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Collasso

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DIRITTI UMANI

In “Collasso” di Jared Diamond sono magistralmente illustrati esempi di società del passato che si sono autodistrutte per totale mancanza di spirito profetico, cioè della capacità di lasciarsi interrogare dai segni del tempo che chiedono la profonda revisione di uno stile di vita acquisito.

Un esempio di particolare interesse mi pare quello della Groenlandia medioevale dove, tra la fine del X e il XIV secolo, si insediò e per un certo tempo prosperò una colonia di origine norvegese, che potè dedicarsi alle sue tradizionali attività di pesca e pastorizia grazie a condizioni climatiche che momentaneamente lo consentivano. Intanto, dalla parte opposta dell’immensa isola si stabiliva una colonia di Inuit, cioè di Eschimesi, provenienti dal Nordamerica attraverso lo Stretto di Bering.
Quando il clima cambiò la colonia vichinga finì coll’estinguersi, mentre quella Inuit continuò a prosperare. Come mai?
Se i norvegesi avessero imparato qualcosa dai loro vicini, se avessero accettato di mutare i loro modi di vivere e superato i loro pregiudizi… La storia è fin troppo istruttiva per chi sa leggerla, e non serve aggiungere che oggi a mancare di spirito profetico sembra l’intera civiltà occidentale, che malauguratamente la globalizzazione del sistema industriale e consumistico ha esteso a livello planetario. Il recente vertice di Copenaghen sulle emissioni inquinanti non lascia granchè sperare che ci si accorga della catastrofe prima che avvenga, visto che non se ne sono voluti registrare i segni incipienti.
E che dire dei calabresi di Rosarno, che anzichè imparare dai braccianti extracomunitari come ci si ribella alla mafia li scacciano per tenersi le clementine sugli alberi e il “caporalato” sul gobbo?
Il testo che segue è tratto da Jared Diamond, Collasso, Einaudi.

Negli ultimi 14 000 anni ci sono state importanti fluttuazioni climatiche, che hanno influenzato l’anndamento della popolazione umana dell’isola. Anche se l’Artico ha poche specie animali cacciabili dall’uomo (in particolare renne, foche, balene e pesci), queste si trovano spesso in branchi molto estesi. Tuttavia, se queste specie si estinguono o migrano altrove, può succedere che i cacciatori rimangano senza cibo, il che è meno probabile a latitudini piu basse, dove la varietà animale è assai maggiore. Dunque la storia dell’Artico, Groenlandia compresa, ha visto popoli arrivare, occupare grandi estensioni di territorio per molti secoli e poi sparire, migrare o cammbiare stile di vita, perché i cambiamenti climatici avevano modificato la disponibilità delle specie da cacciare. (…)
I vichinghi, dunque, non incontrarono inizialmente nessuna popolazione locale, anche se trovarono le rovine lasciate da coloro che li avevano preceduti. Il clima caldo al tempo del loro arrivo permise anche agli inuit di espandersi velocemente verso est, dallo stretto di Bering atttraverso l’Artico canadese. Ciò fu possibile perché il ghiaccio, che aveva permanentemente bloccato i canali tra le isole del Canada settentrionale nel corso dei secoli freddi, incominciò a sciogliersi durante l’estate, permettendo alle balene della Groenlandia (Balaena mysticetus), specie essenziale per il sostentamento degli eschimesi, di diffondersi anche lì. Grazie a questo cambiamento climatico, gli inuit passarono dal Canada alla Groenlandia nordoccidentale attorno al 1200, fatto che si sarebbe dimostrato cruciale per i destini dei coloni norvegesi.
L’analisi degli strati di ghiaccio mostra che tra 1′800 e il 1300 (il coosiddetto «periodo caldo medievale») il clima dell’isola fu relativamente mite e simile a quello attuale, se non addirittura piu caldo. I norvegesi raggiunsero la Groenlandia in un momento propizio per la crescita del fieno e per la pastorizia, almeno se paragonato allo standard degli ultiimi 14 000 anni. Attorno al 1300, però, il clima nell’ Atlantico settenntrionale cominciò a farsi piu freddo e piu variabile da un anno all’ altro, inaugurando la cosiddetta Piccola glaciazione, che durò fino al XIX seecolo. Attorno al 1420, i ghiacci alla deriva d’estate tra Groenlandia, Islanda e Norvegia erano diventati troppo numerosi per consentire la navigazione, e ciò causò la fine delle comunicazioni tra la colonia norrvegese e il mondo esterno. Queste condizioni erano tollerabili e persiino gradite agli inuit, che si sostentavano cacciando le foche dagli anelli. Il freddo era invece un disastro per i norvegesi, che dipendevano dalla produzione del fieno; come vedremo, l’inizio della Piccola glaciazione fu uno dei fattori che determinarono la loro fine. I mutamenti climatici furono complessi, e non li si può semplicisticamente riassumere diicendo che «diventò troppo freddo e morirono tutti». Prima del 1300 c’erano stati alcuni periodi fredi che i coloni erano riusciti a superare, cosi come dopo il 1400 ci furono periodi piu caldi che, però, non giovarono alla loro sopravvivenza. La domanda di fondo è sempre la stesssa: perché i norvegesi non impararono ad adattarsi al freddo osservando gli inuit e imitando le strategie con cui questi ultimi affrontavano con successo le stesse difficoltà?(…) Sarebbe stato logico pensare a un commercio grazie al quale i norvegesi avrebbero ottenuto dagli inuit zanne di tricheco, zanne di narvalo, pelli di foca e orsi polari, che avrebbbero poi mandato in Europa in cambio del ferro da vendere agli inuit. Un altro prodotto interessante era costituito dai latticini: anche se gli inuit sono in genere intolleranti al lattosio, avrebbero potuto consuumare quei prodotti derivati dal latte, come il burro e il formaggio, priivi di tale sostanza, e oggi esportati dalla Danimarca in Groenlandia. In un clima cosi rigido, ogni integrazione alla dieta è la benvenuta. E infatti il commercio dei latticini tra scandinavi e inuit iniziò subito dopo il 1721: perché non avvenne lo stesso all’ epoca degli insediamenti medievali ?
Una risposta ha a che fare con gli ostacoli culturali che impedivano i matrimoni misti, o addirittura gli scambi di informazioni e di tecniche. Una moglie inuit non sarebbe stata di grande aiuto per un europeo: per un vichingo la donna ideale sapeva tessere e filare la lana, accudire le mucche e le pecore, mungere il latte e fare lo skyr, il burro e il formagggio, tutte attività che le norvegesi, ma non le inuit, imparavano da bammbine. Anche se un cacciatore norvegese fosse diventato amico di un cacciatore inuit, il primo non poteva semplicemente prendere in prestito il kayak dell’altro e imparare a usarlo, perché si trattava di un’imbarcazione complessa e fatta su misura per il suo vogatore. Guarda caso, era fabbbricato dalle donne inuit, che a differenza delle ragazze vichinghe impaaravano a cucire le pelli sin dall’infanzia. Dunque, un cacciatore norveegese che aveva visto un kayak non poteva tornare a casa e dire alla moglie: «Fammene uno uguale! »
Se cercate di convincere una donna inuit a fabbricarvi un kayak su misura o a lasciarvi sposare sua figlia, dovete prima instaurare con lei una relazione amichevole. Ma abbiamo visto che i norvegesi erano parrtiti con il piede sbagliato, ammazzando i primi inuit da loro incontrati, e avevano continuato ancora peggio (ricordiamo che per loro gli indigeni erano tutti skrfaeling, cioè «miserabili»). Da cristiani seguaci della Chiesa di Roma, come tutti gli altri europei dell’epoca, non potevano che provare disprezzo per quei pagani. (…)
In breve (…) gli altri europei che incontrarono per la prima volta popolazioni native in altre parti del mondo, si trovarono ad affrontare la stessa gamma di problemi con cui si misurarono i norvegesi alla vista degli inuit: i pregiudizi contro i «barbari pagani», la tentazione di uccidere e derubare, la difficoltà di intraprendere relazioni commerciali e di amalgamarsi, il problema di come convincerli (e convincersi) a non fuggire o a non attaccare. Gli europei dei secoli successivi risolsero la faccenda scegliendo l’atteggiamento che più si adattava alla situazione specifica. I coloni basavano la loro strategia su diversi fattori: valutavano se il loro numero era maggiore di quello della popolazione nativa, se avevano portato con loro abbastanza donne per continuare la vita della colonia, se i nativi possedevano dei prodotti desiderati in Europa e se le terre dei nativi erano abbastanza invitanti per fondare un insediamento stabile. Ma i norvegesi del XIII seecolo non potevano sapere tutto ciò. Non si amalgamarono, non impararono nulla dagli inuit (o non ci riuscirono), ma non avendo nessun vantaggio militare furono loro, e non i «barbari», ad avere la peggio.


(Tratto da: http://valterbinaghi.wordpress.com)

 

 
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