.

  • Nuova struttura permanente di polizia per le operazioni di pace Onu.

  • Accordo per rafforzare i poteri del Segretario Generale nelle attività di mediazione e di buoni uffici.

 

RESPONSABILITA’ DI PROTEGGERE

 

  • Accettazione chiara e non equivoca da parte di tutti i governi della responsabilità collettiva internazionale di proteggere le popolazioni da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Volontà di agire a tale scopo in modo tempestivo e efficace attraverso il Consiglio di Sicurezza, qualora i mezzi pacifici si dimostrino inadeguati e le autorità nazionali si rivelino palesemente incapaci di agire.

FACT SHEET

DIRITTI UMANI, DEMOCRAZIA E STATO DI DIRITTO

 

  • Passi decisivi verso il rafforzamento del sistema Onu nel campo dei diritti umani, tramite il supporto al piano di azione e il raddoppiamento del bilancio dell’Alto Commissario.

  • Accordo per l’istituzione di un Consiglio per I Diritti Umani Onu entro l’anno prossimo.

  • Riaffermazione della democrazia come valore universale e creazione del nuovo Fondo per la Democrazia, che ha già ricevuto impegni di contributi per 32 milioni di dollari da parte di 13 Paesi.

  • Impegno a eliminare e punire le persistenti discriminazioni tra sessi, come le disparità in materia di educazione e di proprietà di beni, la violenza contro donne e ragazze, nonché a porre fine all’impunità in tali casi.

  • L’attività di ratifica intrapresa nel corso del Vertice ha dato l’avvio all’entrata in vigore della Convenzione contro la Corruzione

 

 

RIFORMA ORGANIZZATIVA

  • Ampio rafforzamento dei poteri di supervisione dell’Onu, compresi quelli dell’Ufficio per i servizi di supervisione interna; estensione delle attività di supervisione ad altre agenzie; invito a sviluppare un comitato consultivo indipendente di supervisione; ulteriore sviluppo di un nuovo ufficio etico.

  • Aggiornamento delle attività svolte dalle Nazioni Unite tramite la revisione dei mandati più lunghi di cinque anni, così che quelli ormai obsoleti possano essere revocati per lasciar spazio alle nuove priorità.

  • Impegno a rivedere le regole e le politiche in materia di bilancio, finanza e risorse umane in modo tale che l’Organizzazione possa meglio fronteggiare le attuali esigenze; la liquidazione e redistribuzione una tantum del personale che garantisca all’Onu il personale appropriato per le sfide odierne.

 

AMBIENTE

  • Riconoscimento della serietà delle sfide derivanti dai cambiamenti climatici e impegno ad agire nell’ambito della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Sarà prestata l’opportuna assistenza ai paesi maggiormente vulnerabili, ad esempio i piccoli paesi insulari in via di sviluppo.

  • Un accordo per la creazione di un sistema di allerta preventivo su scala mondiale per tutti i pericoli naturali.

 

ASSISTENZA SANITARIA INTERNAZIONALE

 

  • Aumento progressivo della risposta a HIV/AIDS, tubercolosi e malaria, tramite prevenzione, cure, trattamenti terapeutici e assistenza, e la mobilitazione di risorse aggiuntive provenienti da fonti nazionali, bilaterali, multilaterali e private.

  • Impegno a combattere le malattie infettive, che comprenda l’impegno a garantire la piena attuazione dei nuovi Regolamenti sanitari internazionali e il sostegno alla Rete mondiale di allarme e risposta in caso di scoppi di epidemie dell’Organizzazione mondiale della sanità.

 

ASSISTENZA UMANITARIA

  • Migliorare la capacità del Fondo centrale di rotazione per le Emergenze per assicurare che i soccorsi umanitari arrivino in modo sicuro e immediato al verificarsi di un disastro.

  • Riconoscimento dei Principi guida sui profughi come importante quadro legislativo internazionale per la loro protezione.

 

AGGIORNAMENTO DELLA CARTA DELL’ONU

  • Decisione di modificare e aggiornare la Carta tramite:

    • La dismissione del Consiglio di amministrazione fiduciaria, che marca l’esaurimento del ruolo storico dell’ONU nel campo della decolonizzazione;

    • La cancellazione dei riferimenti anacronistici della Carta agli “stati nemici”.

 

Il testo completo del documento è disponibile in lingua originale sul sito del Vertice: www.un.org/summit2005

 

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GLI OBIETTIVI DI SVILUPPO PER IL MILLENNIO

TRA TEORIA E REALTÀ

 

 

 

1. SCONFIGGERE LA POVERTÀ E LA FAME ESTREME

Entro il 2015 dimezzare, rispetto al 1990, la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno.

 

DA DOVE SI PARTE - Oltre 1,2 miliardi di persone, un quinto della popolazione mondiale, sopravvive con meno di un euro al giorno. 448 milioni di bambini sotto i cinque anni sono sottoalimentati.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Dimezzare entro il 2015 (rispetto al 1990) la percentuale di persone il cui reddito è inferiore a un dollaro USA al giorno. Dimezzare, entro il 2015 (sempre rispetto al 1990), la percentuale di persone che soffrono la fame.

 

Rwanda

Per più di dieci anni siamo riusciti a mangiare una sola volta al giorno, ma il 2004 è stato ancora peggio – dice Mateo Jummane di Ksisi. Nell’estate del 2004 le famiglie del villaggio non sono riuscite neanche a fare un pasto al giorno. Quasi in ogni famiglia c’era almeno un bambino che soffriva di denutrizione e malattie dovute alla fame cronica, e abbiamo perso centinaia di bambini, a causa di questa lenta agonia. Ogni giorno c’è un funerale al villaggio. Siamo rimasti senza alternative e abbiamo iniziato a nutrirci di piante selvatiche e radici, e spesso qualcuno mangia tuberi velenosi e muore. La situazione è peggiorata talmente che dobbiamo chiedere cibo ai campi dei rifugiati”.

 

 

2. ASSICURARE L’ISTRUZIONE PRIMARIA UNIVERSALE

Entro il 2015 assicurare a tutti i bambini e bambine il completamento delle scuole primarie.

 

DA DOVE SI PARTE - Ancora oggi 121 milioni di bambini si vedono negare il diritto all’istruzione. L’Africa subsahariana presenta il numero più alto di bambini in età scolare che non frequentano la scuola elementare: 45 milioni; nella stessa regione il numero di bambine che non frequentano la scuola è salito da 20 milioni nel 1990 a 24 milioni nel 2002.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Come traguardo di lungo termine si vuole assicurare che, entro il 2015, i bambini di ogni luogo, ragazzi e ragazze, siano in grado di concludere un ciclo completo di scuola primaria.

  1.  

Cambogia

Chhorn Phaly è una donna che in Cambogia intreccia ceste, spesso deve fare molti chilometri per reperire il bambù di cui ha bisogno. Chhorn ha un marito e un figlio, Nak, con una malformazione alla mano destra, che ha cercato di nutrire adeguatamente e mandare a scuola affinché non crescesse analfabeta. Ma le condizioni di sussistenza della famiglia sono deteriorate al punto che Nak, dopo qualche anno di scuola, ha deciso di andare a Phomn Phenn a chiedere l’elemosina, con cui raccoglie 2,5 dollari al giorno, mentre suo padre in una giornata lavorativa, ne guadagna solo mezzo e in molti periodi dell’anno è disoccupato.

 

3. PROMUOVERE EQUITÀ DI GENERE E IL RUOLO E L’AUTONOMIA DELLE DONNE

Entro il 2005 eliminare disparità di genere nelle scuole primarie e secondarie e in tutti i livelli scolastici entro il 2015.

 

DA DOVE SI PARTE - Il 60% degli 840 milioni di adulti analfabeti sono donne. Nel Sud del mondo la manodopera femminile è stimata attorno al 60-80% del totale, a seconda dei Paesi, ma gli stipendi percepiti dalle donne corrispondono a un decimo di quelli degli uomini.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Eliminare la disuguaglianza di genere a tutti i livelli di istruzione entro il 2015. Promuovere pari opportunità e maggiore influenza per le donne in tutti i diversi aspetti è un obiettivo fondamentale della Dichiarazione del Millennio, anche se l’eliminazione delle disuguaglianze nelle scuole elementari e secondarie (le nostre Medie) è l’unica meta esplicitata.

 

Malawi

Khuzi è un villaggio che si trova nel distretto di Ntcheu, regione centrale del Malawi. Come in altre aree del paese, esistono molte difficoltà nel campo dell’istruzione, in particolare per le ragazze. Nonostante la scuola non sia gratuita ormai da diversi anni, la qualità dell’insegnamento lascia molto a desiderare. Ci sono pochi insegnanti qualificati (in alcune scuole esiste un insegnante ogni 70 bambini) e le infrastrutture didattiche sono spesso inesistenti: non sono infrequenti le situazioni in cui gli alunni sono costretti a seguire le lezioni all’aperto, sotto un albero. Essendo inoltre una zona isolata e arretrata, la condizione delle bambine e delle ragazze è ancora più discriminata. Gli insegnanti approfittano di questa situazione e le denunce di abuso non sono rare. Le ragazze in particolare subiscono molestie sessuali, il che le demotiva a continuare gli studi. Fiona Jangaza racconta: «Ho cominciato a frequentare la scuola a 6 anni, quando ne avevo circa 13 un mio insegnante mi ha detto di essersi innamorato di me. Io l’ho respinto e allora mi ha minacciato di bocciarmi e così è successo. Ho chiesto aiuto ai miei familiari che si sono rivolti alla scuola, ma il comitato degli insegnanti non mi ha creduto e ha dato ragione al mio insegnante. Gli episodi di molestie sono continuati anche l’anno successivo, con altri 6 bambini e 2 bambine; ci è stato detto apertamente che non avremmo mai superato l’anno scolastico se non avessimo ceduto alle avances. Non solo, l’insegnante si è perfino rifiutato di darmi una lettera di trasferimento per proseguire gli studi in un’altra scuola. E così sono stata costretta ad abbandonare la scuola senza poter arrivare al diploma».

 

 

4. RIDURRE LA MORTALITÀ INFANTILE

Entro il 2015 ridurre di due terzi il tasso della mortalità infantile nei bambini al di sotto dei cinque anni.

 

DA DOVE SI PARTE - Ogni anno nel mondo muoiono oltre 11 milioni di bambini prima del compimento dei cinque anni.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Ridurre di due terzi il tasso di mortalità infantile al di sotto dei cinque anni d’età entro il 2015 (rispetto al 1990).

 

Somalia

Ahmed Abdi è un settantenne somalo con due mogli e quindici figli. A causa dei conflitti in corso nel paese, il suo gregge di trecento pecore e sei cammelli è stato decimato: ora è rimasto con venticinque ovini. Per fame sono già morti tre dei suoi familiari. Nessuno dei suoi figli può lavorare e la famiglia sopravvive con le derrate alimentari distribuite per le emergenze.

 

 

5. MIGLIORARE LA SALUTE MATERNA

Entro il 2015 ridurre di tre quarti il tasso di donne che muoiono di parto.

 

DA DOVE SI PARTE - Ogni minuto una donna muore per complicazioni relative alla gravidanza o al parto per mancanza di assistenza medica, sono 1400 donne al giorno. Ogni anno 580mila donne muoiono per questo motivo, il 99% delle quali nei Paesi del Sud del mondo. Una ogni sedici: è il rapporto fra le donne africane che muoiono a causa di complicazioni insorte con la gravidanza o con il parto e quelle che sopravvivono. Negli Usa la percentuale è una ogni 3.700. In Africa orientale solo il 33,6% dei parti è assistito da personale qualificato.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - L’obiettivo è di ridurre il tasso di mortalità materna di tre quarti entro il 2015 (rispetto al 1990).

 

India

Muthaya appartiene alla casta degli intoccabili e vive nel villaggio di Vegadesapuram, nella regione del Tamil Nadu. Il Tamil Nadu è una delle aree dell’India più ricche e sviluppate.

Muthaya ha 74 anni e vive costruendo cornici di fiammiferi; guadagna circa 5 dollari al mese.
Ha cresciuto quattro figli e una figlia e ha lavorato a lungo in condizioni di schiavitù.
Nonostante dica di aver visto miglioramenti nelle condizioni di vita degli intoccabili,
negli ultimi anni i suoi figli non si sono emancipati dalla condizione di discriminazione
nella quale ha vissuto lui. I quattro maschi vivono anch’essi facendo cornici di
fiammiferi mentre la figlia si offre come manodopera per lavorare la terra, ma anche
quando riesce a trovare un ingaggio viene pagata meno del minimo sindacale.

 

 

6. COMBATTERE L’HIV/AIDS, LA MALARIA E ALTRE MALATTIE

Entro il 2015 fermare e invertire la tendenza della diffusione dell’HIV/AIDS e l’incidenza della malaria e di altre malattie.

  1.  

DA DOVE SI PARTE - Sono 40 milioni le persone colpite dall’Aids, 37,2 milioni delle quali sono adulte, 17,6 milioni donne e 2,2 milioni bambini sotto i cinque anni. Nel 2004 sono morte, a causa dell’AIDS, 3,1 milioni di persone, 510mila delle quali bambini sotto i 15 anni. Nel 2004 4,9 milioni di persone sono state infettati da questa pandemia, 640 mila delle quali bambini sotto i 15 anni. La FAO calcola che nella sola Africa sub-sahariana saranno circa 20 milioni gli “orfani da AIDS” nel 2020. La malaria uccide un milione di persone ogni anno, il 90% delle quale in Africa. 2,4 milioni i nuovi casi registrati nel 2004.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Arrestare e invertire entro il 2015 la tendenza alla diffusione dell’HIV, della malaria e di altre malattie come la tubercolosi.

 

Malawi

«Ci chiamiamo Achinga e Kondwani Achini, abbiamo 8 e 6 anni e viviamo nel villaggio Mchacha, nel distretto di Nsanje (Malawi). Non siamo mai andati a scuola. I nostri genitori sono morti di Aids nel 2002 . Poiché nessuno si poteva prendere cura di noi, siamo andati dai nonni, ma anche lì non avevamo molte possibilità. Allora abbiamo deciso di andare a vivere nella foresta, in una tenda che veniva usata per cuocere i mattoni, e ogni mattina ci recavamo al villaggio per chiedere l’elemosina. Una notte ci siamo fermati lì, e abbiamo dormito nella veranda di una casa del villaggio che apparteneva ad una anziana donna di nome Gogo Nabanda. Quando ci ha trovati, al mattino, ci ha fatti entrare in casa e nonostante non sia una nostra parente, ha deciso di prendersi cura di noi. Ma con il nostro arrivo, il numero di orfani che lei aiuta è cresciuto da 10 a 12, per cui le è molto difficile nutrirci e vestirci adeguatamente. A causa di questa situazione non andiamo a scuola. Non abbiamo coperte per la notte e vestiti per andare a scuola. Sopravvivere in questo stato è molto difficile. Pensiamo spesso ai nostri genitori che ci hanno lasciato tre anni fa. Nessuno ci aiuta, a parte Gogo».

 

 

7. ASSICURARE LA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE. INTEGRARE I PRINCIPI DI SVILUPPO SOSTENIBILE NELLE POLITICHE E NEI PROGRAMMI DEI PAESI E INVERTIRE LA TENDENZA NELLA PERDITA DI RISORSE AMBIENTALI.

Entro il 2015 ridurre della metà la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua potabile. Entro il 2020 raggiungere un significativo miglioramento nelle vite di almeno 100 milioni di abitanti delle baraccopoli.

 

DA DOVE SI PARTE - Il degrado del suolo è un problema che tocca quasi due miliardi di ettari di terra, danneggiando il sostentamento di almeno un miliardo di individui che vivono sulla terraferma. Oltre un miliardo di persone nei Paesi impoveriti non ha accesso all’acqua potabile, ovvero una persona su cinque.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Garantire la sostenibilità ambientale. In particolare: integrare i principi di sviluppo sostenibile nelle politiche dei Paesi e nei programmi e arrestare la distruzione delle risorse ambientali; assicurare acqua potabile e strutture sanitarie migliorate per tutti; dimezzare entro il 2015 la percentuale di persone prive di accesso sostenibile all’acqua potabile; raggiungere, entro il 2020 un significativo miglioramento nelle condizioni di vita di almeno 100 milioni di abitanti nelle periferie. Oggi, almeno un miliardo di persone vive negli baraccopoli.

 

Guatemala

Nella comunità di Yalchati, nel distretto di Verapaz vivono 54 famiglie, per un totale di circa 330 abitanti. Il villaggio si trova a circa 40 chilometri dalla città più vicina, Chisec. Poiché non esistono infrastrutture, la comunità si trova praticamente isolata. C’è solo una sorgente d’acqua, che però è contaminata. Anche il terreno è contaminato a causa degli scarichi della vicina raffineria, così come le coltivazioni, il che provoca continui problemi di salute agli abitanti. Il centro sanitario e la scuola secondaria si trovano a Chisec, mentre le scuole elementari sono dall’altra parte del fiume e non servono pasti agli alunni. Domingo vive coltivando fagioli e granturco e riesce a ottenere anche due raccolti l’anno. L’intera famiglia, compresi moglie e otto figli, vive lavorando la terra. Con il surplus del raccolto, dopo che la famiglia si è sfamata, Domingo riesce a comprare un po’ di zucchero e di sapone, nonché a mandare i figli maschi alle scuole secondarie. La famiglia lavora dal lunedì al venerdì e si reca in città solo il sabato. I ragazzi studiano nella speranza di avere un futuro migliore; come da tradizione, alle ragazze non è data la possibilità di frequentare la scuola.

 

 

8. SVILUPPARE UNA PARTNERSHIP GLOBALE PER LO SVILUPPO

Sviluppare ulteriormente un sistema finanziario e commerciale che includa l’impegno a garantire meccanismi di governo democratico, allo sviluppo e alla riduzione della povertà – a livello nazionale e internazionale.

 

DA DOVE SI PARTE - Nel sottoscrivere gli MDGs nel 2000, gli Stati membri dell’ONU hanno esplicitamente riconosciuto che la povertà può essere sconfitta solo attraverso precise politiche di partenariato globale per lo sviluppo. A cinque anni di distanza, l’APS stanziato dai Paesi ricchi è però lungi dal raggiungere l’obiettivo dello 0,7% sul PIL, come indicato nella Dichiarazione del Millennio e confermato dalla Conferenza sulle risorse per lo sviluppo del 2002. Nel 2004 l’Italia ha visto addirittura la sua percentuale scendere allo 0,15%, rispetto allo 0,17% dell’anno precedente, tornando al valore del 2001. Il debito dei Paesi poveri più indebitati (HIPC) è un altro punto negativo per il nostro Paese: nonostante il carattere innovativo, a oggi la Legge 209 del 2000 è stata attuata solo per un terzo rispetto alla sua iniziale formulazione. Infine, i sussidi concessi dai Paesi ricchi ai loro prodotti agricoli e manifatturieri, assieme alle barriere doganali imposte per ostacolare l'importazione di beni e merci provenienti dai PVS (Paesi in via di sviluppo), costituiscono un freno decisivo allo sviluppo del Sud del mondo.

DOVE SI VUOLE ARRIVARE - Entro il 2015 i Paesi ricchi devono attuare una serie di interventi soprattutto in tre aree: risorse per lo sviluppo, cancellazione del debito e riforma del commercio internazionale. Nella cooperazione allo sviluppo, i Paesi dell’UE pre-allargamento devono raggiungere il livello minimo dello 0,7% nel rapporto APS/PIL. Per quanto concerne il debito estero degli HIPC (Paesi poveri altamente indebitati), i Paesi ricchi devono arrivare alla cancellazione totale. Per il commercio internazionale devono essere eliminati i sussidi e ogni dazio nei confronti dei PVS. I sussidi alle esportazioni agricole provocano forti distorsioni dei prezzi sul mercato mondiale, diminuendo la competitività dei produttori agricoli del Sud del mondo e distruggendo le comunità rurali. Infine deve essere favorito il trasferimento tecnologico dal Nord al Sud del mondo, anche attraverso la revisione della normativa internazionale sui brevetti (TRIPs).

  1.  

Tanzania

Robin, in Tanzania riusciva a vendere il caffè per 1 dollaro al chilo. Ma questo succedeva prima che il governo smettesse di fornire sussidi per le materie prime. Successivamente due aziende – una tedesca e una britannica – intervennero nel paese e sostituirono il governo nel fornire sussidi e aiuti. Inizialmente gli agricoltori come Robin accolsero gli stranieri con favore. Ma le corporation dedussero i sussidi dal prezzo del caffè e, avendo fatto sì che tutti i produttori dipendessero dai loro aiuti, riuscirono a fissare come volevano il prezzo del caffè. Ora Robin riesce a vendere i suoi prodotti alla metà di quello che riusciva a fare in precedenza.

 

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RISULTATI DELLA CONFERENZA MINISTERIALE DI HONG KONG

 

AGRICOLTURA

SUSSIDI ALL’ESPORTAZIONE: La decisione politicamente più delicata riguarda l’impegno ad assicurare la parallela eliminazione di tutte le forme di sussidi all’export, da completarsi entro il 2013 e in modo che a metà del periodo di implementazione (2010 ?) sia già stata realizzata una parte sostanziale della riduzione. Si tratta da un lato di un “atto dovuto” dopo l’impegno all’eliminazione che era stato assunto a Ginevra nel luglio 2004; e dall’altro di una concessione che l’Unione Europea ha messo sul piatto della bilancia per ricevere adeguate contropartite nel prosieguo del negoziato con il parallelo impegno, ed un chiaro linguaggio, alla contemporanea eliminazione delle altre forme di aiuto all’export di Paesi come USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda (crediti all’export, imprese commerciali di Stato, aiuto alimentare).

SOSTEGNO INTERNO: di fronte a proposte radicali come quella degli Stati Uniti (riduzione del tetto massimo degli aiuti che ricadono nella blue box dal 5 al 2,5%) e del G 90 che avrebbero rimesso in discussione la riforma della PAC, l’UE e’ riuscita a consolidare l’Accordo di Ginevra del 2004, che fa salva la distinzione tra forme distorsive e misure legittime di sostegno all’agricoltura. Il principio che la riduzione di tutti i sussidi distorsivi  dovrà essere “superiore alla somma delle singole riduzioni” (livello consolidato delle Misure Aggregate di Sostegno totali, de minimis e pagamenti che ricadono nella Blue Box) pur non essendo esente da rischi, traduce il forte impegno  dell’UE a rappresentare il fronte più avanzato nelle riforme interne con il fine di fare pressione sugli USA affinché realizzino le necessarie riforme, visto che in questi anni non hanno ridotto, ma semmai aumentato i loro sussidi agricoli.

ACCESSO AL MERCATO: è il tema che dominerà la prossima tornata negoziale. L’Unione Europea esce da Hong Kong avendo affermato il principio della formula delle riduzioni a 4 scaglioni progressivi, ed evitando che si quantificasse l’ordine di grandezza dei tagli tariffari. Hong Kong ha inoltre riconosciuto le speciali sensibilità di alcuni prodotti agricoli che andranno salvaguardati secondo criteri specifici.

PARALLELISMO AMA – NAMA : sul nuovo principio di proporzionalità nell’accesso al mercato per i prodotti agricoli e quelli industriali, sarà molto importante l’interpretazione che ne verrà data. La nostra interpretazione è che occorra ridurre il divario attualmente esistente tra i Paesi che hanno dazi elevati e quelli, come l’Europa, che hanno già liberalizzato. Questo parallelismo porterà maggiore reciprocità sia nei NAMA che in agricoltura, dove l’UE si è impegnata con la propria offerta ambiziosa del 28 ottobre. Diversamente è da respingere un’interpretazione che dovesse ancor più penalizzare la nostra agricoltura senza poi portare anche benefici reali nei NAMA (e che sicuramente porteranno avanti Brasile ed India). La questione sarà al centro della prossima fase negoziale.

 

 

PACCHETTO SVILUPPO

Accesso a zero dazio,  e senza contingenti

Obiettivo dell'azione comunitaria è stato l'adozione da parte dei Paesi industrializzati  e anche dei Paesi emergenti in grado di farlo, di un regime analogo al regolamento comunitario Everything But Arms  (accesso a dazio zero e in assenza di contingenti a tutti i prodotti provenienti da tutti i Paesi Meno Avanzati).  Giappone e USA hanno finito con il seguire l'esempio europeo con delle limitazioni sostanziali sulla copertura dei prodotti. Il negoziato si è concentrato sul numero dei Paesi e dei prodotti oltre alla data iniziale di applicazione, con l'Europa che ha mantenuto una posizione di assoluta leadership, seguita dall'insieme dei PVS, India e Brasile inclusi.

Il risultato finale prevede l’impegno, su base permanente, ad eliminare ogni dazio e contingente sui prodotti provenienti dai Paesi Meno Avanzati (LDC’s) a partire dal 2008, con la possibilità di escludere, in caso di manifeste difficoltà, alcuni prodotti fino ad un massimo del 3%, ma con l’obbligo di porre in essere tutti i passi necessari per raggiungere progressivamente un impegno completo.

Ma più importante ancora è il risultato politico di collocare l’Europa al centro di un gruppo di Paesi avanzati ed in via di sviluppo sulla questione cruciale del Round.

 

Cotone

L’Europa, favorevole alla posizione dei Paesi africani produttori di cotone per la rapidaeliminazione di tutte le forme distorsive di aiuto al settore cotoniero, ha accolto positivamente l’accordo raggiunto ad Hong Kong, che prevede l’eliminazione di tutte le forme di sostegno all’export entro il 2006.

Per contro, sui sussidi interni, principale fattore di detrimento delle ragioni di scambio sul mercato internazionale del cotone, la strenua opposizione degli Stati Uniti è risultata in un impegno generico ad accelerarne la riduzione, a fronte anche dell’impegno americano a finanziare dei programmi strutturali nei Paesi produttori.

In tema di accesso al mercato, terzo pilastro della strategia, i Paesi Meno Avanzati produttori di cotone, tra cui i quattro Stati africani promotori dell’iniziativa in occasione della Conferenza di Cancùn (Benin, Chad, Mali e Burkina Faso), hanno ottenuto che il cotone non possa essere escluso dall’iniziativa Dazio Zero e Senza Quote per i PMA.

 

Aid for trade

Si tratta del pacchetto finanziario in favore dell'assistenza tecnica al commercio dei PVS.

Anche in questo caso, con la presentazione di un pacchetto sviluppo approvato dal Consiglio Affari Generali il 12 dicembre, l'UE ha svolto un ruolo catalizzatore rispetto agli altri grandi major player.

La Dichiarazione riconosce l'importanza dell'assistenza tecnica al commercio ai fini dello sviluppo. Sulla base delle Conclusioni del CAGRE, l'UE ha contribuito alla decisione di incaricare il Direttore Generale dell'OMC a consultare le IFI e gli Stati membri per reperire nuove risorse finanziarie.

 

 

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Bibliografia

 

ActionAid International (2005): La libertà di chi? Gli Obiettivi del Millennio dal punto di vista delle persone.

Nazioni Unite (2005): Risultati del Vertice Mondiale 2005. Riunione Plenaria di Alto Livello. New York, 14-16 settembre 2005. Comunicato Stampa RUNIC.

Coalizione Italiana contro la povertà (2005): L’Italia del Millennio - L’impegno italiano per il raggiungimento dei Millennium Development Goals (MDGs), Giugno 2005

Sara Galiero (2005): Cinque anni persi - Gli Obbiettivi del Millennio (2000-2005).

Nazioni Unite (2005): Campagna del Millennio: testo della petizione “No excuse 2015”.

UNDP (2005): Rapporto sullo Sviluppo Umano.

M. Bruno (2005): Sviluppo umano: obiettivo fallito. Lettera 22.

G. Viola (2006): Addio Millennio: promesse sotto il tappeto.

S. Segio (2005): Rapporto sui diritti globali 2005. Associazione Società Informazione.
A. Tricarico (2005): A Hong Kong perdono i poveri. Wto alle corde. TradeWatch - Osservatorio sull’economia globale e sul commercio internazionale.

S. Santacroce (2005): Sviluppo, cotone e un po’ di carburante in vista della conclusione del Doha round. Ministero per il Commercio con l’Estero. Boll. 4-2005

AA.VV. (2005): Il big bang della povertà – Obiettivi del Millennio: promesse non mantenute. Edizioni Paoline

Nazioni Unite (2005): In lager freedom – Verso sviluppo, sicurezza e diritti umani per tutti. New York, 2005

M. Cutillo (2005): Il triste Summit del Millennio: nessun cambiamento contro la povertà. Mani Tese, novembre 2005

A. Attaran (2005): L’ONU prigioniera dei Millennium Goal. Darwin, nov./dic. 2005

 

 
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