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Ambiente

LA FEBBRE DEL PIANETA

AgronomoQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. email Autore Video


I medici al capezzale del pianeta in preda alla febbre sono perplessi: anamnesi, diagnosi ed evoluzione della malattia presentano ancora lati oscuri, tali da emettere un asciutto comunicato: il paziente è in prognosi riservata.
Non mancano  i contrasti tra gli illustri luminari, persino sugli strumenti diagnostici: i modelli matematici con cui si cerca di prevedere l'evolversi di un paziente piuttosto complicato come può essere la Terra, dimostrano sempre più spesso di essere inadeguati e quindi la cautela sembra ancora essere lo stato d'animo più diffuso tra gli scienziati.
Si è poi discusso se fosse più scientifico riferirsi alle temperature della superficie terrestre raccolte dalle stazioni a terra e non piuttosto a quelle misurate nella bassa atmosfera dai satelliti e dalle radiosonde: un pò come si fa tra medici di scuole diverse, divisi tra un "partito" che si affida alla misurazione ascellare ed un altro, partigiano di una misurazione interna (sottolinguale o rettale).
La brulicante popolazione biologica (che ha ormai superato i sei miliardi di individui) abitanti sulla superficie del paziente, peraltro, è stata assai poco esaminata sotto il profilo patologico: pochi sono stati gli scienziati che ne hanno prospettato il potenziale distruttivo della diffusa ignoranza che ne pervade le menti.
Eppure, come quasi innocui saprofiti o, sempre più spesso, come voraci parassiti, succhiamo dalle viscere di questo povero macro-organismo terrestre linfe vitali (acqua dolce, petrolio, gas), scaviamo nei ricettacoli della sua epidermide campi e città, strade e miniere, aggiungiamo al suo respiro ossigenato a cui dobbiamo la vita, fetidi veleni e miasmi irrespirabili.
Poi, stupiti dell'improvviso innalzarsi della temperatura del nostro ospite, ci chiediamo come mai, se è proprio vero, se siamo stati noi a causare quello stato di malessere che i più sensibili tra noi cominciano a percepire.

Le autorità politiche, coloro cioè a cui spetta prendere delle decisioni sul "che fare", oscillano tra due posizioni:

 

a) porre qualche freno al deterioramento dell'atmosfera, per limitarne il decadimento ecologico;

b) continuare a comportarsi come fatto fin qui, per non danneggiare il nostro sviluppo economico.

 

 

Scienziati a confronto

Il convegno internazionale dal titolo "Global climate change during the lata quaternary", tenutosi a Roma nello scorso mese di maggio presso l'Accademia dei Lincei, ha messo in evidenza da un lato, la diversità degli approcci  utilizzati fin qui per studiare l'evolversi dei meccanismi climatici e, dall'altro, la difficoltà di pervenire ad una sintesi delle attuali conoscenze su questi fenomeni.
La sfiducia nei modelli matematici di simulazione è stata evidenziata in più interventi: nella sua introduzione al simposio il prof. Antonio Brambati (Università di Trieste) ha ricordato come nel 1980 qualcuno prevedeva che le calotte polari si sciogliessero e le acque salissero di ben sette metri e mezzo mentre già nel 1985 l'innalzamento previsto del livello dei mari "scendeva" ad un solo metro: oggi si parla di un innalzamento ridotto ad una ventina di centimetri. Secondo le previsioni le isole Maldive entro il 2100 dovrebbero finire sotto il livello del mare ma, osservazioni recenti (prof. Nils-Axel Morner, Univ. di Stoccolma) hanno evidenziato che negli ultimi anni le acque anziché salire, sono scese di una decina di centimetri.
Fabrizio Antonioli dell'ENEA ha sottolineato come queste previsioni sull'innalzamento dei mari a seguito dei cambiamenti climatici siano andate ridimensionandosi notevolmente nel corso degli ultimi venti anni grazie anche al ricorso ad altre tecnologie - come l'osservazione diretta della Terra fatta con i satelliti - che in certi  casi hanno evidenziato addirittura un calo  (dieci centimetri lungo le coste della Sardegna, dal 1993 al 2000). In effetti, almeno per quanto riguarda molte zone costiere italiane, il rischio di inondazione è bilanciato da tutta un'altra serie di fenomeni geologici (movimenti tettonici, fenomeni di subsidenza dovuti anche a cause antropiche, idro-isostatici ed eustatici) il cui studio sistematico, per molti versi, è ancora agli inizi. Delle 33 pianure costiere italiane potenzialmente interessate da un innalzamento del livello del mare solo tre (la piana del Po, la Versilia e la pianura pontina presso Fondi) sono veramente a rischio, anche in considerazione dell'impatto socio-economico che un evento del genere produrrebbe.
George Kukla della Columbia University di New York ha ironizzato sulla fiducia con cui molti fanno previsioni sul clima futuro, mentre restano ancora da spiegare i dati di fatto del passato: gli studi sul sistema climatico del nostro pianeta e sulla sua evoluzione temporale presuppongono anche l'analisi di zone remote della Terra dove si conservano testimonianze storiche del suo passato divenire. L'analisi dei campioni estratti dai ghiacci antartici o dalle profondità dei depositi oceanici ci possono offrire infatti spunti per capire i meccanismi di alterazione del clima nei periodi più antichi della storia terrestre, così come lo studio dei ghiacciai, dei sedimenti lacustri, dei bacini acquiferi sotto i deserti, dei pollini fossili e degli anelli di crescita dei tronchi degli alberi può servire a ricostruire il clima del passato più recente, almeno a scala regionale.
Per avere le idee più chiare occorrerebbe anche comprendere meglio il ruolo dei cicli solari e la loro interazione con alcuni fenomeni atmosferici (monsoni) e con determinati gas (metano), come hanno suggerito con le loro relazioni l'inglese Frank Oldfield e William Ruddiman (University of Virginia).
Non poche critiche, come accennato precedentemente, sono state rivolte da alcuni illustri relatori, ai loro altrettanto illustri colleghi facenti parte dell'IPCC - Intergovernmental panel on climate change (vedi riquadro): l'accusa è stata quella di basare le loro previsioni su dati scelti ignorandone altri, oppure sui già riferiti criteri di misurazione della temperatura terrestre (la "febbre del pianeta").
Ma, al di là di queste "piccolezze" umane, resta la preoccupazione per un quadro globale in fase di rapida evoluzione con una prognosi non certo benigna.

 

Una priorità internazionale

Come si vede, la riduzione delle emissioni di gas serra nel mondo corrisponde ad uno specifico interesse di tutti i paesi, sviluppati e no. Occorre quindi che tutte le nazioni del mondo contribuiscano ad un mutamento apprezzabile dell'attuale modello di sviluppo economico che ha alterato la composizione di quel sottilissimo velo d'aria che circonda il nostro pianeta.
Per avere un'idea di come sia sottile basta pensare che i 3/4 della nostra atmosfera sono racchiusi in uno strato di soli 8 chilometri, uno strato più sottile della distanza che esiste tra un quartiere e l'altro di Roma!
Questo sottilissimo velo che riveste la superficie della Terra ci fornisce ossigeno e calore, acqua e protezione dalle radiazioni, ci consente di respirare e quindi di vivere: la nostra sopravvivenza senza cibo è limitata a qualche settimana, senza acqua a qualche giorno, senza aria a pochi minuti.
Da qui a cinquant'anni avremo forse la certezza, fin nei dettagli, delle nostre responsabilità nell'alterazione del clima terrestre, ma attendere fino ad allora per decidere se intraprendere o meno delle azioni sarebbe quanto mai sconsiderato.
Ciò che appare più sconcertante è la lentezza e l'inadeguatezza con la quale il mondo sta reagendo a questi rischi: alla nostra ossessione di dotarci di sistemi di controllo e di sicurezza in ogni ambito della vita personale e sociale (dal controllo sui cibi alla prevenzione degli infortuni sul lavoro, dalle cinture di sicurezza ai criteri di costruzione degli edifici, alle limitazioni nella capienza degli ambienti confinati) faceva riscontro fino al 1992, per la struttura che sostiene la vita sulla Terra, all'assenza pressoché totale di regole sulla sua sicurezza  e di mobilitazione delle volontà politiche.
Con la Conferenza Mondiale sull'Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992 i paesi aderenti alle Nazioni Unite si sono assunti dei precisi impegni politici e giuridici internazionali sottoscrivendo obblighi di carattere legale ("Convenzione quadro sui cambiamenti climatici").
Le modalità di attuazione di tale obbligo comune, che deve essere formalizzato attraverso opportuni protocolli attuativi, sono ancora oggi, a quasi dieci anni di distanza dalla firma della Convenzione, oggetto di discussione e perfino di controversie.
La gamma delle decisioni da prendere, peraltro, è abbastanza vasta (vedi le anticipazioni sull'ultimo rapporto dell'IPCC) ma fondamentalmente si scontra con gli interessi dei politici timorosi della impopolarità di alcune scelte e dei gruppi economici legati allo sfruttamento delle risorse energetiche tradizionali.
L'interesse di pochi rischia di mettere in pericolo una risorsa che è di tutti gli abitanti del pianeta, una risorsa fragile e preziosa che dobbiamo conoscere sempre meglio per saperla gestire nel modo più responsabile.

 


Scheda

Dall'inizio del XX secolo ad oggi si è avuto un graduale incremento nel livello di CO2 atmosferico (anidride carbonica o biossido di carbonio): per dare qualche cifra, dal 1957 al 1999 il livello di CO2 nell'atmosfera è passato da 315 ppm (parti per milione) a 365 ppm. Una concentrazione così alta di CO2 nell'atmosfera non si osservava da almeno 160.000 anni (ben prima che l'uomo moderno influisse sull'ambiente con la sua attività).
A livello planetario, nel 1996 si è registrato il record negativo di 6,2 miliardi di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera, con un aumento di circa quattro volte rispetto al 1950. Attualmente le emissioni annue ammontano a poco più di 6,3 miliardi di tonnellate e  sono seconde, in termini di massa, solo ai flussi di acqua collegati alle attività umane.
L'anidride carbonica, insieme ad altri gas facenti parte dell’atmosfera, intrappolano la radiazione infrarossa riflessa dalla superficie terrestre e impedendone la fuoriuscita nello spazio, come accade in una serra, causano l’aumento della temperatura della superficie e alterano il bilancio energetico del pianeta. La CO2 contribuisce all’”effetto serra” per circa il 70%, il metano per il 20% e gli ossidi di azoto e altri gas per il rimanente 10%.
La temperatura globale media è salita di 0,6 gradi centigradi negli ultimi 130 anni ma l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), organismo delle Nazioni Unite costitutito da un gruppo di più di 2000 scienziati, prevede che un raddoppio della concentrazione di CO2 - del tutto verosimile da qui al 2100 - comporterà un aumento della temperatura globale da 1 a 4,5 °C, con conseguenze al momento difficilmente prevedibili per gli ecosistemi del pianeta.
Poiché il raddoppiamento della CO2 implicherebbe comunque serie conseguenze, l’IPCC ha anche considerato l’obiettivo più ambizioso di stabilizzazione a 450 ppm: secondo l’IPCC centrare questo obiettivo richiederebbe un taglio delle emissioni di carbonio di circa il 60-70% - cioè fino a circa 2,5 miliardi di tonnellate annue – entro il 2100 e alla fine un contenimento sotto i 2 miliardi di tonnellate all’anno.
Nel dicembre 1997 i rappresentanti di oltre 160 nazioni si sono riuniti a Kyoto, in Giappone, nell'ambito della Convenzione sul clima promossa dalle Nazioni Unite, per firmare un protocollo di intesa finalizzato a contenere decisamente le emissioni di CO2 e degli altri gas-serra.
L'obiettivo fissato era quello di ridurre entro il 2012 le emissioni globali del 5,2 % rispetto al 1990. In particolare, per l'Unione europea la riduzione doveva essere dell'8%, per gli Stati Uniti del 7% e per il Giappone del 6%.
Di fatto però il protocollo di intesa è stato sottoscritto, dopo lunghi negoziati, da soli 38 paesi con l'esclusione, ad esempio, di grandi stati come Cina, Brasile ed India. Fino al marzo del 2001 nessun Paese del G-8 lo aveva ancora firmato.
Le linee guida codificate dalla Convenzione di Kyoto hanno demandato ai governi nazionali la responsabilità di mettere in atto politiche efficaci e tra loro coordinate per ridurre le emissioni di gas-serra e in particolare di CO2. Ma come ha dimostrato la recente sessione di aggiornamento dei firmatari tenutasi a L'Aja nel novembre scorso, il coordinamento è ancora ben lontano dal realizzarsi.
La riduzione del carbonio implica anche cambiamenti sostanziali nell’operato delle istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e le agenzie di credito per l’esportazione. Negli anni ’90 queste ultime hanno investito fino a 100 miliardi di dollari in attività ad alta intensità di emissione di carbonio nei paesi in via di sviluppo.
La sfida della riduzione del carbonio sta conquistando anche i protagonisti del mondo degli affari: la spinta al risparmio di carbonio può trasformarsi in un nuovo importante vantaggio in termini di competitività, dal momento che le aziende orientate al risparmio energetico e allo sviluppo di tecnologie a bassa emissione di carbonio si troveranno avvantaggiate sul mercato.
Nel marzo del 2000 i partecipanti al World Economic Forum di Davos (Svizzera) hanno votato il cambiamento climatico come problema globale più significativo da affrontare nel XXI secolo e hanno concluso che il mondo degli affari e i governi dovranno sentirsi assai più coinvolti nel ruolo di leadership che spetta loro.

* * *

Il documento - "Etica e cambiamento climatico - Scenari di giustizia e sostenibilità" (2008):
http://www.fondazionelanza.it/epa/verso_una_nuova_responsabilita_globale.pdf


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COOPERARE PER L’AMBIENTE

Agronomo – Direttore di Cultura e Natura - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. email Autore

 

Verso l’attuazione di un Diritto, di una Cultura, di un’Educazione utile alla salute dell’uomo e dell’ambiente: una grande sfida per l’Italia del XXI secolo


“L’ambiente deve essere protetto col più ampio consenso e con una crescente consapevolezza di tutti i cittadini ; dall’ambiente dipendono sempre più la salute e la qualità della vita di ciascun cittadino, ma anche la possibilità di uno sviluppo reale e duraturo”.

 Con queste parole il Ministro dell’Ambiente introduce la Sintesi della III Relazione sullo stato dell’ambiente (1996), un documento che offre un quadro conoscitivo sintetico della situazione ambientale in Italia e che, oltretutto, esce a dieci anni dall’istituzione del Ministero dell’Ambiente.

Il bilancio della politica ambientale italiana di questo ultimo decennio mostra, accanto a elementi positivi, tutta una serie di elementi di grave problematicità :

  • una legislazione complessa, stratificata, spesso contraddittoria ;

  • una scarsa efficacia attuativi di tali norme sul piano amministrativo e giudiziario ;

  • inefficienza dei controlli attuati dalla pubblica amministrazione ;

  • l’esistenza di un sistema di corruzione che ha lucrato su progettazioni e realizzazioni d’opere ad alto impatto ambientale ;

  • una fitta rete di criminalità organizzata che ha prosperato in assenza di una forte presenza delle Istituzioni ;

  • difficoltà economiche e finanziarie che hanno limitato gli investimenti pubblici e privati nel settore ambientale ;

  • i problemi legati ai conflitti con i lavoratori a difesa dei posti di lavoro in aree ad alto rischio industriale ;

  • la pressoché totale assenza di un reale coordinamento con gli altri Ministeri interessati al governo e alla salute del territorio .

 

Da queste considerazioni emerge (paradossalmente proprio in Italia, Paese che dai beni culturali e ambientali trae tanta parte del proprio benessere economico!) la mancanza di una “cultura dell’ambiente”  capace di integrare anziché conflittualizzare le apparenti antinomie ambiente/sviluppo sociale, tutela giuridica/interessi economici,  Stato/Istituzioni locali.
Le cause di questo “handicap culturale” sono certamente molteplici : esso risente certamente di mali comuni all’insieme del sistema politico e partecipativo dei cittadini alla gestione della nostra appena cinquantenne “res publica” ma è necessario che esso non si trasformi in una specie di malattia ereditaria, trasmessa alle nuove generazioni alle soglie del Terzo millennio.
Il quadro globale della situazione spinge dunque ad una serie di riflessioni che dovrebbero servire soprattutto da stimolo a riconsiderare, costruttivamente, le finalità ed il ruolo che la tutela dell’ambiente deve avere in un Paese che si ritiene “culla di civiltà” più che millenaria.
Al di là delle giustificazioni legate alle ridotte dimensioni dell’apparato ministeriale, allo squilibrio tra competenze e funzioni sempre maggiori che è chiamato a svolgere, alle sue insufficienti dotazioni di organico e di finanziamenti, l’Istituzione centrale dello Stato in questo ambito ha bisogno di  fare chiarezza soprattutto sugli obiettivi principali per avviare una nuova politica ambientale di Governo.
Qualità dell’acqua dei fiumi, dissesto idrogeologico, rifiuti, inquinamento da traffico nelle grandi città sono le quattro frontiere che l’attuale titolare del Dicastero segnala come “prioritarie”.
Ma come affrontarle sperando in un qualche successo se non si rimuovono a monte le cause su accennate che hanno, di fatto, limitato e talvolta del tutto impedito l’azione di governo  in tutti questi anni ?

  

Prospettive di realizzazione del “Diritto all’ambiente”

 In questi ultimi trent’anni si è verificata un’enorme crescita di sensibilità e di interesse per i gravi problemi posti dalla manipolazione della natura da parte dell’uomo, sia per effetto di un miglioramento delle conoscenze scientifiche al riguardo sia per l’evoluzione delle concezioni sul rapporto uomo/ambiente con le rilevanti implicazioni che esse hanno comportato anche sul piano normativo.
Il diritto all’ambiente rientra a tutti gli effetti tra i diritti umani fondamentali, così come espresso, in primo luogo, nella dichiarazione finale della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente (Stoccolma, 1972) e ribadito dal rapporto alla Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, creata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1983: da allora numerosi Stati hanno introdotto, nelle loro costituzioni o legislazioni, il riconoscimento del diritto ad un ambiente adeguato e l’obbligo per lo Stato di proteggerlo.
Con la Conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (Rio de Janeiro, 1992) - che ha visto riuniti Capi di Stato e di governo di 183 Paesi - più che diritto l’ambiente diventa un dovere dell’uomo, al quale corrisponde quello che nella sostanza potremmo chiamare il “diritto” della natura ad essere considerata e protetta nel quadro di un equilibrio generale uomo/natura, requisito fondamentale per la sopravvivenza di entrambi e del progresso e sviluppo umano.
Si è giunti così - almeno formalmente, finora - a sostanziare in precisi fondamenti giuridici il lungo dibattito sull’etica della responsabilità dell’uomo verso la natura.
Ma fino a che punto le leggi e l’azione di uno Stato riescono da sole a realizzare un effettiva tutela dell’ambiente a beneficio dei suoi cittadini ?
In una ricerca triennale, realizzata  per conto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dal Dipartimento di Ecologia del CEU, in collaborazione con il Dip.to di Scienze Giuridiche e Diritti Umani, dedicata all'analisi ed alla comparazione tra lo stato dell'ambiente in Italia e la legislazione nazionale in materia (C.E.U., 1992) sono chiaramente emersi i limiti di un sistema informativo e normativo che non genera motivazioni alla partecipazione nell’individuo e che figura spesso ai margini della programmazione dello sviluppo del Paese, salvo poi riscoprirne la centralità nel momento delle emergenze e dei disastri “naturali”, inevitabile conseguenza di questa incuria individuale e sociale.
A questo proposito l’ultima Relazione sullo stato dell’ambiente del Ministero segnala “la scarsissima attenzione da parte dei media sugli argomenti ambientali (solo lo 0,1% di tutte le ore di trasmissione) spesso solo in occasione di catastrofi .
Ritornando alla nostra ricerca per il CNR, in essa si evidenziava lo scollamento esistente spesso tra normativa e realtà oggettiva, la scarsa capacità da parte dell'ordinamento statuale di concretizzare in un effettiva azione di tutela ambientale e di prevenzione una pletora di leggi non coordinate e, talvolta, in stridente contrasto fra loro.
Nella parte conclusiva e propositiva, infine, veniva sottolineata l'importanza di una corretta impostazione dell'educazione ambientale, intesa come strumento di formazione di una coscienza ambientale motivante al rispetto delle norme naturali e giuridiche.

 

Verso una Scienza e una Coscienza della Vita

 Sensibilità ambientale e studio dell’ambiente e delle sue capacità autoregolative sono al tempo stesso frutto di una evoluzione culturale (scientifica e tecnologica) e motore di una trasformazione sociale e produttiva fin qui attuata, come abbiamo già detto, per lo più per necessità (sotto la spinta delle emergenze: Seveso, Bhopal, Chernobyl, per citarne solo alcune).
L’esperienza fin qui accumulata dovrebbe spingerci invece ad una precisa scelta di voler imboccare la strada di una evoluzione cosciente dell’umanità tutta, nel rispetto dell’ambiente da cui essa (volente o nolente) dipende per l’alimentazione, la salute, l’energia, la vita.
Ma per scegliere bisogna conoscere ed è quindi necessario approfondire le conoscenze da un punto di vista scientifico sia sull’ambiente e la sua fisiologia (per prevenirne la patologia) sia sull’uomo, sui meccanismi neuropsicologici che spingono a comportamenti distruttivi nei confronti delle risorse naturali.
Le problematiche derivate dalla manipolazione dell’ambiente da parte dell’uomo, in effetti, dovrebbero essere analizzate innanzitutto sotto il profilo della “manipolazione delle informazioni” che pilotano l’opinione pubblica verso l’accoglimento o il rifiuto delle trasformazioni ambientali, spesso solo in base a fattori emotivi.
Per poter quindi realizzare concretamente nelle società di tutto il mondo quel Diritto all’ambiente, ormai sancito a livello internazionale, è necessario ribadire fortemente la necessità di una realizzare programmi educativi che rendano consapevole l’individuo dei meccanismi cerebrali che determinano i nostri comportamenti, per far si che le nostre scelte siano veramente nostre e non dettate da condizionamenti altrui.
Una educazione scientifica integrata alla vita, ispirata a valori universali, siamo certi potrebbe offrire orizzonti nuovi al Paese non solo per attuare una effettiva tutela ambientale ma utili anche ad una Scuola in molti casi avulsa dalla realtà storica e territoriale, incapace ormai di seguirne il dinamismo e di coinvolgere i giovani su temi e problemi utili alla loro crescita culturale e individuale.

 

Cooperare per una “Cultura dell’ambiente”

In effetti ci sembra necessario rimarcare la necessità di un impegno più incisivo proprio in quel settore cui accennava il Ministro dell’Ambiente nell’Introduzione alla Relazione sullo Stato dell’Ambiente in Italia 1996 : investendo cioè “nella consapevolezza di tutti i cittadini. “
Trattasi certo di “investimento a lungo termine”, che poco si confà agli interessi politici “a breve” che hanno finora caratterizzato la scena politica italiana ma si tratterebbe sicuramente di un buon investimento, a costi assai bassi e a rendimenti costanti nel tempo.
La proliferazione “tumorale” di norme giuridiche non incentiva ma semmai ostacola il rispetto dell’ambiente, soprattutto in un momento storico in cui il rispetto delle leggi  è sempre più legato al grado di consapevolezza della loro utilità e di conseguenza alla motivazione dell’individuo e della società.
La sempre più accentuata attenzione da parte dei cittadini alla “qualità della vita” sotto il profilo del benessere individuale e sociale rappresenta un valore da coltivare nell’interesse di tutta la collettività, puntando molto soprattutto sulla prevenzione dei rischi non solo in campo ambientale ma anche in quello sanitario.
La consapevolezza degli stretti legami tra stato dell’ambiente e salute dell’uomo è stata “scoperta” solo in questi ultimi anni dalle grandi Istituzioni internazionali (OMS, 1992), sotto la spinta delle grandi emergenze planetarie e delle situazioni a livello locale, ma purtroppo l’operatività delle istituzioni a tutti i livelli (internazionale, regionale, nazionale, locale) rimane imprigionata in una separazione burocratica di funzioni, ruoli, competenze poco funzionale alla risoluzione di problemi complessi ed interfacciati quali quelli dello sviluppo demografico, economico, della povertà, della fame, della gestione delle risorse idriche, energetiche, dei grandi insediamenti urbani.
Tutti queste tematiche ambientali vedono al loro centro l’uomo, le sue capacità e la sua volontà politica di trovare delle soluzioni :  cooperare per accrescere l’evoluzione della conoscenza e della coscienza di questo “minimo comune denominatore”  dei problemi globali, può essere forse la strada giusta per risolverli.

  

Riquadro

 Le quattro grandi emergenze ambientali in Italia

(Dati tratti dalla Sintesi della III Relazione sullo stato dell’ambiente 1996 del Ministero dell’Ambiente)

 

RIFIUTI

  • Nel 1994 la produzione pro capite di rifiuti ha sfiorato i 400 kg.

  • L’87% dei rifiuti urbani va direttamente in discarica, solo il 7 % accede alla raccolta differenziata mentre negli inceneritori ne passa il 6 %.

  • Oltre 23.000 metri cubi di rifiuti radioattivi sono accumulati nei siti nazionali in cui erano stati prodotti e, nella maggior parte, devono ancora essere trattati e condizionati.

 

TRAFFICO URBANO

  • In rapporto alle emissioni totali di inquinanti prodotti dal trasporto stradale, il traffico urbano contribuisce per il 77% delle emissioni di ossido di carbonio, per il 39 % delle emissioni di anidride carbonica, per il 27% delle emissioni di ossidi di azoto, del 76% dei composti organici volatili e per il 29% delle particelle sospese totali, rendendo così assai grave lo stato dell’aria nelle grandi città.

  • Il 72% della popolazione residente in ambiente urbano è esposto a livelli di rumore ampiamente superiori ai limiti di accettabilità definiti in ambito comunitario e fissati dalla normativa vigente in Italia.

  • Nel 1994 in Italia sono stati registrati oltre 170.000 incidenti stradali con 6.578 morti e oltre 239.000 feriti : circa il 73% degli incidenti avviene nelle aree urbane.

 

INQUINAMENTO DELLE ACQUE

  • Il 30 % degli scarichi non ha alcuna depurazione e soltanto il 39% della popolazione usufruisce di una depurazione in grado di abbattere anche nitrati e fosfati.

  • L’inquinamento chimico raggiunge le maggiori concentrazioni nel bacino padano, in relazione all’intenso sfruttamento agrozootecnico del suolo, all’elevata concentrazione di impianti industriali e all’inurbamento : l’80% dei casi di inquinamento di origine industriale è concentrato in questa area. 

 

DISSESTO DEL TERRITORIO

  •  Solo il 20% del territorio italiano (circa 60.000 kmq) può essere considerato significatamente non modificato dall’uomo.
  • Per quanto riguarda la conoscenza del territorio e il suo controllo, le strutture tecniche dello Stato contano al 1995 solo su 427 dipendenti.

  • Si spende, per interventi straordinari di emergenza, 5-6 volte almeno quello che si spende per la prevenzione ordinaria.

 

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UN LAVORO VERDE

 

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Nel cupo quadro della ricerca di un lavoro che tanto preoccupa chi lavoro non ha, non poche speranze vengono riposte nelle opportunità che una sempre più forte coscienza ambientale potrebbe offrire come possibilità di nuova occupazione. Documenti europei (come lo studio condotto dalla Commissione Europea su “Crescita, competitività, occupazione” nel 1994 - ma meglio conosciuto come il Libro Bianco di Jacques Delors - in cui si stimano in 700.000 i posti di lavoro che potrebbero nascere in vista della realizzazione di una nuova politica di tutela ambientale in Europa, di cui 165.000 solo in Italia) e affermazioni di politici italiani (dopo l’approvazione dell’ultimo decreto legislativo sui rifiuti, nel gennaio di quest’anno, il Ministro dell’Ambiente Ronchi ha avanzato il convincimento che il nuovo riordino della materia avrebbe creato 100.000 nuovi posti di lavoro) confermerebbero, anche se trattandosi di promesse di... politici il condizionale è d’obbligo, l’apertura di nuove prospettive di lavoro in settori verso i quali vi è soprattutto tra i giovani un forte interesse. Ma è necessario fare chiarezza sulla reale consistenza di queste opportunità e, soprattutto sulle motivazioni che spingono un giovane verso un lavoro in questo settore: al di là della ricerca di un lavoro interessante e pagante (oltre che in termini economici anche di soddisfazione morale) è importante sgombrare il campo da tante illusioni che talvolta un’approccio troppo idealista può incautamente alimentare e che inevitabilmente, possono dar luogo in seguito a disillusioni cocenti che talvolta sfociano nelle cosiddette “sindromi da burn-out”. Un piccolo ma interessantissimo contributo in questo senso ci viene offerto dalla collana “Guida Task al mondo del lavoro” pubblicata dal Sole 24 Ore Libri, in cui spicca il volume “Le professioni dell’ambiente” in cui in poco più di 100 pagine ci si può orientare in un mercato del lavoro quanto mai diversificato e vario, che tra l’altro, molto si baserà sulla creatività e sull’inventiva imprenditoriale dei giovani. Ma saranno necessarie anche solide basi scientifiche per chi vorrà operare nell’ambito della ricerca applicata all’ambiente o una buona conoscenza degli aspetti gestionali, economici e giuridici per chi pensa di poter dare un contributo all’ecologia nella pubblica amministrazione o nel settore industriale. Un settore chiave e sul quale molto si dovrà fare è proprio quello della formazione, quanto mai varia e articolata trattendosi di problemi ambientali le cui competenze spettano a diverse discipline scientifiche, a diversi Dicasteri sul piano amministrativo e a settori produttivi tra i più vari, merceologicamente parlando. Certo molto dipenderà dalla volontà politica di “investire” sull’ambiente, non solo economicamente ma politicamente: la valorizzazione di alcuni settori produttivi passa non solo attraverso “iniezioni di denaro” ma anche e direi soprattutto in una “ricostruzione” morale di certi comparti produttivi (si pensi a quanto è poco considerata l’agricoltura nel nostro Paese in confronto al peso politico e culturale che la stessa ha in Germania o in Francia). Le stime dell’OCSE ci vedono fanalino di coda nella classifica europea di fatturato di beni e servizi per la tutela dell’ambiente per una serie di ragioni che fanno sì che molte siano le potenzialità ancora inespresse di questo settore che peraltro potrebbe avere ricadute interessanti non solo per il lavoro che potrebbe offrire ma per garantire a tutti i cittadini una migliore salute e per rompere quel circolo vizioso che arricchisce la malavita organizzata che vede nelle gestione sconsiderata dei rifiuti un affare da almeno 20.000 miliardi l’anno. Ma lavorare per l’ambiente potrebbe voler dire anche operare per la prevenzione all’interno del sistema industriale, sempre desideroso di ottimizzare tempi, risorse e “know-how”: le nuove sfide della competititività e della globalizzazione spingono a ricercare risparmi energetici e sinergie produttive all’interno delle aziende, a caratterizzarsi con etichette di “amici dell’ambiente”, tutte componenti che aprono interessanti prospettive di lavoro. Il capitolo dedicato nel libro alla “burocrazia verde” è invece piuttosto desolante non per ciò che prospetta (è comunque utile pensare “positivo”!) ma per l’analisi dell’esistente: meglio dunque guardare in faccia la realtà ma darsi da fare perchè questa cambi alla svelta... In sintesi dunque uno sguardo prospettico su ciò che l’ambiente nel suo complesso può offrirci: sta a tutti noi, ora, offrire qualcosa del nostro impegno e delle nostre capacità per il suo futuro che è, poi, non dimentichiamocelo, anche il nostro.

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NOBEL DELL’ECONOMIA… ALLA NATURA!

 

 

Tutti i popoli in tutte le società dipendono dalla Natura per la propria sopravvivenza: senza acqua pulita, senza suoli fertili e senza diversità genetica delle piante e degli animali, la specie umana non può sopravvivere. Ma l’uomo di oggi è accecato dal mito del denaro facile, dell’economia trainante, dei nuovi mercati asiatici, dell’interesse economico a breve realizzo, e in nome di questi “valori” è pronto a dilapidare il “capitale” che la Natura gli ha offerto gratuitamente!

 

I beni della Natura che stiamo dilapidando

È urgente guardare in faccia la realtà. Circa due terzi dei servizi forniti dalla Natura al genere umano sono in declino e il degrado dei servizi degli ecosistemi rappresenta una vera e propria perdita del capitale naturale di cui l’uomo può disporre. Per i nostri figli si profila un futuro polveroso, fatto di carenza d’acqua e di pochi pesci negli oceani, di aria irrespirabile, terreni maltrattati e cambiamenti di clima. In molti casi, il danno è stato fatto e il tempo è scaduto. Ma qualcosa si può ancora fare per invertire la rotta.
Negli ultimi 50 anni, gli esseri umani hanno modificato gli ecosistemi naturali più che in qualunque altro periodo della nostra storia, al punto che questi ecosistemi presto non riusciranno più a fornire ciò che permette la nostra vita sul pianeta: cibo, acqua, aria respirabile, legno, combustibile e così via. In altre parole, «la capacità degli ecosistemi di sostenere le future generazioni non può più essere presa per certa». Questo sostiene e argomenta, con dati e analisi approfondite, il rapporto diffuso recentemente dalle Nazioni Unite. Un «mega» rapporto: il Millennium Ecosystem Assessment è il risultato di cinque anni di lavoro di 1.360 esperti di tutto il mondo, con la partecipazione di Nazioni Unite, Banca Mondiale, IUCN. Con presentazioni nelle maggiori capitali del pianeta (a Roma è stato presentato congiuntamente dalla FAO e dal WWF), il board di scienziati che ha coordinato questo lavoro ha illustrato le sue conclusioni, riassunte in un titolo: «stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi».La novità di questo rapporto non risiede tanto nelle analisi e nei dati, anche se non era mai stato messo insieme un compendio così ampio delle conoscenze disponibili sullo stato del pianeta e il declino degli ecosistemi, risiede piuttosto nella sua prospettiva e nella sua ambizione politica. La prospettiva: definisce e misura gli ecosistemi in termini di “servizi” che forniscono agli umani, ovvero i benefici tratti dalla natura (cibo, acqua, legno, fibre, carburante, ecc.) e anche la capacità di foreste e mari di regolare il clima, la capacità delle coste di proteggere dall’erosione di onde e cicloni, fino ai “benefici culturali”, estetici, ricreativi.L’idea è che «gli umani sono al centro degli ecosistemi globali, ne dipendono, e con le loro azioni ne modificano il funzionamento», ha spiegato alla presentazione del Rapporto Prabhu Pingali, direttore della Divisione agricoltura e sviluppo presso la FAO a Roma. Gianfranco Bologna, direttore scientifico e culturale del WWF Italia, l’ha messa in altri termini: la salute degli ecosistemi naturali e quella degli ecosistemi umani (che ne dipendono) sono interdipendenti (M. Forti, 2005).La prima conclusione cui sono giunti gli scienziati è che circa il 60% dei servizi forniti dagli ecosistemi, cioè i benefici che offrono agli esseri umani – acqua, cibo, pesca, regolamentazione del clima, per citarne alcuni – sono degradati o utilizzati in modo insostenibile. Fornire cibo, acqua, energia e materiali a una popolazione in continua crescita ha comportato un prezzo altissimo per i complessi sistemi di piante, animali e processi biologici. Presto toccherà a noi uomini provvedere a pagare i costi altissimi di servizi fin qui forniti gratuitamente dalla natura: saremo in grado di farlo? E con quali stratagemmi economici? Basterà un po’ di “finanza creativa”?

 

Cicale e formiche

Oggi sono soprattutto i Paesi industrializzati a beneficiare di queste risorse naturali. Ma nel futuro i “servizi” resi dall’ambiente saranno sempre meno disponibili. In un’intervista a Radio Vaticana (A. Lomonaco, 2005) il prof. Riccardo Valentini dell’Università della Tuscia (membro del Board del Millennium Ecosystem Assessment) ammoniva: «In questo momento noi siamo delle “cicale”: stiamo utilizzando le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Il grido d’allarme di questo rapporto, quindi, è molto chiaro: se non si inverte la tendenza del declino ambientale, ci ritroveremo nel futuro con problemi molto gravi. Problemi che non riguardano soltanto i paesi poveri. Questa emergenza ritornerà come un boomerang anche nei paesi industrializzati. L’uso insostenibile delle risorse aumenta il divario tra paesi ricchi e paesi poveri.»«I problemi con cui dobbiamo fare i conti - perdita di biodiversità, scarsezza d’acqua, degrado delle terre aride - potrebbero peggiorare in modo significativo nei prossimi 50 anni se non si interverrà subito», avverte il Direttore Generale della FAO, Jacques Diouf. E continua: «Siamo responsabili non solo verso noi stessi, ma soprattutto verso i poveri del mondo». Il rapporto mette in luce, infatti, che sono le popolazioni più povere quelle che subiscono maggiormente gli effetti dei cambiamenti nell’ecosistema.
E il declino nella capacità degli ecosistemi di fornire “servizi” sarà il principale ostacolo a realizzare gli obiettivi di sviluppo che si è data l’Assemblea dell’ONU nel 2000 (noti come «Obiettivi di Sviluppo del Millennio», da raggiungere entro il 2015): “problemini” come la sconfitta della fame e della povertà, l’accesso alla salute e all’istruzione, che chiamano in causa una non più procrastinabile cooperazione tra i popoli.

 

Perfino l’economia si evolve: da “Homo homini lupus” a… gregge di pecore!

Di tanto in tanto, animali e persone si aiutano l’un l’altro senza che chi presta aiuto ne tragga un chiaro vantaggio. Come può essersi evoluto un comportamento del genere?

Gli esseri umani e alcuni animali (pesci, pipistrelli, delfini, molte scimmie) condividono un’eredità di comportamenti economici, tra cui la cooperazione, lo scambio di favori reciproci e la rabbia nel trovarsi a corto di risorse. Eppure l’economia classica considera gli individui dei massimizzatori di profitto guidati da puro egoismo. Per dirla con le parole del filosofo inglese Thomas Hobbes (quello di “Homo homini lupus”), «si presume che ogni uomo persegua naturalmente ciò che è bene per lui stesso, e ciò che è giusto invece solo a beneficio della Pace, e in modo fortuito».In questa visione, tuttora predominante, la socialità non è che un’appendice, un “contratto sociale” che i nostri antenati stipularono per i vantaggi che presentava e non perché si sentissero reciprocamente attratti. Ma dal punto di vista della biologia questa ricostruzione immaginaria è quanto di più sbagliato si possa pensare. Noi discendiamo da una lunga linea di primati che vivevano in gruppo, e ciò significa che siamo naturalmente dotati di un forte desiderio di andare d’accordo e trovare partner con cui vivere e lavorare.
Questa spiegazione evolutiva delle ragioni per cui interagiamo sta guadagnando credito grazie a una nuova linea di ricerca, nota come behavioral economics, o economia comportamentale, che si concentra sul comportamento umano reale, invece che sulle forze astratte del mercato, quale guida per comprendere i processi decisionali. Questa nuova disciplina sta sfidando, e modificando, il “modello standard” della ricerca economica, secondo cui gli esseri umani basano le scelte economiche su processi di pensiero razionali.
Nel 2002 la scuola è stata ufficialmente riconosciuta con un premio Nobel condiviso da due dei suoi fondatori: Daniel Kahnemann, psicologo alla Princeton University, e Vernon L. Smith, economista alla George Mason University. Nei loro studi hanno analizzato il modo in cui gli esseri umani effettuano una scelta quando sono alle prese con l’incertezza e il rischio. Gli economisti classici avevano pensato alle decisioni umane in termini di vantaggio atteso: la somma dei profitti che le persone si aspettano di ricavare da un evento futuro moltiplicata per la sua probabilità di accadere. Gli studi di Kahnemann e Smith hanno dimostrato che le persone sono molto più spaventate dalle perdite di quanto siano attratte da potenziali profitti, e che in genere seguono… il gregge.
L’esplosione della bolla speculativa del mercato azionario del 2000 è un potente esempio: il desiderio di comportarsi come gli altri può aver portato gli investitori a pagare le azioni molto di più di quanto avrebbe fatto un agente puramente razionale.

 

Economia… bestiale

L’economia comportamentale animale è una disciplina giovane, che offre sostegno alle nuove teorie dimostrando che tendenze economiche e attività umane fondamentali, come la reciprocità, la divisione dei profitti e la cooperazione, non sono limitate alla nostra specie. Si sono probabilmente evolute in molti animali per le stesse ragioni per cui si sono evolute in noi: affinché gli individui traggano il massimo vantaggio l’uno dall’altro senza mettere in pericolo gli interessi comuni alla base della vita collettiva. Sia lo scambio di beni e servizi nelle economie umane sia le interazioni tra gli animali sono influenzati dalle dinamiche di domanda e offerta.
Quando ogni individuo cerca di conquistare i partner migliori e contemporaneamente mette in vendita i propri servizi, l’ambito in cui si estrinseca la reciprocità diventa quello della domanda e dell’offerta, che è precisamente ciò a cui si riferiscono Ronald Noe, dell’Università Louis Pasteur di Strasburgo, e Peter Hammerstein, della Humboldt di Berlino, con la loro “Teoria del mercato biologico”. Questa teoria, applicabile in tutti i casi in cui i partner commerciali possono scegliere con chi trattare, afferma che il valore delle merci e dei partner varia in relazione alla loro disponibilità. Peraltro le trattative di esseri umani e animali si basano su reazioni emotive, come l’indignazione nel caso di accordi non equi.
Rifiutare un compenso inadeguato – cosa che fanno le scimmie e anche gli esseri umani – è contrario alla logica dell’economia tradizionale. Se l’unica cosa che conta fosse la massimizzazione del profitto, si dovrebbe prendere ciò che si può senza lasciare interferire l’indignazione o l’invidia. Gli economisti comportamentali, d’altra parte, presuppongono che l’evoluzione abbia selezionato emozioni che preservano lo spirito di cooperazione e che queste emozioni influenzino fortemente il comportamento. Nel breve termine, preoccuparsi di ciò che ricevono gli altri può sembrare irrazionale, ma nel lungo periodo fa sì che gli altri non approfittino di noi. Scoraggiare lo sfruttamento è fondamentale ai fini di una cooperazione continuativa. Questo spiega perché gli esseri umani si proteggano da opportunisti e sfruttatori costruendo relazioni di amicizia con partner – come i coniugi e i buoni amici – che hanno superato la prova del tempo. Una volta che abbiamo stabilito di chi fidarci, tendiamo ad allentare le regole. Solo con partner più distanti conserviamo dei registri mentali e reagiamo pesantemente agli squilibri, definendoli “ingiusti”.
La teoria del mercato biologico offre un’elegante soluzione al problema dei profittatori, che ha a lungo preoccupato i biologi, dato che i sistemi di reciprocità sono ovviamente vulnerabili a chi prende piuttosto che dare. I teorici spesso suppongono che i trasgressori vengano puniti, anche se questo non è ancora stato dimostrato per gli animali. Ma i truffatori possono essere rimessi a posto in modo più semplice. Se ci sono più partner tra cui scegliere, basta abbandonare le relazioni insoddisfacenti e sostituirle con quelle che offrono più vantaggi. I meccanismi del mercato sono più che sufficienti a mettere al bando i profittatori. Anche nelle nostre società diffidiamo di chi prende più di quanto dia (F.B.M. de Waal, 2005).

 

I tanti modelli economici delle società umane

Le fondamentali necessità del sostentamento esigono da ogni società umana la continuata esplicazione di attività più o meno complesse, per assicurarsi anzitutto il cibo e una serie di altri beni indispensabili alla vita. Tali attività vengono comunemente definite economiche. Nella società occidentale moderna la quotidiana esperienza ci dice quali siano i fenomeni che possono essere qualificati economici. Tuttavia in qualunque società (e in particolar modo nelle comunità “arretrate”) il fattore economico non è circoscritto a un solo e specifico settore della cultura, ma li pervade tutti. I bisogni umani non sono infatti limitati alle sole esigenze della materiale sopravvivenza: essi abbracciano anche la sfera sociale e spirituale. (V. L. Grottanelli, 1965)
Il soddisfacimento di un bisogno (inteso come “mancanza”) e le relative priorità acquistano valori differenti a seconda delle culture umane, anche se è ovvio che esistono bisogni primari immediati legati alle esigenze biologiche, avvertibili attraverso stimoli fisiologici: nutrimento, riproduzione, difesa dall’ambiente (freddo, caldo, intemperie, ecc.). Questi bisogni sono indipendenti dalla cultura: quello che varia è la tipologia di risposte che le popolazioni umane danno allo stesso stimolo.
Totalmente legati alla cultura che li produce sono invece i bisogni non primari di due categorie: mediati e integrativi. I bisogni mediati sono quelli direttamente connessi al soddisfacimento dei bisogni primari, quali il sistema tecnologico di arco e frecce (o di zappe e fertilizzanti) necessario per ottenere direttamente il cibo. Bisogni mediati sono anche la necessità di cooperazione e di culto, talvolta ritenuti indispensabili per l’espletazione di una certa attività economica. I bisogni integrativi possono essere, per esempio, il senso di appartenenza al gruppo sociale, lo svago, il gioco, l’arte e altre forme di piacere.
L’economia non include solo il momento dell’acquisizione o produzione dei beni, ma anche le fasi successive della loro distribuzione e consumo che sono inestricabilmente collegate alle varie forme culturali. Possiamo dire che, mentre è impossibile isolare un settore meramente economico nel complesso delle attività delle popolazioni umane, esiste un aspetto economico in quasi ciascuna di esse. In questo senso non esiste un Homo economicus, ma un individuo che, inserito in un gruppo culturale, risolve problemi attraverso una sequenza operativa di scelte collegate a tutti gli ambiti della propria cultura. Le decisioni non vengono prese in un vacuum personale, ma sono direttamente collegate a fini preferenziali, variabili da popolazione a popolazione, oltre che da individuo a individuo (A. Salza, 2005).

 

Dalla Natura patrimonio comune all’economia di mercato

Nelle società umane ci sono sempre stati il commercio e lo scambio di beni e servizi, entrambi soggetti alle leggi di natura e della comunità. Le cosiddette culture a livello etnografico sono contraddistinte da una caratteristica essenziale: ogni membro lavora per vivere, producendo direttamente le risorse necessarie. Può esistere una certa dose di scambio con altre popolazioni per ottenere risorse speciali, ma la sopravvivenza è garantita dall’autosufficienza, un livello produttivo obbligato per chi non conosce il denaro (A. Salza, 2005).
Per secoli la sostenibilità ha fornito all’umanità le basi materiali della sopravvivenza: si lavorava per vivere, senza violare gli equilibri naturali attraverso meccanismi di auto-approvvigionamento. I limiti della Natura erano rispettati e regolavano il consumo umano. Quando i rapporti sociali sono organizzati secondo il principio del sostentamento, la Natura è patrimonio comune.
In seguito il mercato e il capitale sono diventati i nuovi principi organizzatori di alcune società, causando l’abbandono delle leggi naturali e comunitarie. La Natura diventa una risorsa quando i principi d’organizzazione sono il profitto e l’accumulazione che generano lo sfruttamento delle risorse necessario alla crescita del mercato.
Ancora oggi l’economia di mercato dominata dal capitale non è l’unica esistente: nella maggior parte dei paesi del Sud del mondo molte persone continuano a vivere grazie ad una economia di sopravvivenza, che resta invisibile nei libri contabili dello sviluppo calcolato secondo le leggi di mercato (V. Shiva, 2005).
Noi, cittadini di questo Piccolo Mondo, rimaniamo convinti di avere soluzioni per tutto, anche per il Grande Mondo, cioè per quella parte di pianeta dove vive la stragrande maggioranza della popolazione. Ma la nostra cecità ci fa pensare che il nostro sia il Grande Mondo e quell’altro, dove vive l’80% della popolazione mondiale, sia piccolo per il semplice fatto che non è capace di svilupparsi, di crescere, di creare “prodotto interno lordo”, di far galoppare l’economia di mercato.
Mai, però, ci si chiede perché il principe dei valori della nostra economia di mercato, cioè la proprietà che genera capitale e di conseguenza mercato, non abbia cittadinanza nella parte più popolosa del pianeta. Perché questo misterioso capitale non riesce ad affermarsi nel Sud del mondo? Perché non si afferma nonostante i cittadini vivano in abitazioni, immaginino e sviluppino attività artigianali per la sopravvivenza, coltivino i campi come si è fatto e si continua a fare anche da noi?
Eppure case, campi e attività artigianali non vanno al di là delle semplici esigenze di avere un tetto, di procurarsi il cibo e, magari, avere del denaro per i bisogni quotidiani. Tutto rimane in una sorta di sommerso che fatica ad emergere o, addirittura, non vuole emergere: da noi si chiama sommerso, nel Sud del mondo si chiama informale (A. Ferrari, 2005).

 

“Ottimizzazione” ed “efficienza” sono obiettivi davvero indispensabili per il benessere economico dell’individuo?

Prendiamo per esempio un ipotetico semplice contadino africano che debba decidere sul da farsi di un suo campicello: potrebbe cercare di ottenere il massimo profitto monetario coltivando caffè per venderlo sul mercato internazionale attraverso le agenzie governative, oppure tentare di massimizzare la resa calorica per acro e coltivare manioca da mangiare direttamente. Potrebbe invece voler ottenere il massimo di proteine per acro, coltivando soia o tentare di avere la massima sicurezza di ottenere un qualche raccolto scegliendo piante resistenti alla siccità, oppure diversificando i raccolti. Potrebbe anche decidere di ottenere la massima resa proteica per ora-di-lavoro/uomo (consumo energetico) e piantare raccolti a crescita rapida che richiedano poche cure. Oppure di voler ottimizzare la produzione calorica in funzione del dispendio totale di calorie che deve utilizzare per la coltivazione, selezionando pertanto raccolti che non richiedano fertilizzanti o aiuto da parte di altri contadini, e l’utilizzo di macchine agricole. D’altro canto potrebbe cercare di ottenere invece il massimo prestigio sociale piantando frutti ricercati, o palme da birra, o facendo pascolare qualche mucca. Il contadino potrebbe anche convincersi che per lui, in fondo, sarebbe meglio garantire la continuità della famiglia e regalare pertanto il campo al genero. Naturalmente potrebbe avere molte altre scelte, tutte ugualmente valide, a seconda della serie di parametri economici e culturali che vengono definiti come il cosiddetto “bene dell’individuo”, fine dell’attività economica.
Non tutte le opzioni, all’interno delle varie popolazioni, sono ugualmente disponibili o percepite. Gli stessi concetti di “efficienza” e “ottimizzazione” devono fare i conti con l’individuo inserito nella propria società. Queste sfumature comportamentali entrano con difficoltà in un modello che consideri l’economia un insieme di bilanci positivi tra il “dare” e l’“avere”.Il contadino che abbiamo portato come esempio può essere ragionevolmente efficiente secondo criteri differenti: potrà riuscire a vivere con pochi rischi di fallimento nel proprio bilancio (economico e sociale, oltre che semplicemente energetico); sarà in grado di ottenere un adeguato quantitativo di proteine, calorie e grassi (almeno per sostenersi); e potrà ricavare dalla sua vita un certo prestigio. La sua sopravvivenza (dalla radice latina super vivere, vivere al di sopra dei bisogni) non è legata alla mera sussistenza. In realtà, egli non sta cercando di ottimizzare la produzione dei beni materiali e spirituali, ma di essere soddisfatto per quello che fa.
Le popolazioni a livello tecnologico semplice, i cosiddetti “primitivi”, sono all’avanguardia contro l’ottimizzazione e l’efficienza come la intendono gli uomini dell’era postindustriale. L’etnologo sul campo si trova spesso a studiare uomini che, attraverso le più svariate tecniche, cercano di sopravvivere in un ambiente che, ai suoi occhi, appare decisamente ostile. Le economie primitive sono decisamente sottoproduttive: nessuna di esse pare sfruttare a pieno le potenzialità economiche. La forza lavoro è usata a basse percentuali di impiego, i mezzi tecnologici non vengono utilizzati appieno, buona parte delle risorse naturali non viene sfruttata. In compenso però i risultati globali delle economie “primitive” non sono disprezzabili: gli uomini e le donne sono contenti, i figli crescono nella tradizione, si vive e si muore senza traumi. In termini endogeni queste popolazioni sono soddisfatte di sé.
Quello che è interessante è che anche i loro bilanci energetici risultano, nella maggior parte dei casi, decisamente positivi. Alcune tribù aborigene australiane “lavorano poco”, sottoutilizzano cioè le risorse del territorio. Non vivendo al di sopra dei propri bisogni, queste economie primitive sono in un certo senso all’avanguardia, al punto che alcuni antropologi economici parlano di “società opulente” per popoli che pochi decenni prima venivano considerati dei “bruti” alla mercè dei rigori di una vita non degna di essere vissuta da un uomo. Quando Herskovits scriveva Economic Anthropology (1958) poteva considerare gli aborigeni australiani come «il classico esempio di una popolazione le cui risorse economiche sono tra le più scarse, al punto che solo la massima intensità di applicazione rende possibile la sopravvivenza». Prendendo in esame il tempo impiegato per procurarsi il cibo in due settimane dagli adulti di un gruppo di aborigeni del Fish Creek, nella Terra di Arnhem (Australia settentrionale) si ricava una media giornaliera di 3 ore e 45 minuti! I dati sono ancora più impressionanti considerando il fatto che sono stati raccolti durante la stagione secca, con scarsità di risorse vegetali e canguri da cacciare sparsi su un territorio più vasto del normale. Le attività considerate comprendono la caccia, la raccolta, la preparazione del cibo, la raccolta della legna da ardere e la riparazione delle armi e degli utensili necessari. In compenso, economicamente parlando, gli aborigeni di Fish Creek ricavano dalla loro attività 2130 calorie giornaliere, il 104% di quanto considerato ottimale secondo standard nutrizionali occidentali. Queste persone non sembrano lavorare duro. Per lo più non lo fanno tutti i giorni: la ricerca del cibo è intermittente, appena ce n’è abbastanza, finisce il lavoro. Non stupisce che gli Yir-Yront, un altro gruppo di australiani, non abbiano differenziazione linguistica per indicare il lavoro e il gioco… (A. Salza, 2005).

 

Concludendo…

Una più attenta analisi delle varie forme di economia tuttora utilizzate dalle popolazioni umane e compresenti in un mondo sempre più globalizzato ce ne mostra pregi e difetti. A quanto pare, anche per un modo di produzione più “sofisticato”, l’ottimizzazione è legata a fattori limitanti che sfuggono alla comprensione dell’economia di bilancio. Fattore comune è la diversità degli approcci: non c’è infatti relazione deterministica tra economia e ambiente, tra ambiente e società, tra scelte individuali e valori economici.
L’economia “primitiva” richiede un’analisi dall’interno per essere valutata, al di là del fatto che molti dei fattori costitutivi di tali economie sono stati sopraffatti e inglobati nell’economia di mercato, rendendole improduttive. La scomparsa di alcuni modi di produzione e dei modelli comportamentali che li sottendono non è una prova del valore assoluto del modello sostitutivo (A. Salza, 2005). Sappiamo bene che, nella storia, modelli economici, politici e culturali hanno spesso prevalso su altri solo grazie all’arroganza del potere e alla forza delle armi. Quella stessa arroganza continua oggi a dirigere l’economia globalizzata verso il depauperamento delle risorse del Pianeta, risorse che diventano “economiche” perché sono accumuli “appetibili” di un capitale naturale limitato e irriproducibile.
La lezione che ci danno altre forme di economia, altrettanto diffuse ma più sommerse e fisiologiche ai sistemi naturali, ci dovrebbe far riflettere sul fatto che la sostenibilità di cui tanto si parla nei conclavi dell’ONU, della Banca Mondiale e del WTO non può prescindere dal rispetto dell’altro essere umano e dell’ambiente che ci sostiene nel “presente”, e che non è detto che lo faccia anche per il “futuro”.
La nostra stoltezza, del tutto illogica economicamente parlando, è quella di vivere al di sopra delle nostre possibilità (stressati e spesso infelici) non solo dilapidando gli interessi del capitale naturale che ci siamo ritrovati “gratis”, ma addirittura intaccando pesantemente il capitale stesso della Vita, sempre più in difficoltà nel darci quei “buoni fruttiferi” che finora abbiamo dato per scontati.

 

Bibliografia

De Waal F.B.M. (2005): L’economia delle scimmie. Le Scienze, n. 442, giugno 2005

Ferrari A. (2005): Il big bang della povertà. Paoline Editoriale Libri.
Forti M. (2005): L’ONU misura il declino degli ecosistemi. Il Manifesto, 31 marzo 2005
Grottanelli V.L. (1965): Etnologica.

Lomonaco A. (2005): Il declino degli ecosistemi mette a grave rischio il futuro delle risorse: è quanto emerge dal Millennium Ecosystem Assessment, il più ampio studio sullo stato del pianeta. Interviste per Radio Vaticana, 31 marzo 2005

Salza A. (2005): Economia. In: “Atlante delle popolazioni”. Enciclopedia Geografica. Corriere della Sera.

Shiva V. (2005): Riscrivere la storia. In: “Internazionale” n. 593, 32-33, 3 giugno 2005

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