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Gandhi, localismo e decrescita

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“La disposizione a soffrire, invece di far soffrire gli altri, e’ l’essenza della non-violenza”
(Mohandas K. Gandhi)


La frase di Gandhi non e’ un invito al masochismo. Si tratta di coltivare lo spirito di base per sopportare rinunce, che pur creandoci disagio, vanno a favore di altri esseri umani in condizioni peggiori delle nostre. E per poter sperare che in caso di bisogno qualcuno lo faccia anche per noi. Un atteggiamento di questo tipo costituisce il nucleo della fratellanza umana, predicata da tutti i maestri spirituali del mondo fino ai giorni nostri e funzionerebbe da salvaguardia nei confronti di tutte le guerre.
Non c’e’ bisogno di essere, o voler diventare, monaci e santi per capire che in situazioni particolari e’ la vita stessa a chiederci di rinunciare, ridimensionarci, fare un passo indietro, per il bene comune e per evitare la distruzione di tutti.
Gandhi sostiene che le pratiche nonviolente di resistenza passiva hanno addirittura bisogno della poverta’ per poter vincere davvero. Non la poverta’ concreta, subita, che non puo’ dare garanzie di liberta’. Ma quella interiore, la determinazione del non-attaccamento, di chi non teme di perdere nulla, essendo indifferente al possesso, anche della vita stessa. Suona quasi eroico. O forse meglio sobrio, austero. Comunque insolito oggi.
Le parole dei grandi pensatori sono spesso affascinanti e tremende, per chi vive nell’odierna societa’ dei consumi ed e’ purtroppo dipendente da strati di possedimenti materiali, anche i piu’ banali e inutili. Oltre che della poverta’, la nonviolenza avrebbe bisogno per affermarsi come lotta, anche della verita’, altra potenziale fonte di sofferenza. Dire e ascoltare la verita’ fa spesso male. E’ una sua caratteristica. Io credo che la verita’ faccia proprio salute, per quanto procuri a volte dolore, come molte terapie, soprattutto all’inizio, a seconda di quanto si e’ intossicati. Si sa pero’ che il medico pietoso non aiuta la guarigione!
Ma vediamo ancora la posizione di Gandhi: la ricerca della verita’ non ammette l’uso della violenza nei confronti dell’avversario che puo’ avere idee diverse dalle nostre. La verita’, al contrario, ha bisogno di pazienza e comprensione, soprattutto quando si cerca di distogliere l’altro da un presupposto errore. Ma, tornando a un punto nevralgico: la pazienza e’ sofferenza, dice Gandhi. E tutti lo sanno per esperienza. Per questo la difesa della verita’ avviene primariamente attraverso la nostra sofferenza e non quella dell’avversario (di cui non possiamo controllare il grado di pazienza).
Spostiamoci di livello. La democrazia e la civilta’ ci chiedono la sospensione della violenza bruta, della sopraffazione, dell’autoritarismo.
L’ avversario non deve essere distrutto, ne’ concretamente ne’ simbolicamente. Tenere a bada gli impulsi di predazione e annientamento dell’altro, produce negli esseri umani iscritti nella legge del piu’ forte, quella sofferenza gia’ identificata da Freud come “il disagio della civilta’”. Vivere in societa’ umane comporta, in qualche misura, la rinuncia al personale egoismo. Purtroppo la storia ci mostra come la bestia crudele sia pronta a riaffacciarsi non appena fiuta l’opportunita’ per affondare gli artigli. Gli addomesticamenti sono sempre temporanei e non bisogna abbassare la guardia nell’educazione.(...)

L'articolo:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/2010/02/msg00027.html

 
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