L’INDUSTRIA DEL GAMBERO

L’INDUSTRIA DEL GAMBERO: UN “PASSO INDIETRO”

NEL RISPETTO DELLA NATURA E DELL’UOMO



I gamberetti vivono meglio di noi.

Hanno la corrente elettrica, noi no.

I gamberetti hanno acqua pulita, noi no.

I gamberetti hanno a disposizione grandi quantità di cibo,

noi soffriamo la fame”.

Pescatore delle Filippine


Ricordate la celebre interpretazione di Tom Hanks nel film “Forrest Gump”? Alla base delle sue fortune economiche, dopo la sfortunata avventura in Vietnam, fu la pesca “casuale” di un enorme banco di gamberetti. Quegli stessi gamberetti che rischiano ora di scatenare un ennesima guerra commerciale tra Washington e Hanoi per la decisione americana di imporre dazi altissimi contro i produttori asiatici (i pescatori di gamberi in Vietnam sono 3,5 milioni, vivono nelle campagne e dall’attività ricavano quasi tutti i mezzi di sussistenza), accusati di vendere a costi inferiori a quelli di mercato.

L’industria dei gamberetti è uno dei settori più redditizi del comparto ittico: enormi quantità di gamberetti vengono allevate nel Terzo mondo per essere spedite e consumate in Giappone, Europa e Stati Uniti. Nel 2001, secondo il World Watch Institute, oltre 4,2 milioni di tonnellate di gamberetti sono finite nei piatti dei consumatori dei paesi ricchi.

La Cina è la maggiore produttrice mondiale: nel 2000 ne ha pescati oltre 1,2 milioni di tonnellate (più del doppio rispetto a 10 anni prima e oltre 3 volte i suoi più diretti concorrenti: India, Thailandia - che è il maggiore esportatore mondiale - e Indonesia).

E proprio tra gli USA e molti Stati produttori è in atto la guerra commerciale di cui sopra che tra poco arriverà sul tavolo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: ci sono in ballo 3,5 miliardi di dollari di sole importazioni negli USA, i sei Paesi (Cina, Vietnam, Thailandia, India, Brasile ed Ecuador) che attualmente coprono il 74% delle importazioni statunitensi e milioni di persone, per lo più povere e poverissime, coinvolte in tutto il mondo nella produzione e nel commercio dei gamberetti.

Gravissimi sono anche i danni ecologici che questo tipo di sfruttamento delle risorse ittiche mondiali sta arrecando agli ecosistemi: gli allevamenti dei gamberetti, oltre a essere una delle industrie ittiche più lucrative sono anche tra le più devastanti al mondo in quanto utilizzano strumenti per la pesca che distruggono l’habitat sottomarino alla stregua dell’effetto delle ruspe nelle foreste tropicali, rastrellando e devastando tutto ciò che incontrano nel loro cammino.

Gamberetti: sapore di mare… dal gusto un po’ amaro

Le nostre abitudini alimentari si modificano molto rapidamente, da una distribuzione regionale, la moda di mangiar pesce ha portato prodotti ittici da tutto il mondo sulla nostra tavola. Il consumo di pesce in generale ed in particolare di gamberi non comporta però solo vantaggi, come un notevole apporto proteico con pochi grassi, bensì anche notevoli problemi ecologici, socio-economici e sanitari.

Non solo la mancanza dell'indicazione del luogo di origine e provenienza del prodotto è un elemento di preoccupazione per i consumatori, ma principalmente 3 tipi di problemi che dovrebbero far riflettere in relazione al consumo di pesce e di gamberetti:

  • i metodi di pesca in grandi quantità (pesca industriale) e l'allevamento intensivo;

  • i riflessi ecologici e sociali di tali sfruttamenti intensivi;

  • la contaminazione da residui chimici e di batteri e germi dei prodotti immessi sul mercato.

Metodi senza scrupoli nella pesca di gamberetti

Circa ¾ dei gamberetti presenti sul mercato vengono prelevati prevalentemente da natanti da pesca negli estuari, nelle baie e nelle piattaforme continentali.

Le quantità di pescato sono sempre minori, in contrapposizione ad impieghi sempre più massicci di flotte di pescherecci, che razziano il fondale marino con enormi reti a strascico. Le conseguenze di tale distruzione del fondale sono dapprima quasi invisibili, ma comportano la scomparsa o danni irreparabili ad importanti spazi ecologici - importanti anche per la riproduzione di pesci, molluschi, rettili, crostacei, ma anche di altri organismi, come il corallo e le piante acquatiche, solo successivamente avvertibili.
L'enorme pescato di pesci, tartarughe, piante marine e conchiglie (pescato accidentale) non viene utilizzato nelle pescherie di gamberetti e viene rigettato morto nell’oceano. Nelle regioni temperate il rapporto tra pescato accidentale e gamberetti è nell’ordine di 5 a 1, mentre nei tropici può raggiungere valori di 10 a 1 e oltre. Si ritiene che globalmente la pesca dei gamberetti sia responsabile di 1/3 del pescato accidentale del mondo ma soltanto del 2 % dei prodotti ittici mondiali.

Accordi internazionali per l'impiego di reti, le quali offrono al pescato accidentale una via d'uscita, vengono viste da molti pescatori solo come distorsioni del mercato. La concorrenza fra pescatori locali (pesca tradizionale) e grandi pescherie industriali è foriera di conflitti. I primi sono a ragione preoccupati per le loro aree di pesca, servono anche alla pesca industriale, ma non distruggono il fondale. Con le loro piccole reti essi pescano in genere solo gamberetti giovani, in quanto quelli più vecchi e quindi più grandi vivono a profondità maggiori. È anche per questa ragione che i pescatori tradizionali vendono il prodotto a prezzi minori.


La soluzione è nell'allevamento?

L'allevamento di pesci, crostacei, e piante acquatiche, definita come "acquacoltura" trae origine dalla cosiddetta "rivoluzione blu" avvenuta in tutto il mondo. Con questa forma di allevamento si mira a far fronte alle richieste del mercato, compensando contemporaneamente lo sfruttamento dei mari.
I problemi ecologici che ne derivano, sono però inquietanti. L'installazione di impianti di "acquacoltura" è la principale responsabile della distruzione di foreste di mangrovie, ambiente di crescita di molte specie ed importante biotopo contro l'erosione delle coste (quasi ¼ delle foreste di mangrovie tropicali ancora esistenti è stato distrutto negli ultimi vent’anni, per lo più per fare spazio agli allevamenti di gamberetti.
L'acquacoltura, di per sè una vecchia tecnica adottata nelle risaie, è divenuta dannosa in seguito al suo utilizzo intensivo (impiego di vari agenti chimici, fertilizzanti artificiali, salatura del terreno circostante), che è causa di numerosi danni all´ambiente. I bacini vengono in parte installati sulla costa. Per mantenere sani gli animali allevati, è necessario il ricambio giornaliero di 1/3 dell'acqua del bacino (costituita al 50% da acqua di mare ed al 50% da acqua dolce). Quando i gamberetti raggiungono dimensioni adatte allo smercio, i bacini vengono svuotati (e questo causa l'accumulo di sale e residui organici sul fondo). Dopo numerose raccolte, il letto del bacino rimane ricoperto da resti organici e chimici in tale quantità da costringere gli operatori all'abbandono del bacino ed alla realizzazione di un nuovo impianto altrove. Lasciando però, in tal modo, foreste di mangrovie completamente distrutte ed il terreno salato e carico di agenti chimici, la cui bonifica risulta molto costosa.

Risulta inevitabile che da questo sfondo scaturiscano anche problemi sociali e di violazione dei diritti umani. La concorrenza per il terreno, l'acqua potabile e la concorrenza per l'utilizzo di foreste di mangrovie (privatizzazione di strisce di terreno prima pubblico) alimentano problemi sociali tra la popolazione locale e le industrie del settore. L'acquacoltura intensiva necessita, infatti, di molto terreno e di molta acqua ma di relativamente poca manodopera, il che origina anche inevitabili ripercussioni sull’occupazione e conflitti con la popolazione locale (vedi riquadro) che spesso si traducono in confische di terreni, violente intimidazioni nei confronti dei pescatori locali e perfino omicidi.


La situazione riguardo qualità del prodotto ed igiene

Purtroppo, la possibilità di individuare la provenienza dei prodotti ittici non c'è ancora e tarderà sicuramente a venire. Questo riguarda anche i commercianti, i quali si devono affidare ai grossisti, i quali a loro volta si devono "affidare" al pesce. Una certificazione trasparente e soddisfacente dei prodotti di produzione internazionale (metodi di allevamento, di pesca e di conservazione) è fortemente auspicabile. I controlli nel settore della pesca si limitano troppo spesso a test sull'odore e sul sapore, finalizzati all'individuazione di eventuale pescato non fresco. Metalli pesanti, pesticidi ed antibiotici vengono invece cercati solo in occasione di controlli a campione, quando si hanno dei sospetti oppure dietro richiesta di qualche commerciante. Gli uffici competenti a livello comunitario hanno carenze di personale che impediscono loro di garantire un controllo efficace e soddisfacente. Indagini condotte su richiesta dei privati, hanno individuato diverse sostanze vietate nell'Unione Europea, che oscillano dal "preoccupante" al "sicuramente dannoso per la salute", come ad esempio il chloramphenicolo - pericoloso per l'uomo e proibito in EU - rinvenibile nei gamberetti King's Prawn.
Indagini condotte per conto di Ökotest (1997) hanno riscontrato considerevoli quantità di microrganismi (batteri e germi), sia nei prodotti freschi che in quelli confezionati. Conseguenze per l'uomo: possibilità di malessere, vomito, diarrea, febbre e di intossicazioni alimentari.

 

Cosa può fare il consumatore?

Al momento poco, purtroppo: si può informare presso il suo pescivendolo riguardo origine, metodi di pesca e di produzione. Quanto tali informazioni possano però essere attendibili e quindi rassicuranti, è alquanto dubbio.

Finchè le autorità competenti faranno poco o nulla per rendere le condizioni di produzione ecologicamente e socialmente sostenibili, il lusso del consumo di gamberetti rimane irresponsabile, e molte organizzazioni non governative invitano al boicottaggio: rinunciare al consumo di gamberetti - specialmente di quelli di provenienza dalle zone tropicali - finchè non verrà trovata un'alternativa sostenibile all'allevamento distruttivo.

Su questo fronte Banca Mondiale, FAO e associazioni ambientaliste stanno studiando possibili norme per la certificazione ambientale dell’acquacoltura, per sviluppare e promuovere sistemi che riducano drasticamente il pescato accidentale e per promuovere sistemi di allevamento ecocompatibili in grado di frenare la distruzione degli ambienti costieri consentendo alle popolazioni locali di vivere con dignità del proprio lavoro.



Bibliografia

World Watch Institute (2004): State of the World. Edizioni Ambiente.

R. Bongiorni (2004): Gamberi, una battaglia da 3,5 miliardi di dollari. Il Sole-24 ore n. 234, 25 agosto 2004, pg. 28

AA.VV. (2003): Bilancio Terra . Gli effetti ambientali dell’economia globalizzata. Edizioni Ambiente.

AA.VV. (1991): Salviamo la Terra. Editoriale Giorgio Mondatori.

J. R. McNeill (2002): Qualcosa di nuovo sotto il sole. Einaudi.

Environmental Justice Foundation (2003): Squandering the seas. London.

FAO (2003): World agriculture: towards 2015/2030. Earthscan Publications, London.


Websites


www.centroconsumatori.it

www.carta.org/cartamondo/

www.fao.org

www.earth-policy.org

www.earthisland.org

www.enaca.org

 

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Riquadro

I gamberetti indiani: un problema globale, fra diritti umani e protezione ambientale


L'industria dell'allevamento intensivo dei gamberetti in India si è sviluppata a seguito della "terapia d'urto" avviata con i sussidi della Banca Mondiale e con gli accordi di prestito sottoscritti dal governo indiano con Fondo Monetario Internazionale resi necessari per pagare gli ingenti debiti con i Paesi stranieri negli anni ottanta.

La Banca Mondiale stanziò un ingente fondo in dollari da destinare allo sviluppo dell'acquacoltura in diversi stati indiani, assicurando che un tale progetto poteva creare impiego per milioni di persone oltre a sviluppare un largo tratto di zone costiere.

Il governo indiano contribuì a tale iniziativa avviando un programma di totale liberalizzazione del mercato: eliminò i controlli e la necessità di avere delle licenze, non pose alcun limite quantitativo alle produzioni e - sostenuto dai prestiti della Banca Mondiale - estese i sussidi finanziari e doganali sugli equipaggiamenti, i macchinari, l'alimentazione dei gamberetti, e la costruzione degli impianti.

Il programma di sviluppo sull'acquacoltura dei gamberetti venne chiamato “rivoluzione blu” . Sulla scia della “rivoluzione verde”, che aveva profondamente modificato l'agricoltura indiana attraverso l'introduzione di sementi ad alto consumo (di fertilizzanti, di concimi e irrigazioni) e ad alta resa (un numero maggiore di raccolti per anno per unità di superficie coltivata), così la rivoluzione blu promise agli investitori profitti da capogiro, grazie all'introduzione di gamberetti ad alto consumo e ad alta crescita che assicurano un immediato guadagno sull'investimento fatto.

Allo stesso modo della prima rivoluzione, l'attività veniva gestita da coloro che avevano le risorse per pagare le necessarie tecnologie o che disponevano della terra per sostenere le attività.

L'impennata di crescita dell'industria dei gamberetti si trovò di fronte a un ostacolo sostanziale: lo sforzo della popolazione dei villaggi ad organizzarsi per difendere le proprie tradizioni e il proprio ambiente contro la rapida conversione delle terre agricole in allevamenti di gamberetti.

Nel 1992 i gandhiani Jagannathan e Krishnammal, insieme ai collaboratori del LAFTI (Land for Tillers Freedom) e attivisti locali intrapresero una marcia a piedi di un anno nel Distretto in cui si svolgevano le principali attività del LAFTI. Ogni giorno i marciatori si spostavano da un villaggio a un altro e organizzavano delle manifestazioni culturali e incontri serali per stimolare la formazione di comitati di villaggio intorno al problema delle terre, dell'educazione, della salute e dell'autonomia.

Lungo la costa una gran quantità di terreno fertile, tradizionalmente coltivato dalle popolazioni locali, era stata acquistata o presa in affitto dai capitalisti locali o da multinazionali per dare inizio ad allevamenti intensivi di gamberetti e moltissime persone avevano perso la loro unica fonte di reddito. L'economia in quell'area era basata quasi interamente sull'agricoltura e non c'era niente altro che queste persone possono fare oltre a coltivare la terra. Ma non è tutto.

Le vasche per l'acquacoltura vanno riempite in parte d'acqua salata e in parte d'acqua dolce, quindi queste industrie hanno iniziato a pompare acqua dolce dai villaggi creando in poco tempo scarsità d'acqua.

Per far crescere i gamberetti più rapidamente e proteggerli dalle malattie deve essere usata una gran quantità di agenti chimici, così l'acqua delle vasche si inquina rapidamente e deve essere cambiata spesso: il modo più semplice per farlo è scaricare l'acqua inquinata in mare. Per questo motivo lungo tutta la costa i pesci hanno iniziato a morire e la comunità dei pescatori ne è stata profondamente colpita. Adesso i pescatori devono spingersi al largo, ma non hanno barche appropriate e non possono di certo permettersele.

La stessa acqua delle vasche, salata e inquinata, penetra nel terreno e raggiunge le falde acquifere; molte persone nei villaggi hanno iniziato ad avere problemi alla pelle e agli occhi.

Dopo pochi anni le vasche diventano inutilizzabili e devono essere abbandonate, lasciando un terreno inutilizzabile, inquinato e salinizzato.

Un altro problema è che la foresta di mangrovie che offriva rifugio ai pesci che depongono le uova fra le sue radici, e costituiva un protezione naturale dagli uragani e dall'erosione marina, è stata distrutta lungo tutta la costa per costruire le vasche.

Guidata dai gandhiani Jagannathanm e Krishnammal la popolazione locale si organizzò in un movimento nonviolento di protesta che riuscì a portare la causa dei gamberetti di fronte alla Corte Suprema Indiana.

Per essere aiutati a decidere tra affermazioni e documentazioni molto contrastanti in proposito, i giudici richiesero che un istituto di ricerca governativo svolgesse un'indagine per esaminare l'impatto ambientale e sociale degli allevamenti di gamberetti sulle coste.

I risultati dell'indagine misero in evidenza i danni causati da questa attività, e alla luce di questo rapporto la Corte vietò la conversione di terra agricola ad allevamenti di acquacoltura e bloccò gli allevamenti in una parte del Tamil Nadu.

Questo fu un successo per il movimento del LAFTI e per gli ambientalisti - anche se relativo: le pressioni politiche e gli interessi economici sono molto forti e di fatto la questione è - tra processi e ricorsi - attualmente ancora aperta perchè, come Jagannathan ha sostenuto in varie occasioni, "gli Atti di Stato e gli ordini della Corte Suprema" rimarranno sulla carta se non si crea il potere della popolazione".


Per far conoscere e appoggiare i progetti già avviati dal LAFTI (Land for Tillers Freedom) in India, Overseas e il Centro Studi Sereno Regis di Torino hanno promosso la pubblicazione della loro biografia curata da Laura Coppo presso l'Editrice Emi ( 2002, pagine 223). Il libro può essere richiesto a: OVERSEAS onlus - Via Castelnuovo R.ne, 1190 - 41057 Spilamberto (MO) Telefono: 059-785425 mobile 348 2518421  E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.