TERRA FRAGILE

AMBIENTE

Premessa... storica

Quasi 4400 anni fa le città-stato dei Sumeri (nell’area oggi occupata dall’Iraq) dovettero affrontare un problema straordinario: i terreni accumulavano gradualmente sale, il residuo dell’acqua utilizzata per irrigare. Il sale avvelenò rapidamente il terreno fertile,

col passare del tempo i raccolti si assottigliarono e infine molti terreni divennero sterili.
Fino ad allora i Sumeri avevano risposto al degrado agricolo e alla diminuzione dei raccolti con la coltivazione di nuove aree ma ciò non fu più possibile, una volta raggiunti i limiti dell’espansione agricola. Nei tre secoli successivi l’accumulo salino assottigliò i raccolti del 40% e più. La scarsa produzione e la crescita continua della popolazione condussero alla diminuzione delle riserve alimentari, a sua volta responsabile della riduzione del numero di soldati, impiegati pubblici e sacerdoti. Nel 1800 a.C. l’agricoltura dei Sumeri giunse al collasso e questa civiltà un tempo carica di gloria, svanì nel nulla (G. Gardner, 1997).

 

Terreni marziani, terreni terrestri

Negli ultimi mesi i giornali e le televisioni di tutto il mondo sono state entusiasticamente polarizzate sulle varie missioni spaziali sul pianeta Marte, grazie alle quali buona parte della popolazione mondiale è divenuta esperta delle caratteristiche dei terreni marziani, del loro contenuto di acqua e della possibilità che su quel lontano suolo si possa essere un giorno concretizzata la possibilità di vita.
Speriamo che tutto questo infervoramento sia servito a qualcosa: a farci capire il gran dono che si nasconde in quei pochi centimetri di suolo che rappresentano la “buccia” del globo terrestre (J. R. McNeill, 2000). Data l’intensità dell’impatto a cui sottoponiamo il suolo, aumentano sia la perdita di questa inestimabile risorsa naturale, sia il conseguente calo di produttività. Una volta perso l’orizzonte superiore (topsoil) ricco di sostanze nutrienti, diminuisce fortemente la capacità del terreno di immagazzinare queste sostanze, nonché l’acqua necessaria a favorire la crescita delle piante (L. Brown, 2003).
Il degrado del suolo terrestre oggi interessa circa 1900 milioni di ettari in tutto il mondo (di cui 500 milioni di ettari nella sola Africa, ossia circa il 65% dei terreni agricoli) e il suo tasso di crescita è in piena salita: si stima che attualmente sia 30-35 volte più grande dei dati storici in nostro possesso (UNEP, 1999)
Lo stato di salute del pianeta Terra dovrebbe preoccupare il mondo intero. Tutelarne la salute abbattendo le cause dell’inquinamento sembrerebbe una ovvietà: eppure si litiga proprio sui tempi, gli strumenti e le modalità per guarire le profonde ferite inflitte agli ecosistemi.
Eppure sembra che il suolo abbia, a livello mediatico, qualche problema di “immagine”: per molte persone il terreno e la degradazione dei suoli rappresenta più un problema locale che mondiale: si percepisce spesso come un problema limitato ai paesi in via di sviluppo più poveri. Tutto ciò si riflette anche a livello istituzionale: non essendoci una diffusa percezione a livello politico dell’importanza del problema e della necessità di inserirlo nell’“agenda internazionale”, le iniziative riguardanti la tutela giuridica dei suoli si presentano come un sistema estremamente frammentato.

 

Un problema di “percezione”

Una delle priorità spesso sottovalutate in questo senso è lo stato del suolo: la maggior parte dei non “addetti ai lavori” considera il terreno un sistema inerte, abitato da pochi organismi, con una funzione di supporto e di serbatoio passivo di elementi nutritivi per le piante (P. Nannipieri, 1997).
Niente di più erroneo: è stato infatti calcolato che sotto i primi 5-10 centimetri di un ettaro di suolo di media fertilità vi sono almeno 6000 kg di organismi viventi (oltre mezzo kg per m2). I più numerosi, dopo i Protozoi, sono i Nematodi, minuscoli vermi di terra lunghi al massimo 2 millimetri: la loro densità raggiunge cifre da capogiro: sono mediamente più di un milione per m2, con punte eccezionali di 20 milioni di individui!
Se poi conoscessimo meglio l’enorme lavoro non solo quantitativo ma qualitativo svolto dai lombrichi che riescono a smuovere ogni anno da 20 a 60 tonnellate di terra per ettaro (oltre 200 nei paesi tropicali, dove ci sono lombrichi che superano i 2 metri di lunghezza) rigenerandone la fertilità, apprezzeremmo assai più il lavoro di quegli agricoltori che scelgono di collaborare con la Natura piuttosto che avvelenarne la sua silente, nascosta ma indispensabile “forza-lavoro” (A. Innocenti, 1996).
Per quanto riguarda invece gli “addetti ai lavori” l’attenzione sembra maggiormente rivolta agli aspetti legati alla patologia che a quelli volti a definire la fisiologia del sistema suolo e come esso si integri con gli altri sistemi terrestri.
Se da tempi antichi l’uomo ha modificato la chimica del suolo senza saperne molto in proposito e, in generale, riducendone con l’agricoltura la fertilità naturale, con il XX secolo e lo sviluppo dell’ industria chimica ha rifornito i suoli di nutrienti essenziali ma ha anche contribuito a inquinarli, accelerando i processi di degradazione ed erosione (J.R. McNeill, 2000).
Non c’è dunque da meravigliarsi se la risorsa suolo, ai livelli decisionali, non è stata considerata frequentemente con la dovuta attenzione, e anzi spesso ne sono state sottostimate tutte le valenze:
• sul piano ecologico come matrice della diversità biologica e nodo degli equilibri ambientali terrestri (cicli biogeochimici);
• come habitat e supporto del mondo vegetale ed animale;
• come supporto di tutta l’attività antropica: dalla produzione primaria a quella industriale, dalle infrastrutture ai trasporti, agli insediamenti territoriali e anche come luogo della memoria dell’eredità culturale (E.A.G. Costantini, 2001).
L’acquisita consapevolezza da parte della comunità scientifica internazionale dell’importanza del suolo per l’ecosistema Terra deve però tradursi in una sempre più ampia diffusione di tali conoscenze in tutti gli ambiti educativi e divulgativi affinché l’umanità tutta giunga alla coscienza della tutela del suolo per la sostenibilità ambientale.

 

Dalla Patologia...

Il problema della conservazione della fertilità dei suoli è di notevole portata a livello mondiale e carico di conseguenze per tutta l’umanità.
I fattori responsabili della diminuzione della produttività del terreno sono diversi e spesso interconnessi:
• Erosione idrica ed eolica
• Disboscamento e degrado della vegetazione
• Salinizzazione ed alcalinizzazione
• Acidificazione e impoverimento di nutrienti
• Contaminazione da metalli
• Urbanizzazione e trasformazione d’uso dei terreni agrari
Anche se ognuno di questi aspetti meriterebbe una trattazione più approfondita possiamo dire che attualmente sono questi i principali fattori all’origine dell’inquinamento del suolo. Per inquinamento del suolo si intende l’alterazione delle sue caratteristiche e, più in generale, dei suoi equilibri chimici, fisici e biologici, causata da apporto di sostanze estranee, oppure comuni ma in eccesso; il risultato di tale processo è la perdita di fertilità del suolo, se non a breve, a medio e a lungo termine, la predisposizione all’erosione accelerata e la possibilità che dette sostanze estranee si introducano nelle catene alimentari (M. Floccia, G. Gisotti, M. Sanna, 2003).
Al danno fisico si accompagna anche quello economico: stime relative agli ultimi decenni del XX secolo danno perdite di suolo di oltre 20 ettari/min/anno (10 ettari per erosione, 5 per salinizzazione, 3 per contaminazione, 2 per urbanizzazione) pari a circa 200 km2 all’anno, con un danno quantificabile in oltre 15 miliardi di dollari/anno (C. Bini, 2002).
Il consumo di suolo (risorsa finita e irriproducibile) è l’epifenomeno più rilevante di questa dissennatezza: non abbiamo dati precisi ma solo stime: il WWF calcola che ogni anno si consumino 100 mila ettari di buona terra, per lo più in pianura, per lo più coltivata o a pascolo (Touring Club Italiano, 2001).
L’instabilità idrogeologica comporta anche nel nostro Paese un grave costo anche in termini economici: nel biennio 2000-2001 lo Stato ha speso 1 miliardo e 700 mila euro (circa 3.270 miliardi di vecchie lire) solo per interventi di “protezione civile” per riparare i danni delle varie calamità idrogeologiche, somme spese quindi solo per rispondere a un danno ma che non servono a scongiurarne un altro (Legambiente, 2003).
Tutto ciò è ancor più paradossale se si pensa che proprio una delle capacità del suolo più importante ed apprezzata dall’uomo è proprio quella di riuscire a degradare i composti chimici artificiali. Si è ipotizzato infatti che la capacità di degradare composti sintetici da parte dei microrganismi del suolo dipende dal fatto che, nei siti contaminati da queste sostanze, in alcuni microrganismi si genera, per mutazione, l’informazione genetica che codifica la sintesi dell’enzima o degli enzimi responsabili della degradazione del composto in oggetto. In seguito questa informazione passerebbe dal microrganismo mutato ad altri microrganismi della stessa specie o di specie diverse che acquistano in tal modo la capacità di degradare il composto sintetico.
La possibilità di scambi genetici nel suolo pone il problema del destino delle informazioni genetiche introdotte nel suolo, ad esempio con microrganismi manipolati geneticamente impiegati a fini pratici (P. Nannipieri, 1997).
Se arriviamo ad impedire che questo processo di degradazione avvenga o se, attraverso la manipolazione genetica, giungiamo ad interferire in maniera incontrollabile su di esso altereremmo quel fondamentale componente dei cicli degli elementi che è la “decomposizione” senza il quale la vita sulla Terra come noi la conosciamo, non sarebbe più la stessa.

 

...alla Fisiologia

Il suolo è costituito dalla parte più superficiale della litosfera, la quale evolve sotto l’azione dell’idrosfera, dell’atmosfera e della biosfera: questa zona superiore della crosta terrestre, dove interagiscono contemporaneamente vari fattori, è un sistema (pedosfera) aperto e dinamico che evolve continuamente alla ricerca di un suo equilibrio (M. Floccia, G. Gisotti, M. Sanna, 2003).
Il suolo è un sistema complesso, affascinante ed essenziale per la vita sul nostro pianeta: poiché il suolo è costituito da componenti abiotiche (minerali, sostanza organica, acqua e aria) e biotiche (batteri, alghe, miceti, protozoi, anellidi, artropodi, ecc.) interdipendenti, esso è considerato un ecosistema: come tale è soggetto ad evoluzione, condizionata dai suoi delicati equilibri biologici e biochimici.
Dal punto di vista energetico il funzionamento degli agroecosistemi si basa sostanzialmente su due “motori”: il primo alimentato dall’energia solare che investe le superfici coltivate ed il secondo costituito dalla sostanza organica del terreno che altro non è che energia solare capitalizzata (F. Caporali, 1991).
Il terreno poi, come abbiamo già visto precedentemente, svolge un ruolo di filtro attivo verso gli inquinanti organici ed inorganici: i residui vegetali, animali e microbici ed i prodotti organici sintetici, da quelli facilmente degradabili a quelli più resistenti e talvolta tossici, vengono degradati e mineralizzati con rilascio di ioni che possono essere assorbiti dalle radici delle piante.
Il ruolo e l’importanza del suolo nei cicli biogeochimici che sono alla base della vita sul nostro pianeta può essere anche esemplificato dalle reazioni che portano alla formazione ed al consumo dei composti gassosi coinvolti nel cosiddetto “effetto serra”. Un punto critico nel calcolo del contributo dell’ambiente terrestre al ciclo del carbonio è dato infatti dalla relazione esistente tra l’aumentare della temperatura e la mineralizzazione della sostanza organica del suolo.
Molto resta da fare per capire le complesse interrelazioni ecologiche tra gli organismi che abitano il suolo che prefigurano l’esistenza di un quadro complesso e vasto di interazioni fisiche, chimiche e biologiche tra gli organismi, dipendenti dal loro stato fisiologico, dai fattori ambientali e dalle caratteristiche della matrice solida.
L’insieme di questi fenomeni richiede conoscenze chimiche, biochimiche, microbiologiche e di fisiologia vegetale che devono essere integrate attraverso un approccio interdisciplinare che, sotto il profilo didattico (a livello universitario) e metodologico (a livello di ricerca), è ancora di là da venire.
Ciò è particolarmente evidente nel nostro paese in cui, perfino nel mondo accademico, si assiste ancora ad una scarsa attenzione al suolo come sistema vivente, scarsa attenzione che del resto è (ahimè) ben confermata dall’incuria pubblica nei confronti del territorio nazionale, fragile e vulnerabile.

 

Un silenzio... inquietante

Se 20 anni fa l’opinione riguardo il suolo dei “non specialisti” (e non solo di quelli, anche a giudicare dalla nostra esperienza di giovani laureati) era quella descritta precedentemente, anche oggi l’importanza del terreno come substrato per la vita sul nostro pianeta purtroppo è tutt’altro che elemento centrale nella didattica scolastica a tutti i livelli e nell’operato dei mass media.
Secondo alcuni il mondo accademico italiano è stato uno dei maggiori responsabili della diffusa ignoranza esistente nel nostro paese sulle problematiche relative al suolo, evidente nei corsi di laurea in Scienze Geologiche, Biologiche e Naturali dove le proprietà chimiche, fisiche e biologiche del suolo dovrebbero essere materia d’insegnamento (P. Nannipieri, 1997). Laddove tale spazio esiste (come nei curricula dei corsi di laurea in Scienze Agrarie e Forestali e di Scienze Ambientali - Indirizzo Terrestre) gli aspetti più pratici e applicativi legati alla patologia hanno maggiore risalto degli aspetti concettuali legati alla fisiologia del “sistema suolo”.
Non c’è dunque da meravigliarsi se la risorsa suolo, ai livelli decisionali, non è stata considerata frequentemente con la dovuta attenzione, e anzi spesso ne sono state sottostimate tutte le valenza.

 

Dagli Appennini ... alle Alpi

Ecco spiegata la triste nomea dell’Italia delle frane, delle alluvioni, dell’emergenza territorio, soggetto a rischi e a calamità: una recente rilevazione compiuta dalla Direzione Difesa del Territorio del Ministero dell’Ambiente conferma purtroppo la gravità del rischio idrogeologico soprattutto nelle regioni del Centro-Nord.
La percentuale di comuni interessati al potenziale rischio idrogeologico è altissima: in Umbria raggiunge addirittura il 100%, scende solo di poco al 98,8% nelle Marche e al 97,6% in Toscana e arriva all’88,6% in Emilia-Romagna, che però è quella con la maggiore presenza di zone vulnerabili in rapporto alla superficie totale. Cifre significative se confrontate con il valore medio nazionale che si assesta al 68,8% (M. Paris, 2004).
Le azioni che hanno seguito gli eventi calamitosi sono state caratterizzate da un approccio “guidato dalle emergenze”, con tutte le conseguenze negative da esso derivanti in termini di durata, costi, efficienza ed efficacia dei lavori svolti. La legge 267/98, che converte il precedente decreto legge 180/98 (decreto Sarno), tenta di superare quest’approccio emergenziale e accelerare le attività di pianificazione di bacino previste dalla legge quadro sulla difesa del suolo (legge 183/89) secondo la logica della prevenzione.
Se l’Italia piange spesso a causa del degrado del suo territorio (OCSE, 2002) lo stesso dicasi anche per il resto dell’Europa. Un recente documento della Commissione Europea sulla protezione del suolo (COM 2002 - 179) evidenzia i maggiori problemi che interessano i suoli, analoghi, pur nella particolarità e nella grande eterogeneità del nostro territorio, a quelli dei suoli italiani:

• l’erosione (soprattutto idrica)
• la contaminazione locale e diffusa (compresa l’acidificazione)
• la perdita di suolo per impermeabilizzazione
• la compattazione superficiale e profonda dovuta all’uso di mezzi meccanici
• la perdita di sostanza organica
• la diminuzione della biodiversità
• la salinizzazione
• il rischio idrogeologico evidenziato dalle frane e dalle alluvioni.
Le pressioni maggiori derivano però dall’alta densità della popolazione e delle attività umane in zone critiche e particolarmente a rischio: il comportamento dei consumatori e il settore industriale sta contribuendo in alcuni casi all’aumento delle potenziali fonti di contaminazione, come l’eliminazione dei rifiuti urbani, la produzione di energia e i trasporti, principalmente nelle aree urbane, e l’impatto che un turismo poco sostenibile determina sulla qualità dei suoli, specialmente lungo le coste del Mediterraneo.
Gli obiettivi legislativi per la protezione del suolo, piuttosto generici tanto a livello europeo quanto a livello nazionale (OCSE, 2002), possono essere così riassunti: una Politica Agricola Comune (PAC) indirizzata verso un’agricoltura meno intensiva, con un utilizzo più equilibrato dei concimi organici e inorganici e dei prodotti fitosanitari; un uso del suolo indirizzato verso la sostenibilità, evitando lo sfruttamento eccessivo, la perdita per impermeabilizzazione (da parte di urbanizzato e infrastrutture, particolarmente evidente su tutta la lunga fascia costiera della Penisola e delle isole) monitorando più strettamente i fenomeni di erosione e desertificazione; la necessità di porre rimedio ai fenomeni di contaminazione puntuale (siti contaminati) e diffusa (APAT, 2003).
L’attuazione di quanto previsto dal documento europeo COM (2002) 179 sta portando alla definizione di una nuova politica dei suoli a livello europeo, con una serie di iniziative mirate, quale la creazione di una rete di monitoraggio del suolo che sia in grado di fornire dati certi e confrontabili (EEA, 2003).
Questo aspetto è particolarmente rilevante nel nostro Paese (ISSI, 2002): in una prospettiva di prevenzione l’attenzione deve essere posta nel campo della mappatura della pericolosità e del rischio, considerata azione fondamentale nell’identificazione delle aree nelle quali l’uso e lo sviluppo antropico del territorio hanno prodotto situazioni incompatibili con la vocazione naturale dell’ambiente fisico, generando e/o accelerando situazioni di dissesto.
In mancanza di un ente di riferimento nazionale sono stati prodotti, infatti, dati fortemente disomogenei e dispersi tra i vari soggetti attuatori, difficilmente utilizzabili per elaborazioni a scala nazionale. La realizzazione della rete di monitoraggio unitamente, almeno, al completamento della cartografia nazionale 1:250.000 e della relativa banca dati, risulta indispensabile per coprire le lacune conoscitive e per costruire e aggiornare gli indicatori (AA.VV, 2003) che descrivano la qualità dei suoli, il loro stato di contaminazione e di degradazione, e l’uso del territorio (APAT, 2003).
Tali attività di identificazione e perimetrazione devono costituire la base sulla quale definire i programmi di mitigazione del rischio attraverso interventi strutturali e non strutturali (interventi di bonifica dei dissesti e messa in sicurezza, applicazione di vincoli e salvaguardie, delocalizzazioni, ecc.).

 

 

Conclusioni

Sotto un profilo ecologico la fertilità del terreno è un bene prezioso assai più del petrolio e parimenti destinato ad un esaurimento nel tempo ma, a differenza di questo, la sua rigenerazione è possibile attraverso un appropriato e saggio uso delle risorse che la natura ci mette a disposizione.
Ma tutto il suolo degradato, eroso, compattato, pavimentato e contaminato potrebbe anche risultare una perdita definitiva, specie se insorgessero difficoltà e problemi di acqua dolce o di energia, con conseguente aumento dei costi di irrigazione e dei fertilizzanti, con evidenti conseguenze disastrose sul piano della produzione agricola.
Molti Paesi oggi vedono le loro riserve alimentari ridursi a causa delle medesime pressioni che afflissero gli antichi Sumeri: la perdita di terreni agricoli dovuta al degrado e all’espansione urbana, l’impossibilità virtuale di espandere l’area coltivata e la crescente domanda di cibo.
L’atteggiamento delle istituzioni, poco curante della perdita e del degrado del suolo, è il retaggio di una mentalità pre-scientifica e cieca di fronte ai dati già ora in nostro possesso che ci dimostrano la gravità della situazione e l’urgenza di un’inversione di tendenza.
In base alle conoscenze acquisite dalla fisiologia e (purtroppo...) dalla patologia è sempre più necessario un approccio preventivo ai problemi di gestione del territorio e delle sue problematiche.
Proprio questa prospettiva appare anche a livello internazionale (UNEP, 2003) la più idonea per ampliare la percezione e l’ottica del mondo politico nazionale e internazionale.
Ma visto che le politiche e i trattati sull’ambiente devono basarsi su prove scientifiche è necessario che il lavoro degli scienziati si focalizzi sulla disponibilità di indicatori confrontabili e di dati ambientali di qualità, sulla realizzazione di un’adeguata sintonia sui criteri attraverso cui interpretarli e sulla divulgazione dei risultati dei loro studi.
Proprio su questo “last but not least” argomento l’esperienza fin qui maturata dovrebbe essere chiara: per fermare il degrado dei terreni è sempre più necessaria una diffusa consapevolezza dell’importanza della loro tutela.
Questa informazione non deve solo riguardare gli esperti economici e sociali o coloro che saranno deputati a formulare gli indirizzi politici (ai quali è necessario fornire non una mole maggiore di dati ma indicazioni attraverso cui integrare le conoscenze gia disponibili nel sistema legislativo) ma soprattutto raggiungere tutti i cittadini attraverso una capillare azione di divulgazione e di formazione educativa.
Possiamo avere i sistemi politici più avanzati della Terra, le leggi migliori sul suolo e sulla difesa del territorio ma se il valore della tutela dei terreni agricoli (che ripetiamo, riguarda tutti i Paesi, sviluppati e non) non è radicata nelle coscienze di tutti i cittadini la nostra civiltà, come quella dei Sumeri, rischia di rimanere vittima di se stessa, della propria ignoranza o, peggio, della propria indifferenza.
Bibliografia


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