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Diritti Umani

FAME DI GIUSTIZIA



«Lo scopo del Vertice mondiale sull’alimentazione: cinque anni
dopo è di dare nuovo slancio agli sforzi compiuti su scala mondiale
in favore degli affamati... Dobbiamo trovare la volontà politica e
le risorse finanziarie per combattere la fame. La comunità
internazionale ha ripetutamente dichiarato il suo impegno a
estirpare la povertà. L’eliminazione della fame è un primo,
essenziale passo in questa direzione.»

Dott. Jacques Diouf, Direttore Generale della FAO

Nel 1996 i delegati partecipanti al Summit Mondiale sull’Alimentazione di Roma presero il solenne impegno di ridurre della metà la popolazione mondiale che soffre la fame entro il 2015, un notevole passo indietro rispetto ad un altro solenne obiettivo fissato nel 1974: quello di sradicare questo dramma nel giro di 10 anni.
La stessa FAO, a cinque anni dal vertice di Roma, ha dichiarato che anche fissando il trend al passo attuale, persino gli obiettivi meno ambiziosi richiederebbero oltre 60 anni: un’età che molti poveri del mondo non raggiungerà mai. Dal 1996 il numero di persone sottonutrite rimane pressoché costante o scende molto lentamente: fino ad oggi esso è sceso ad un ritmo medio di 8 milioni di persone l’anno mentre, per raggiungere l’obiettivo di dimezzare il numero di uomini e donne che soffrono la fame entro il 2015, sarebbe necessario un tasso di crescita maggiore del doppio (22 milioni di persone in meno per anno) (FAO, 2001).
Malgrado tali roboanti proclami di impegno, il problema della fame oggi è ancora presente in buona parte dei paesi in via di sviluppo (PVS) e colpisce fra gli 800 milioni e gli 1,1 miliardi di persone: ciò significa che 1 su 6 abitanti della Terra soffre di gravi forme di sotto o di malnutrizione che ne limitano drammaticamente lo sviluppo fisico e mentale, la quantità e qualità di vita, le potenzialità di esprimere i propri diritti fondamentali di essere umano.

 

Una “campagna” per la campagna


Uno degli elementi più paradossali della realtà produttiva alimentare è che proprio coloro che producono il cibo per tutte le altre categorie sociali, cioè gli agricoltori, rappresentano la categoria più povera del pianeta.
La fame, infatti, è concentrata nelle zone rurali ed è aggravata dalle minori condizioni igieniche e dalla mancanza di forniture idriche sicure. Nelle aree rurali gli indicatori di reddito, salute, istruzione e partecipazione politica continuano ad essere nettamente inferiori a quelli urbani.
Il 70% dei poveri del mondo lavora e vive nelle zone rurali di Africa, America ed Asia: persino negli Stati Uniti il tasso di povertà rurale è maggiore del 23% di quello urbano e in molte campagne il sostentamento delle famiglie di agricoltori dipende dai servizi sociali, dalle chiese e dalle mense gratuite.
Riducendosi le possibilità di campare con l’agricoltura, masse enormi di persone emigrano verso le città dove, per mangiare, sono costrette ad acquistare prodotti alimentari pronti e preconfezionati, il cui valore aggiunto va a beneficio dei fornitori commerciali di prodotti e servizi per l’agricoltura, degli intermediari di settore e dell’industria della lavorazione degli alimenti (Worldwatch Institute, 2002).
Va inoltre considerato che nei prossimi 3 decenni si prevede che la popolazione mondiale vivrà per ? negli agglomerati urbani, lontani da luoghi ove il cibo viene prodotto, e solo per ? in aree rurali. Già oggi, per la prima volta nella storia del genere umano, la popolazione urbana eccede, sia pur di poco, la popolazione rurale (FIDAF, 2001).
Malgrado questo esodo urbano la produzione di alimenti è aumentata a dismisura negli ultimi cinquant’anni, arrivando a superare la crescita demografica mondiale. Ciò naturalmente è avvenuto in maniera diseguale nei vari continenti ed è forse proprio questo uno dei paradossi più stridenti: che cosa si è fatto per rafforzare la produzione agricola proprio laddove c’è urgenza di cibo? Perché la moderna agricoltura non ha saputo realizzare “rivoluzioni verdi” anche in grandi nazioni o nelle aree marginali come il Sahel africano, le montagne andine o le foreste indonesiane?
E perché nel paese culla della rivoluzione verde degli anni ‘70, l’India, oggi autosufficiente per quanto riguarda il piano alimentare a livello nazionale, il numero di bambini gravemente denutriti è due volte e mezzo superiore a quello di tutta l’Africa subsahariana, ossia circa 70 milioni di individui?

 

Iniquità in alimentazione, diritto alla terra, opportunità socio-economiche

L’insicurezza alimentare è sicuramente causata da una iniqua distribuzione del cibo che viene prodotto sul nostro pianeta: cibo che in teoria potrebbe essere largamente sufficiente ad assicurare a tutti una corretta alimentazione.
La popolazione mondiale si divide in tre gruppi: 1,2 miliardi di persone “superconsumatrici” che mangiano l’equivalente di 850 chili di frumento l’anno (gran parte dei quali sotto forma di prodotti animali); 3,5 miliardi di “nutriti” che si alimentano con una dieta mista di 350 chili di grano equivalenti; 1,2 miliardi di “esclusi” che sopravvivono con 150 kg di grano equivalenti. Le tendenze attuali difficilmente colmeranno queste ineguaglianze, mentre la popolazione mondiale arriverà a 10 miliardi nel 2050 e la superficie agraria utilizzabile per persona calerà dagli attuali 0,8 a 0,5 ettari. Anche con l’attuale produttività, questa popolazione potrebbe essere sostenuta se il cibo fosse equamente distribuito.
Altro elemento cruciale per una più equa distribuzione della produzione agricola sono le riforme agrarie: nella gran parte dei paesi la maggioranza dei terreni agricoli appartiene ad una minoranza elitaria, che determina per lo più il modo in cui tali terreni vengono utilizzati.
Non sono necessarie grandi superfici per risolvere grandi problemi come quello della fame: anche piccole porzioni di terreno per un orto ed una casa possono garantire ad una famiglia una buona alimentazione, oltre che uno status ed un salario più elevati ed una maggiore probabilità di accesso al credito.
A questo raramente accedono le donne: nei Paesi in via di sviluppo lavorano i campi, piantano i semi, estirpano le erbe infestanti, trasportano l’acqua necessaria per i campi e la casa, procurano il cibo e lo cucinano, ma i programmi di sviluppo rurale in genere le ignorano costantemente, discriminandole e favorendo gli uomini nella concessione di crediti e di altri servizi (Worldwatch Institute, 2002). 

 

Ambiente

Il nostro pianeta, fino ad ora così generoso con i suoi inquilini, sta ora mostrando un grado di sofferenza crescente imputabile a cambiamenti climatici, effetto serra, deforestazione, desertificazione, riduzione della superficie coltivabile, delle risorse idriche, della dotazione di humus del suolo, della biodiversità; il tutto aggravato da un inquietante aumento del livello di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo (FIDAF, 2001).
Con l’abbandono di buona parte della sua originaria complessità ecologica, l’agricoltura ipertecnologica di oggi è diventata ancor più dannosa per l’ambiente globale, intensificando le inondazioni invece di ridurle, provocando emissioni di carbonio invece di conservarlo nel terreno, e distruggendo la biodiversità invece di salvaguardarla.
Malgrado i segnali di allarme si stiano avvertendo in tutti i sistemi agricoli mondiali, la maggior parte delle politiche agricole agisce ancora come un potente deterrente al passaggio a metodologie più pulite di produzione di alimenti. Un caso tipico sono gli oltre 320 miliardi di dollari che i governi dei paesi industrializzati spendono ogni anno a sostegno di un’agricoltura finalizzata alla produzione di pochi prodotti, principalmente mais, soia e carne: la loro disponibilità a prezzi accessibili ha ridotto in molti casi la biodiversità e ha consegnato il controllo del mercato nelle mani di pochi.
La liberalizzazione del mercato ha più che altro favorito i grandi agricoltori e le compagnie dell’agribusiness, esacerbando gli squilibri fra produttori ricchi e produttori poveri: oggi nel campo dell’agrochimica 5 società controllano il 65% del mercato globale dei pesticidi, nel campo delle sementi le 5 principali società controllano il 75% del commercio mondiale, pochissime società multinazionali controllano il 90% del commercio globale di caffè, cacao e ananas, l’80% del commercio del tè, il 70% di quello delle banane e oltre il 60% di quello dello zucchero.
I costi crescenti di questo sistema alimentare devastante stanno spingendo però sempre più agricoltori, scienziati, politici e consumatori di tutto il mondo verso un modello molto diverso, ispirato ai principi di agroecologia per andare incontro ai bisogni del territorio e delle persone che da esso dipendono. La stessa FAO in un suo documento (FAO, 2002) definisce l’approccio ecosistemico in agricoltura “fondamentale”.
Per molti versi si tratta di un approccio “sofisticato” in quanto dipende da una profonda comprensione delle interazioni ecologiche dei territori agricoli, ma, al tempo stesso, non molto lontano dalla saggezza millenaria con cui le popolazioni rurali di tutti i luoghi e culture hanno saputo adattare le risorse ambientali ai loro bisogni alimentari.
L’uso ottimale delle risorse e delle conoscenze locali la cui applicazione varia a seconda dei luoghi sembra portare a risultati migliori del ricorso a strumenti tecnici (sostanza chimica o ritrovato tecnologico) utilizzati ovunque allo stesso modo.

 

Ricerca di vertice ed educazione di base

Il vertiginoso aumento della produzione agricola, registrato in particolare nella seconda metà del secolo XX, è il risultato del massiccio contributo della ricerca scientifica e tecnologica (mai messa in discussione): contributo profuso in maniera globalizzata per tutto il secolo passato, malgrado la divisione del mondo in blocchi politicamente contrapposti.
La conoscenza scientifica e tecnologica che siamo riusciti ad accumulare negli ultimi decenni, pur essendo sicuramente la più vasta e la più profonda di tutta la storia dell’umanità, non è ancora sufficiente ad affrontare la più importante delle sfide: assicurare a tutti gli abitanti della terra, presenti e futuri, il loro diritto primario, quello della libertà dalle esigenze vitali; anche perché le risorse dedicate alla ricerca scientifica e tecnologica finalizzata allo sviluppo rurale sostenibile ed alla sicurezza alimentare sono in diminuzione in tutto il mondo (FIDAF, 2001).
Molte speranze vengo riposte nello sviluppo delle biotecnologie per la risoluzione del problema della fame: a nostro avviso, essendo tale problema determinato da una complessità di fattori (vedasi schede), il ricorso a tali tecnologie non risolverebbe ed anzi, in alcuni casi, acuirebbe il divario tra chi non ha niente e chi ha troppo. Fino ad ora le biotecnologie non si sono fatte carico dei bisognosi del mondo: il 98% delle colture geneticamente modificate si trovano in USA, Canada e Argentina e sono volte a produrre soia, mais, colza, cotone con tecnologie per lo più controllate dal sistema privato e protette da brevetti miranti a salvaguardarne l’esclusività dei profitti (Worldwatch Institute, 2002).
È indubbio che la ricerca scientifica pubblica a livello mondiale sia chiamata ad un dovere etico di sostenere l’impegno per affrancare l’umanità dal flagello della fame e che a questo scopo debbano essere convogliate dai governi risorse maggiori di quelle poco più che esigue fin qui stanziate. Ma, al di là della ricerca di vertice, avanzamenti maggiori nella lotta contro la fame potrebbero venire da una più ampia diffusione delle conoscenze culturali di base: un recente studio ha mostrato che in Cina, confrontando sei tipi di investimenti pubblici (strade, reti telefoniche, elettricità, irrigazione, istruzione e ricerca agronomica) nelle zone rurali, l’istruzione è risultato quello con il maggiore impatto sulla riduzione della povertà (IFPRI, 2000).

 

Il settimo impegno


Il tempo per le denunce e per le grandi campagne di sensibilizzazione è ormai scaduto: i fatti che abbiamo esposto esigono provvedimenti concreti e urgenti, esigono quanto meno il rispetto degli impegni, peraltro assai prudenti e cautelativi. La lotta alla fame non può prescindere dalla lotta alla povertà ed alla ineguaglianza sociale e deve essere affrontata primariamente con strumenti economico-politici.
Le politiche di sviluppo debbono essere focalizzate soprattutto sulle aree rurali del mondo, in quanto le attività agricole, se sostenute da un’adeguata innovazione tecnologica, sono in grado di aumentare quantitativamente e qualitativamente la produzione di alimenti e di conservare al contempo le risorse naturali. Lo sviluppo rurale è anche motore di sviluppo secondario, generando a sua volta quello di tutti i settori della società, e rappresenta quindi una leva fondamentale per ogni politica di attenuazione della povertà. Lo sviluppo rurale può inoltre migliorare le condizioni di vita delle popolazioni che vivono in campagna, contribuendo in tal modo a frenare il crescente fenomeno dell’inurbamento (FIDAF, 2001).
Se andiamo a vedere i 7 impegni che sottendono al Piano d’Azione del Vertice Alimentare Mondiale organizzato dalla FAO nel 1996 (vedi scheda) e che il Summit di Roma di giugno ha riaffermato di voler “rinvigorire”, gli strumenti per vincere la fame definiti dai rappresentanti di 181 Paesi sono già chiari e definiti per almeno 6 di questi punti.
Gli impegni si chiamano, in sintesi, democrazia, giustizia, sviluppo rurale, commercio equo, tutela dell’ambiente, investimenti. Il settimo impegno, forse quello più importante di tutti, è quello che sembra il più vago e che, a tutt’oggi, potremmo definire “volontà”. Forse proprio per questa sua importanza la Dichiarazione finale del Vertice FAO appena conclusosi a Roma ne evidenzia la centralità, affiancandolo alle “sfide” che ci aspettano e alle “risorse” da destinare per fronteggiarle. Alla “volontà politica” fanno riferimento i primi 12 punti della Dichiarazione che chiama il mondo ad una “alleanza internazionale contro la fame”, punti che, nella loro vaghezza, rischiano di reiterare vanamente impersonali affermazioni di impegno (FAO, 2002a).
Solamente attraverso il coinvolgimento diretto dei responsabili a livello decisionale sarà possibile mobilitare la volontà politica necessaria e garantire che le dovute decisioni siano prese dalle persone la cui influenza incide su tutti i settori della società coinvolti nella lotta contro la fame.
È sempre più importante che ogni paese adotti le misure essenziali per accelerare i cambiamenti più congrui affinché tutti gli impegni presi vengano effettivamente realizzati, nel rispetto del proprio autonomo modello di sviluppo.
Se ognuno saprà fare concretamente e responsabilmente la propria parte, l’umanità tutta potrà fare un grande passo in avanti verso una civiltà davvero planetaria.


FAME NEL MONDO DELLE INGIUSTIZIE

Paesi in via di sviluppo

• Ogni anno nel mondo sono 30 milioni le morti per fame (Dati FAO 1998).

• 828 milioni sono vittime di malattie, epidemie e carenze nutrizionali acute. Uomini, donne e bambini (circa il 20% dell’umanità) che hanno subìto lesioni irreversibili che limitano la durata e la qualità della loro vita (handicap come cecità, rachitismo, sviluppo insufficiente delle capacità cerebrali, ecc.)

• La sottoalimentazione ormai cronica in molti PVS ha origini storiche ed economiche.

• La carestia colpisce l’Est e il Sud dell’Asia (550 milioni - il 18% della popolazione), il 35% dell’Africa (170 milioni nell’Africa subsahariana) ed il 14% dell’America Latina e Caraibi.

• I ¾ dei “gravemente sottoalimentati” del pianeta vivono nelle campagne. ¼ sono abitanti delle bidonville intorno alle megalopoli del Terzo Mondo.

• Nelle guerre locali i capi dei PVS dilapidano le già povere risorse dei loro Stati in cui dilaga la corruzione.

• I paesi del Terzo Mondo hanno un pressante bisogno di infrastrutture. Mancano di capitali, di strade, di sementi adeguate, di riserve alimentari.

• Iniqua distribuzione delle terre: in 28 delle 44 nazioni analizzate dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il 10% dei proprietari terrieri controlla oltre il 40% delle terre. In India circa il 9% della popolazione rurale possiede il 44% della terra coltivabile; in Namibia circa 4000 bianchi (meno dell’1% della popolazione) possiede il 44% del territorio; in Sudafrica la popolazione di colore, pari al 75% della popolazione totale, occupa il 15% del territorio; nello Zimbabwe 70 mila bianchi (lo 0,5% della popolazione) possiedono il 70% del territorio: 4000 bianchi possiedono circa ? della terra coltivabile. In Brasile solo il 3% della popolazione possiede ? del territorio.

• Altri elementi che contribuiscono a questo flagello: odi fra i potentati locali, guerre per il controllo delle ricchezze naturali, instabilità istituzionale, rifiuto di collaborazione con l’ONU e con le organizzazioni umanitarie, catastrofi naturali (uragani, siccità) e alterazione dei sistemi naturali (cambiamenti climatici, deforestazione, desertificazione).

• La desertificazione colpisce 3,6 miliardi di ettari, circa il 70% del potenziale produttivo delle terre delle zone aride, minacciando circa 1 miliardo di persone. La rapidità della sua progressione fa perdere quasi 6 milioni di ettari all’anno.
In Africa circa ? della superficie è costituita da deserti o zone aride: il 73% di esse sono già mediamente o gravemente degradate.
In Asia la desertificazione colpisce quasi 1,4 miliardi di ettari: il 71% delle terre aride del continente è mediamente o gravemente degradato.
Nel bacino del Mediterraneo quasi i ? delle terre aride della zona settentrionale sono già gravemente degradati.

• La FAO valuta che le terre sfruttate più o meno correttamente nei PVS ammontino a 700 milioni di ettari. Secondo la medesima organizzazione questa cifra potrebbe essere moltiplicata per due nel prossimo decennio e questo senza procedere a nessuna deforestazione, senza toccare le aree protette e senza alcun rischio di degrado per il suolo.


Paesi tecnologicamente avanzati

• Il problema della fame nel mondo è un problema sociale: le centinaia di milioni di persone che muoiono ogni anno di sottoalimentazione grave soccombono a causa dell’ingiusta distribuzione degli alimenti disponibili sul nostro pianeta.

• Sul pianeta esistono risorse alimentari sufficienti a nutrire quasi il doppio della sua popolazione. Già più di 15 anni fa la FAO in un suo rapporto aveva affermato che il mondo, in base all’attuale stato della capacità produttiva agricola, potrebbe nutrire senza alcun problema più di dodici miliardi di esseri umani.

• ¼ dei cereali prodotti nel mondo è usato per nutrire i bovini dei paesi ricchi.

• Nel Nord del mondo il consumo di alimenti è eccessivo e provoca danni alla salute: le statistiche sulla salute relative ai paesi industrializzati mostrano un aumento d’incidenza delle malattie causate da eccesso di nutrizione.

• Il consumismo genera sprechi: l’americano medio acquista grandi quantità di alimenti ed è dimostrato che ¼ della quantità non viene mai consumato, va a male nei supermercati o nei frigoriferi delle famiglie e poi gettato nella spazzatura.

• La logica del mercato mondiale costringe le nazioni povere a sviluppare monocolture utili solo per l’esportazione e i cui proventi non arricchiscono le popolazioni: in Africa e negli altri continenti le diverse potenze europee imposero ai coltivatori, durante il colonialismo, la coltura di specie vegetali utili alle industrie e ai mercati europei. Le terre coltivabili sono state così monopolizzate dalle colture d’esportazione di cui i governi locali non controllano neppure il prezzo di vendita sul mercato mondiale, mentre la coltivazione di prodotti alimentari diminuisce incessantemente.

• Contemporaneamente ci sono speculazioni sui prezzi degli alimenti di prima necessità, che impediscono un’equa distribuzione di tali risorse. Uno dei fattori che incidono sul problema della fame nel mondo è il prezzo di acquisto delle materie prime agricole. I prezzi delle materie prime agricole obbediscono unicamente al principio della massimizzazione dei profitti.
Il sistema in base al quale si determinano i prezzi dei beni alimentari sul mercato mondiale è molto complesso, ma sostanzialmente il ruolo principale è svolto dal volume dei raccolti, dal prezzo di trasporto, dalle manipolazioni speculative dei finanzieri e dalla domanda mondiale.
Il prezzo di tutti gli alimenti naturali che si acquistano sul mercato è determinato dalla legge della domanda e dell’offerta, ma anche seguendo le strategie del dumping (immissione improvvisa sul mercato di enormi quantità di prodotto che fa crollare il prezzo) o quelle, al contrario, dello stoccaggio (che crea invece una penuria artificiale e fa salire i prezzi), praticate dalle società multinazionali che commerciano questi prodotti agricoli. È dunque un prezzo speculativo, spesso gonfiato artificialmente.

• Le peggiori carestie sono causate da guerre locali che l’Occidente appoggia politicamente o tramite la fornitura di armi.

• Il soccorso d’emergenza, gli aiuti per il recupero del terreno, la lotta contro la desertificazione, la costruzione di infrastrutture permanenti nelle bidonville, il sostegno all’agricoltura, la trivellazione di pozzi, tutte queste operazioni sono in fin dei conti soltanto palliativi, misure provvisorie e temporanee. Gli aiuti umanitari urgenti soffrono infatti di una tara ormai evidente: raramente i donatori si interrogano sulla qualità delle strutture sociali, politiche ed economiche del paese beneficiario degli aiuti. Se esse sono guaste, ingiuste o dominate dalla corruzione i donatori più o meno inconsapevolmente rafforzano il potere dei ricchi, cementano strutture sociali ingiuste e rispediscono i poveri alla loro miseria e ad uno sfruttamento ormai secolare.

• L’economia e la vita civile in Africa e in altri continenti sono strangolate dal debito verso i paesi esteri. Attraverso gli interessi, l’Africa ha pagato, tra il 1980 e il 1996, il doppio dell’ammontare del debito contratto. E per tragico paradosso, oggi l’Africa ha tre volte i debiti che aveva nel 1980. Per un dollaro di aiuto ricevuto dal Nord del mondo ce ne sono tre che partono dall’Africa verso i paesi occidentali. L’Africa paga ai creditori dei paesi ricchi 13 milioni di dollari ogni anno. Secondo l’UNICEF ne basterebbero 9 in più di aiuti per salvare la vita di 11 milioni di persone.

 

URBANIZZAZIONE


• Il numero degli abitanti delle città cresce tre volte più velocemente della popolazione mondiale nel suo insieme: il suo tasso annuale è in media del 4,7% mentre quello della popolazione mondiale globale è dell’1,6%.

• Se questa pressione demografica continua nel 2015 ci saranno almeno 7,1 miliardi di esseri umani sulla Terra e più del 60% vivrà nelle città (la stragrande maggioranza di questi nuovi abitanti vivrà nelle bidonville)
Nel 1999 quasi il 70% dei latinoamericani popolava le città (la maggior parte di loro nelle favelas); in Africa il 35% della popolazione abitava in città, ma si stima che nel 2025 vi abiterà oltre la metà di essa. 

• Le cause di questa rapida crescita della popolazione urbana sono molteplici:
1. l’esodo rurale;
2. l’impoverimento delle campagne;
3. l’agricoltura intensiva meccanizzata e industrializzata rispondente alla necessità d’esportazione degli Stati;
4. la desertificazione.


IL VERTICE MONDIALE SULL’ALIMENTAZIONE E IL SUO SEGUITO

Il Vertice Mondiale sull’Alimentazione ebbe luogo tra il 13 e il 17 novembre 1996. Furono cinque giorni di incontri al più alto livello con i rappresentanti di 185 paesi e della Comunità Europea. Questo evento storico, svoltosi nel Quartier generale della FAO a Roma, riunì quasi 10.000 partecipanti e fornì un forum di discussione su una delle questioni più importanti che devono affrontare i leader del mondo nel nuovo millennio: l’eliminazione della fame.
L’adozione da parte di 112 Capi o vice Capi di Stato e di Governo, e di oltre 70 rappresentanti di alto livello di altri paesi, della Dichiarazione di Roma sulla Sicurezza Alimentare Mondiale e del Piano d’Azione del Vertice Mondiale sull’Alimentazione, in un incontro che vide inoltre l’attiva partecipazione, tra gli altri, di rappresentanti delle organizzazioni inter-governative (IGO) e delle organizzazioni non governative (ONG), ha fornito un quadro di riferimento per la realizzazione di importanti cambiamenti nelle politiche e nei programmi necessari per raggiungere l’obiettivo del Cibo per Tutti.

 

Gli Impegni del Piano d’Azione del Vertice Alimentare Mondiale

Impegno n. 1: assicureremo un valido ambiente politico, sociale ed economico mirante a creare le condizioni migliori per l’eliminazione della povertà e per una pace duratura, basato sulla partecipazione piena e a pari titolo degli uomini e delle donne, ossia l’ambiente più adatto a conseguire una sostenibile sicurezza alimentare per tutti.

Impegno n. 2: realizzeremo politiche finalizzate all’eliminazione della povertà e della diseguaglianza e al miglioramento dell’accesso fisico ed economico di tutti, in ogni momento, a una provvista di cibo sufficiente, nutrizionalmente adeguata e sicura, garantendone l’efficace utilizzazione.

Impegno n. 3: perseguiremo politiche e pratiche partecipatorie e sostenibili, nelle aree ad alto come in quelle a basso potenziale, nel campo dell’alimentazione, dell’agricoltura, della pesca, della silvicoltura e dello sviluppo rurale; politiche e pratiche indispensabili per poter disporre di scorte alimentari adeguate e affidabili a livello familiare, nazionale, regionale e globale, e per combattere i parassiti, la siccità e la desertificazione, tenendo conto del carattere multifunzionale dell’agricoltura.

Impegno n. 4: ci batteremo per assicurare che le politiche alimentari e le politiche commerciali (sia quelle generali sia quelle relative ai prodotti agricoli) siano tali da promuovere la sicurezza alimentare per tutti attraverso un sistema commerciale mondiale equo e orientato al mercato.

Impegno n. 5: ci adopereremo per prevenire (e comunque per essere preparati ad affrontare) le catastrofi naturali e le emergenze provocate dall’uomo, e per soddisfare le necessità alimentari transitorie e di emergenza in modi che incoraggino la ripresa, la ricostruzione, lo sviluppo e la capacità di far fronte ai bisogni futuri.

Impegno n. 6: favoriremo l’allocazione e l’utilizzazione ottimali degli investimenti pubblici e privati al fine di promuovere, nelle aree ad alto come in quelle a basso potenziale, le risorse umane e sistemi sostenibili nel campo dell’alimentazione, dell’agricoltura, della pesca, della silvicoltura e dello sviluppo rurale.

Impegno n. 7: realizzeremo, verificheremo e svilupperemo ulteriormente questo Piano d’Azione a tutti i livelli, in collaborazione con la comunità internazionale.

 

PAESE CHE VAI, FAME CHE TROVI...

BRASILE

• Il paese è tra i maggiori esportatori di cereali al mondo, ma negli Stati del nordest la sottoalimentazione provoca ogni anno vere e proprie stragi.

• L’1% dei proprietari terrieri controlla il 43% delle terre arabili; solo il 3% della popolazione possiede ? del territorio. Nel 1999, 153 milioni di ettari di terreno sono incolti, 5 milioni di contadini sono senza terra e le loro famiglie vagano sulle strade di questo immenso paese.


RUSSIA

• Nel 1997 una commissione di nutrizionisti, medici, antropologi, incaricata da Boris Eltsin di valutare i danni prodotti dalla fame e dalla sottoalimentazione cronica nei popoli della Federazione russa, ha pubblicato le seguenti conclusioni: nelle classifiche della speranza di vita media gli uomini della Federazione occupano la 135ma posizione nel mondo, le donne la 100ma.

• Mentre prima del 1991 (data della caduta dell’Unione Sovietica) la speranza di vita media era perlopiù identica a quella degli europei e degli americani, oggi è paragonabile a quella dei cambogiani e degli afgani. Un cittadino russo muore 17 anni prima di uno svedese e 13 prima di un americano.


SENEGAL

• Le arachidi prodotte dai contadini vengono acquistate dal governo ed esportate in Europa. In genere il contadino riceve per il prodotto un prezzo molto inferiore rispetto a quello realizzato dal governo con l’esportazione. Con tale differenza il regime finanzia, tra l’altro, una burocrazia parassitaria ed il lusso inaudito di molti suoi dirigenti.

• Il riso è l’alimento principale in Senegal e viene prevalentemente importato! Con una parte dei guadagni ottenuti dall’esportazione delle arachidi il governo compra riso in Thailandia, in Cambogia ed in altri paesi: le importazioni sono prossime alle 400 mila tonnellate annue. In questo modo il Senegal è diventato sempre più dipendente dai paesi stranieri per la sua risorsa alimentare di base.


Bibliografia

AAVV (1996): Voce “Fame” in: “Società Internazionale” - Collana “I Dizionari”. Jaca Book, Milano.
FAO (2001): La situazione mondiale dell’insicurezza alimentare. SOFI 2001
FAO (2002): Sicurezza alimentare e ambiente. Roma.
FAO (2002a): Declaration of the World Food Summit: Five years later – International Alliance Against Hunger. Roma
FIDAF - Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali (2001): 5 anni dopo: ancora fame nel mondo. Agriculture
GREHG (1990): La geografia economica del nostro tempo. Zanichelli, Bologna
IFPRI (2000): Public investment and regional inequality in rural China. Washington (USA)
SALTINI Antonio (1996): I semi della civiltà. Edizioni Avenue Media, Bologna.
VELTRONI Walter (2000): Forse Dio è malato. Rizzoli Libri, Milano.
WORLDWATCH INSTITUTE (2002): State of the World ‘02. Edizioni Ambiente
ZIEGLER Jean (1999): La fame nel mondo spiegata a mio figlio. Nuova Pratiche Editrice, Milano.

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Verso l'attuazione di un Diritto, di una Cultura, di un'Educazione utile alla salute dell'uomo e dell'ambiente: una grande sfida per l'Italia del XXI secolo

"L'ambiente deve essere protetto col più ampio consenso e con una crescente consapevolezza di tutti i cittadini ; dall'ambiente dipendono sempre più la salute e la qualità della vita di ciascun cittadino, ma anche la possibilità di uno sviluppo reale e duraturo".

Con queste parole il Ministro dell'Ambiente introduce la Sintesi della III Relazione sullo stato dell'ambiente (1996), un documento che offre un quadro conoscitivo sintetico della situazione ambientale in Italia e che, oltretutto, esce a dieci anni dall'istituzione del Ministero dell'Ambiente.
Il bilancio della politica ambientale italiana di questo ultimo decennio mostra, accanto a elementi positivi, tutta una serie di elementi di grave problematicità :
· una legislazione complessa, stratificata, spesso contraddittoria ;
· una scarsa efficacia attuativa di tali norme sul piano amministrativo e giudiziario ;
· inefficienza dei controlli attuati dalla pubblica amministrazione ;
· l'esistenza di un sistema di corruzione che ha lucrato su progettazioni e realizzazioni d'opere ad alto impatto ambientale ;
· una fitta rete di criminalità organizzata che ha prosperato in assenza di una forte presenza delle Istituzioni ;
· difficoltà economiche e finanziarie che hanno limitato gli investimenti pubblici e privati nel settore ambientale ;
· i problemi legati ai conflitti con i lavoratori a difesa dei posti di lavoro in aree ad alto rischio industriale ;
· la pressoché totale assenza di un reale coordinamento con gli altri Ministeri interessati al governo e alla salute del territorio .

Da queste considerazioni emerge (paradossalmente proprio in Italia, Paese che dai beni culturali e ambientali trae tanta parte del proprio benessere economico!) la mancanza di una "cultura dell'ambiente" capace di integrare anziché conflittualizzare le apparenti antinomie ambiente/sviluppo sociale, tutela giuridica/interessi economici, Stato/Istituzioni locali.
Le cause di questo "handicap culturale" sono certamente molteplici : esso risente certamente di mali comuni all'insieme del sistema politico e partecipativo dei cittadini alla gestione della nostra appena cinquantenne "res publica" ma è necessario che esso non si trasformi in una specie di malattia ereditaria, trasmessa alle nuove generazioni alle soglie del Terzo millennio.
Il quadro globale della situazione spinge dunque ad una serie di riflessioni che dovrebbero servire soprattutto da stimolo a riconsiderare, costruttivamente, le finalità ed il ruolo che la tutela dell'ambiente deve avere in un Paese che si ritiene "culla di civiltà" più che millenaria.
Al di là delle giustificazioni legate alle ridotte dimensioni dell'apparato ministeriale, allo squilibrio tra competenze e funzioni sempre maggiori che è chiamato a svolgere, alle sue insufficienti dotazioni di organico e di finanziamenti, l'Istituzione centrale dello Stato in questo ambito ha bisogno di fare chiarezza soprattutto sugli obiettivi principali per avviare una nuova politica ambientale di Governo.
Qualità dell'acqua dei fiumi, dissesto idrogeologico, rifiuti, inquinamento da traffico nelle grandi città sono le quattro frontiere che l'attuale titolare del Dicastero segnala come "prioritarie".
Ma come affrontarle sperando in un qualche successo se non si rimuovono a monte le cause su accennate che hanno, di fatto, limitato e talvolta del tutto impedito l'azione di governo in tutti questi anni ?


Prospettive di realizzazione del "Diritto all'ambiente"

In questi ultimi trent'anni si è verificata un'enorme crescita di sensibilità e di interesse per i gravi problemi posti dalla manipolazione della natura da parte dell'uomo, sia per effetto di un miglioramento delle conoscenze scientifiche al riguardo sia per l'evoluzione delle concezioni sul rapporto uomo/ambiente con le rilevanti implicazioni che esse hanno comportato anche sul piano normativo.
Il diritto all'ambiente rientra a tutti gli effetti tra i diritti umani fondamentali, così come espresso, in primo luogo, nella dichiarazione finale della Conferenza delle Nazioni Unite sull'Ambiente (Stoccolma, 1972) e ribadito dal rapporto alla Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo, creata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1983: da allora numerosi Stati hanno introdotto, nelle loro costituzioni o legislazioni, il riconoscimento del diritto ad un ambiente adeguato e l'obbligo per lo Stato di proteggerlo.
Con la Conferenza mondiale sull'ambiente e lo sviluppo (Rio de Janeiro, 1992) - che ha visto riuniti Capi di Stato e di governo di 183 Paesi - più che diritto l'ambiente diventa un dovere dell'uomo, al quale corrisponde quello che nella sostanza potremmo chiamare il "diritto" della natura ad essere considerata e protetta nel quadro di un equilibrio generale uomo/natura, requisito fondamentale per la sopravvivenza di entrambi e del progresso e sviluppo umano.
Si è giunti così - almeno formalmente, finora - a sostanziare in precisi fondamenti giuridici il lungo dibattito sull'etica della responsabilità dell'uomo verso la natura.
Ma fino a che punto le leggi e l'azione di uno Stato riescono da sole a realizzare un effettiva tutela dell'ambiente a beneficio dei suoi cittadini ?
In una ricerca triennale, realizzata per conto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal Dipartimento di Ecologia del CEU, in collaborazione con il Dip.to di Scienze Giuridiche e Diritti Umani, dedicata all'analisi ed alla comparazione tra lo stato dell'ambiente in Italia e la legislazione nazionale in materia (C.E.U., 1992) sono chiaramente emersi i limiti di un sistema informativo e normativo che non genera motivazioni alla partecipazione nell'individuo e che figura spesso ai margini della programmazione dello sviluppo del Paese, salvo poi riscoprirne la centralità nel momento delle emergenze e dei disastri "naturali", inevitabile conseguenza di questa incuria individuale e sociale.
A questo proposito l'ultima Relazione sullo stato dell'ambiente del Ministero segnala "la scarsissima attenzione da parte dei media sugli argomenti ambientali (solo lo 0,1% di tutte le ore di trasmissione) spesso solo in occasione di catastrofi .
Ritornando alla nostra ricerca per il CNR, in essa si evidenziava lo scollamento esistente spesso tra normativa e realtà oggettiva, la scarsa capacità da parte dell'ordinamento statuale di concretizzare in un effettiva azione di tutela ambientale e di prevenzione una pletora di leggi non coordinate e, talvolta, in stridente contrasto fra loro.
Nella parte conclusiva e propositiva, infine, veniva sottolineata l'importanza di una corretta impostazione dell'educazione ambientale, intesa come strumento di formazione di una coscienza ambientale motivante al rispetto delle norme naturali e giuridiche.

 

Verso una Scienza e una Coscienza della Vita

Sensibilità ambientale e studio dell'ambiente e delle sue capacità autoregolative sono al tempo stesso frutto di una evoluzione culturale (scientifica e tecnologica) e motore di una trasformazione sociale e produttiva fin qui attuata, come abbiamo già detto, per lo più per necessità (sotto la spinta delle emergenze: Seveso, Bhopal, Chernobyl, per citarne solo alcune).
L'esperienza fin qui accumulata dovrebbe spingerci invece ad una precisa scelta di voler imboccare la strada di una evoluzione cosciente dell'umanità tutta, nel rispetto dell'ambiente da cui essa (volente o nolente) dipende per l'alimentazione, la salute, l'energia, la vita.
Ma per scegliere bisogna conoscere ed è quindi necessario approfondire le conoscenze da un punto di vista scientifico sia sull'ambiente e la sua fisiologia (per prevenirne la patologia) sia sull'uomo, sui meccanismi neuropsicologici che spingono a comportamenti distruttivi nei confronti delle risorse naturali.
Le problematiche derivate dalla manipolazione dell'ambiente da parte dell'uomo, in effetti, dovrebbero essere analizzate innanzitutto sotto il profilo della "manipolazione delle informazioni" che pilotano l'opinione pubblica verso l'accoglimento o il rifiuto delle trasformazioni ambientali, spesso solo in base a fattori emotivi.
Per poter quindi realizzare concretamente nelle società di tutto il mondo quel Diritto all'ambiente, ormai sancito a livello internazionale, è necessario ribadire fortemente la necessità di una realizzare programmi educativi che rendano consapevole l'individuo dei meccanismi cerebrali che determinano i nostri comportamenti, per far si che le nostre scelte siano veramente nostre e non dettate da condizionamenti altrui.
Una educazione scientifica integrata alla vita, ispirata a valori universali, siamo certi potrebbe offrire orizzonti nuovi al Paese non solo per attuare una effettiva tutela ambientale ma utili anche ad una Scuola in molti casi avulsa dalla realtà storica e territoriale, incapace ormai di seguirne il dinamismo e di coinvolgere i giovani su temi e problemi utili alla loro crescita culturale e individuale.


Cooperare per una "Cultura dell'ambiente"

In effetti ci sembra necessario rimarcare la necessità di un impegno più incisivo proprio in quel settore cui accennava il Ministro dell'Ambiente nell'Introduzione alla Relazione sullo Stato dell'Ambiente in Italia 1996 : investendo cioè "nella consapevolezza di tutti i cittadini. "
Trattasi certo di "investimento a lungo termine", che poco si confà agli interessi politici "a breve" che hanno finora caratterizzato la scena politica italiana ma si tratterebbe sicuramente di un buon investimento, a costi assai bassi e a rendimenti costanti nel tempo.
La proliferazione "tumorale" di norme giuridiche non incentiva ma semmai ostacola il rispetto dell'ambiente, soprattutto in un momento storico in cui il rispetto delle leggi è sempre più legato al grado di consapevolezza della loro utilità e di conseguenza alla motivazione dell'individuo e della società.
La sempre più accentuata attenzione da parte dei cittadini alla "qualità della vita" sotto il profilo del benessere individuale e sociale rappresenta un valore da coltivare nell'interesse di tutta la collettività, puntando molto soprattutto sulla prevenzione dei rischi non solo in campo ambientale ma anche in quello sanitario.
La consapevolezza degli stretti legami tra stato dell'ambiente e salute dell'uomo è stata "scoperta" solo in questi ultimi anni dalle grandi Istituzioni internazionali (OMS, 1992), sotto la spinta delle grandi emergenze planetarie e delle situazioni a livello locale, ma purtroppo l'operatività delle istituzioni a tutti i livelli (internazionale, regionale, nazionale, locale) rimane imprigionata in una separazione burocratica di funzioni, ruoli, competenze poco funzionale alla risoluzione di problemi complessi ed interfacciati quali quelli dello sviluppo demografico, economico, della povertà, della fame, della gestione delle risorse idriche, energetiche, dei grandi insediamenti urbani.
Tutti queste tematiche ambientali vedono al loro centro l'uomo, le sue capacità e la sua volontà politica di trovare delle soluzioni : cooperare per accrescere l'evoluzione della conoscenza e della coscienza di questo "minimo comune denominatore" dei problemi globali, può essere forse la strada giusta per risolverli.

 


Riquadro

LE QUATTRO GRANDI EMERGENZE AMBIENTALI IN ITALIA
(Dati tratti dalla Sintesi della III Relazione sullo stato dell'ambiente 1996 del Ministero dell'Ambiente)

· RIFIUTI
- Nel 1994 la produzione pro capite di rifiuti ha sfiorato i 400 kg.
- L'87% dei rifiuti urbani va direttamente in discarica, solo il 7 % accede alla raccolta differenziata mentre negli inceneritori ne passa il 6 %.
- Oltre 23.000 metri cubi di rifiuti radioattivi sono accumulati nei siti nazionali in cui erano stati prodotti e, nella maggior parte, devono ancora essere trattati e condizionati.

· TRAFFICO URBANO
- In rapporto alle emissioni totali di inquinanti prodotti dal trasporto stradale, il traffico urbano contribuisce per il 77% delle emissioni di ossido di carbonio, per il 39 % delle emissioni di anidride carbonica, per il 27% delle emissioni di ossidi di azoto, del 76% dei composti organici volatili e per il 29% delle particelle sospese totali, rendendo così assai grave lo stato dell'aria nelle grandi città.
- Il 72% della popolazione residente in ambiente urbano è esposto a livelli di rumore ampiamente superiori ai limiti di accettabilità definiti in ambito comunitario e fissati dalla normativa vigente in Italia.
- Nel 1994 in Italia sono stati registrati oltre 170.000 incidenti stradali con 6.578 morti e oltre 239.000 feriti : circa il 73% degli incidenti avviene nelle aree urbane.

· INQUINAMENTO DELLE ACQUE
- Il 30 % degli scarichi non ha alcuna depurazione e soltanto il 39% della popolazione usufruisce di una depurazione in grado di abbattere anche nitrati e fosfati.
- L'inquinamento chimico raggiunge le maggiori concentrazioni nel bacino padano, in relazione all'intenso sfruttamento agrozootecnico del suolo, all'elevata concentrazione di impianti industriali e all'inurbamento : l'80% dei casi di inquinamento di origine industriale è concentrato in questa area.

· DISSESTO DEL TERRITORIO

- Solo il 20% del territorio italiano (circa 60.000 kmq) può essere considerato significatamente non modificato dall'uomo.
- Per quanto riguarda la conoscenza del territorio e il suo controllo, le strutture tecniche dello Stato contano al 1995 solo su 427 dipendenti.
- Si spende, per interventi straordinari di emergenza, 5-6 volte almeno quello che si spende per la prevenzione ordinaria.

 

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